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Medicina e alimentazione

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La sindrome metabolica

di Chiara Galli

Negli ultimi vent’anni c’è stato un netto recesso dei decessi per malattie cardiovascolari, ma secondo alcuni studi oggi la mortalità non scende più, una tendenza che avrebbe all’origine la sindrome metabolica. Il punto su un nemico silenzioso

Molto più pericolose del cancro, le malattie cardiovascolari provocano ogni anno decine di milioni di decessi, e nel mondo sono la prima causa di mortalità. Ogni anno centinaia di migliaia di persone in Italia vengono curate per infarto del miocardio, ancora di più per un incidente vascolare cerebrale (per esempio l’ictus), e nel nostro paese milioni di individui seguono un programma di prevenzione di questo tipo di malattie. All’origine dell’ecatombe sono stati chiaramente identificati i fattori di rischio: il tabagismo, la sedentarietà e l’obesità, l’ipertensione arteriosa, il diabete, il colesterolo troppo alto (un’eccessiva quantità di grassi nel sangue). A partire dagli anni ’60 la sorveglianza di questi parametri ha consentito importanti progressi riguardo alle malattie cardiovascolari, e insieme all’arrivo di farmaci sempre più efficaci e di strategie terapeutiche sempre meglio codificate, la mortalità cardiovascolare in molti paesi avanzati si è ridotta. Dagli anni ’90, tuttavia, gli sforzi di prevenzione e le innovazioni terapeutiche sembrano marcare il passo, e le cifre ristagnano.

Secondo fonti scientifiche prestigiose, tra le quali l’istituto di cardiologia canadese, la radice del male ha un solo nome: la sindrome metabolica. Oltre ai fattori aggravanti oggi ben conosciuti, questo concetto clinico appare come una rivoluzione nella definizione dei pazienti a  rischio e forse persino nella terapia delle malattie cardiovascolari. La definizione clinica di sindrome metabolica è basata su cinque parametri:

1.   aumentata resistenza insulinica (c'è un indice che permette di calcolarla e si basa sulla relazione fra insulina e glicemia, l'HOMA index)

2.   intolleranza glicidica

3.    + 3 fattori fra i seguenti:
- glicemia >110
- trigliceridi >150
- HDL <35 nell’uomo o <39 nella donna
- ipertensione arteriosa (>135/85)
- distribuzione centrale del grasso (circonferenza addominale>
110 cm nel maschio e di 88 cm nella donna)

Bisogna inoltre ricordare che non tutte le persone affette da sindrome metabolica sono obese.

Il rischio cardiovascolare è dato dalla somma dei fattori di rischio (il tabagismo, la sedentarietà e l’obesità, l’ipertensione arteriosa, il diabete, il colesterolo ed i trigliceridi troppo alti); perciò, l’approccio ideale diventa trasversale e multidisciplinare. Studi recenti hanno infatti dimostrato che nei pazienti affetti da sindrome metabolica la probabilità di incidente cardiovascolare è tre volte maggiore rispetto a una popolazione di riferimento che ne è esente. La sedentarietà ostinata e un regime dietetico inadeguato sono i principali colpevoli dell’evoluzione dell’epidemia di obesità e di diabete nelle società occidentali.

Se ci si attiene alla definizione clinica della sindrome metabolica, si comprende facilmente che è assai facile individuarla clinicamente e con esami di laboratorio nei soggetti a rischio. La terapia elettiva consiste soprattutto in una modifica dello stile di vita. La raccomandazione principale è infatti rappresentata dalle regole igieniche e dietetiche: più esercizio fisico e un’alimentazione più equilibrata, cambiamenti che richiedono di solito molto tempo. Solo successivamente  dovrà essere esplorato il versante farmacologico: ipocolesterolemizzanti, ipoglicemizzanti, antiipertensivi.

pubblicato il 19 aprile 2004


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