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Il difficile percorso di guarigione nell'anoressia nervosa

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Psicologia e Alimentazione

Il difficile percorso di guarigione nell'anoressia nervosa

di Maria Pia Santucci

La zona in cui si trova il mio studio è abbastanza periferica e preferisco raggiungere il centro camminando per venti minuti circa anziché servirmi dell’automobile. Percorrendo a piedi il tratto che mi separa dal centro a volte mi capita di osservare qualche viso reso familiare dagli anni trascorsi vivendo nella stessa città. Mi resta difficile incrociare lo sguardo di queste persone perché tengono gli occhi sempre fissi sul marciapiede e con movimenti automatici riescono a discostarsi e a lasciar passare chiunque incontrino sul loro cammino. In quei momenti il ricordo prende il sopravvento e mi corrono alla mente le immagini di ragazze con qualche chilo di troppo che si sono liberate del grasso superfluo e che oggi sono diventate fantasmi che sembrano vagare nel vuoto. Lo sguardo inespressivo e i movimenti cadenzati mi fanno pensare al lungo tragitto che hanno percorso con impegno e ostinazione nel raggiungere quello che oggi definiamo uno stato di magrezza eccessiva, contraddistinto da una forte carenza nutrizionale. Le ho conosciute ai tempi della scuola, quando probabilmente si sono sentite particolarmente colpite dai commenti negativi di parenti, amici, conoscenti a proposito di un sovrappeso che avrebbero potuto sconfiggere in un modo diverso e senz’altro meno drastico. Ho immaginato i commenti positivi sulla perdita di peso da parte di coloro che, a dieta iniziata, hanno supportato l’impegno di queste ragazze a continuare a dimagrire. Un episodio di cui sento spesso parlare quando mi occupo di persone affette da anoressia nervosa. Oggi mi chiedo perché queste donne, nonostante la situazione di malessere nella quale si trovano, continuino a persistere nel loro stato non facendo assolutamente niente per uscire da un circolo vizioso che le rende schiave di una dieta rigidamente controllata, di una bilancia sempre a portata di mano e, a volte, di comportamenti di compenso come il vomito autoindotto, il digiuno, l’abuso di lassativi, di diuretici e un’attività fisica eccessiva. Quanta energia investita nel controllo della propria forma fisica, del peso, dell’alimentazione e sottratta ad altre attività che potrebbero rendere la vita più piacevole.

Non è facile uscire da un tale circolo vizioso perché la forza di volontà non basta. Il forte stato di carenza nutrizionale imbriglia chiunque in una condizione di impotenza per cui diventa sempre più difficile riuscire a combattere le convinzioni disfunzionali che stanno alla base di un disturbo alimentare. Solamente seguendo una terapia con impegno si può combattere e vincere una battaglia che ha tutti i connotati dell’anoressia nervosa. L’eccessiva attività fisica, praticata come un rituale per alcune ore ogni giorno, diventa una catena pesante dalla quale è difficile liberarsi. Così diventa una routine il fatto di rinunciare a qualsiasi tipo di impegno che limiti la possibilità di compiere del movimento, come mi raccontava una giovane imprenditrice che non avrebbe mai rinunciato per nessun motivo alle 4 ore quotidiane in palestra, pena una conseguente restrizione sul cibo da assumere durante la cena. La libertà di scelta di intraprendere una dieta, a poco a poco, lascia il posto alla schiavitù di eseguire perfettamente tutto quello che si ritiene necessario per raggiungere il peso ideale. E la famiglia come reagisce? Rimane perplessa di fronte all’atteggiamento di una persona che continua a dimagrire e lo imputa ad un capriccio, ad un rifiuto consapevole di cibo.

La persona magra diventa così l’imputata in un processo in cui tutte le prove sono contro di lei: la persistenza di una serie di comportamenti attuati per esasperare una situazione a discapito della pace e dell’armonia familiare. Tante volte mi sono trovata di fronte ad un muro da abbattere: la presa di coscienza da parte della famiglia di dover ricorrere ad una terapia per combattere la malattia. Forse questo accade perché mai vorremmo che parole come “malattia”, “disagio” o “patologia” facessero parte della nostra vita e allora la negazione dello stato di malessere diventa l’unico appiglio al quale aggrapparsi.

I genitori possono essere di grande supporto in vari modi alle persone più giovani affette da anoressia che non hanno controllo sulla malattia e che necessitano di aiuto per riuscire a guarire, innanzitutto nel mettere da parte atteggiamenti critici e di incomprensione che potrebbero incidere negativamente sul trattamento del disturbo e adottando uno spirito di accettazione. La prima cosa da fare nel caso dell’anoressia nervosa è quella di arrestare il dimagrimento in corso e aiutare la persona ad acquisire un peso corporeo normale, affrontando i più importanti fattori di mantenimento del disturbo che sono la dieta ferrea e il basso peso. Eliminare la restrizione alimentare comporta l’accettazione del proprio peso naturale. Cosa si intende per peso naturale? E’ il peso che ogni persona raggiunge mangiando senza restringere l’alimentazione, senza andare incontro ad abbuffate, non utilizzando mezzi di compenso e praticando una moderata attività fisica. Una volta stabilito il peso naturale occorre tener presente un livello di variazione di peso entro i due kg, essendo il nostro corpo costituito per il 55/60% di acqua, quindi anche una minima variazione della stessa può comportare l’aumento o la diminuzione di peso entro 1 o 2 kg.

Nel regolarizzare l’alimentazione, secondo un menu prestabilito in termini di calorie, si può ricorrere ad una tecnica terapeutica chiamata “Pianificazione dei pasti” attraverso la quale si stabilisce in anticipo la frequenza dei pasti (in genere 3 pasti più uno spuntino); la quantità di cibo rispettando le giuste porzioni; la qualità degli alimenti da consumare, tenendo conto anche di una certa varietà; la scelta di un luogo in cui poter consumare i pasti con serenità in un periodo di tempo che non dovrebbe superare i 45/60 minuti. Purtroppo a causa del sottopeso occorre molto tempo prima che le sensazioni di fame e di sazietà si regolarizzino come pure avviene per la modificazione dei pensieri disfunzionali legati all’alimentazione, al peso e alle forme corporee. Un valido aiuto nel raggiungimento di ciò è rappresentato dall’utilizzo di un’altra tecnica denominata “Alimentazione meccanica” che permette di evitare il condizionamento da parte di fattori esterni ed interni durante i pasti precedentemente pianificati.

Come accennato sopra in riferimento alle persone più giovani affette da anoressia, il ruolo dei genitori come coppia, cioè come due persone che uniscono le loro risorse, diviene molto importante nel delicato momento in cui esse  ricominciano ad alimentarsi in modo equilibrato e a riavviare quel processo di autonomia interrotto al momento della comparsa della malattia.

I genitori si impegnano a scegliere il cibo, a prepararlo e a fare le porzioni, in modo da alternarsi nei vari compiti per essere in grado di svolgere gli stessi. Occorre che essi siano in grado di trasmettere ai figli gli stessi messaggi per evitare ogni discussione sulla scelta e sulla quantità di cibo, in base ad una decisione presa in comune nell’adottare un certo tipo di pianificazione dell’alimentazione. La persona non dovrebbe mangiare da sola o in compagnia di altri in ambienti diversi da quello familiare per evitare occasioni durante le quali potrebbe restringere l’alimentazione. E’ importante che i genitori evitino di suscitare sensi di colpa nei figli riguardo al proprio dolore, assumendo un atteggiamento di comprensione per non lasciarsi sopraffare dalle emozioni negative di fronte all’insofferenza di chi si trova ad affrontare un difficile percorso di guarigione.

pubblicato il 10 aprile 2006


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