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La zona in cui si trova il mio studio è abbastanza
periferica e preferisco raggiungere il centro
camminando per venti minuti circa anziché servirmi
dell’automobile. Percorrendo a piedi il tratto che
mi separa dal centro a volte mi capita di osservare
qualche viso reso familiare dagli anni trascorsi
vivendo nella stessa città. Mi resta difficile
incrociare lo sguardo di queste persone perché
tengono gli occhi sempre fissi sul marciapiede e con
movimenti automatici riescono a discostarsi e a
lasciar passare chiunque incontrino sul loro
cammino. In quei momenti il ricordo prende il
sopravvento e mi corrono alla mente le immagini di
ragazze con qualche chilo di troppo che si sono
liberate del grasso superfluo e che oggi sono
diventate fantasmi che sembrano vagare nel vuoto. Lo
sguardo inespressivo e i movimenti cadenzati mi
fanno pensare al lungo tragitto che hanno percorso
con impegno e ostinazione nel raggiungere quello che
oggi definiamo uno stato di magrezza eccessiva,
contraddistinto da una forte carenza nutrizionale.
Le ho conosciute ai tempi della scuola, quando
probabilmente si sono sentite particolarmente
colpite dai commenti negativi di parenti, amici,
conoscenti a proposito di un sovrappeso che
avrebbero potuto sconfiggere in un modo diverso e
senz’altro meno drastico. Ho immaginato i commenti
positivi sulla perdita di peso da parte di coloro
che, a dieta iniziata, hanno supportato l’impegno
di queste ragazze a continuare a dimagrire. Un
episodio di cui sento spesso parlare quando mi
occupo di persone affette da anoressia nervosa. Oggi
mi chiedo perché queste donne, nonostante la
situazione di malessere nella quale si trovano,
continuino a persistere nel loro stato non facendo
assolutamente niente per uscire da un circolo
vizioso che le rende schiave di una dieta
rigidamente controllata, di una bilancia sempre a
portata di mano e, a volte, di comportamenti di
compenso come il vomito autoindotto, il digiuno,
l’abuso di lassativi, di diuretici e un’attività
fisica eccessiva. Quanta energia investita nel
controllo della propria forma fisica, del peso,
dell’alimentazione e sottratta ad altre attività
che potrebbero rendere la vita più piacevole.
Non è facile uscire da un tale circolo vizioso perché la
forza di volontà non basta. Il forte stato di
carenza nutrizionale imbriglia chiunque in una
condizione di impotenza per cui diventa sempre più
difficile riuscire a combattere le convinzioni
disfunzionali che stanno alla base di un disturbo
alimentare. Solamente seguendo una terapia con
impegno si può combattere e vincere una battaglia
che ha tutti i connotati dell’anoressia nervosa.
L’eccessiva attività fisica, praticata come un
rituale per alcune ore ogni giorno, diventa una
catena pesante dalla quale è difficile liberarsi.
Così diventa una routine il fatto di rinunciare a
qualsiasi tipo di impegno che limiti la possibilità
di compiere del movimento, come mi raccontava una
giovane imprenditrice che non avrebbe mai rinunciato
per nessun motivo alle 4 ore quotidiane in palestra,
pena una conseguente restrizione sul cibo da
assumere durante la cena. La libertà di scelta di
intraprendere una dieta, a poco a poco, lascia il
posto alla schiavitù di eseguire perfettamente
tutto quello che si ritiene necessario per
raggiungere il peso ideale. E la famiglia come
reagisce? Rimane perplessa di fronte
all’atteggiamento di una persona che continua a
dimagrire e lo imputa ad un capriccio, ad un rifiuto
consapevole di cibo.
La persona magra diventa così l’imputata
in un processo
in cui tutte le prove sono contro di lei: la
persistenza di una serie di comportamenti attuati
per esasperare una situazione a discapito della pace
e dell’armonia familiare. Tante volte mi sono
trovata di fronte ad un muro da abbattere: la presa
di coscienza da parte della famiglia di dover
ricorrere ad una terapia per combattere la malattia.
Forse questo accade perché mai vorremmo che parole
come “malattia”, “disagio” o “patologia”
facessero parte della nostra vita e allora la
negazione dello stato di malessere diventa l’unico
appiglio al quale aggrapparsi.
I genitori possono essere di grande supporto in
vari modi alle persone più giovani affette da
anoressia che non hanno controllo sulla malattia e
che necessitano di aiuto per riuscire a guarire,
innanzitutto nel mettere da parte atteggiamenti
critici e di incomprensione che potrebbero incidere
negativamente sul trattamento del disturbo e
adottando uno spirito di accettazione. La prima cosa
da fare nel caso dell’anoressia nervosa è quella
di arrestare il dimagrimento in corso e aiutare la
persona ad acquisire un peso corporeo normale,
affrontando i più importanti fattori di
mantenimento del disturbo che sono la dieta ferrea e
il basso peso. Eliminare la restrizione alimentare
comporta l’accettazione del proprio peso naturale.
Cosa si intende per peso naturale? E’ il peso che
ogni persona raggiunge mangiando senza restringere
l’alimentazione, senza andare incontro ad
abbuffate, non utilizzando mezzi di compenso e
praticando una moderata attività fisica. Una volta
stabilito il peso naturale occorre tener presente un
livello di variazione di peso entro i due kg,
essendo il nostro corpo costituito per il 55/60% di
acqua, quindi anche una minima variazione della
stessa può comportare l’aumento o la diminuzione
di peso entro 1 o 2 kg.
Nel regolarizzare l’alimentazione, secondo un
menu prestabilito in termini di calorie, si può
ricorrere ad una tecnica terapeutica chiamata
“Pianificazione dei pasti” attraverso la quale
si stabilisce in anticipo la frequenza dei pasti (in
genere 3 pasti più uno spuntino); la quantità di
cibo rispettando le giuste porzioni; la qualità
degli alimenti da consumare, tenendo conto anche di
una certa varietà; la scelta di un luogo in cui
poter consumare i pasti con serenità in un periodo
di tempo che non dovrebbe superare i 45/60 minuti.
Purtroppo a causa del sottopeso occorre molto tempo
prima che le sensazioni di fame e di sazietà si
regolarizzino come pure avviene per la modificazione
dei pensieri disfunzionali legati
all’alimentazione, al peso e alle forme corporee.
Un valido aiuto nel raggiungimento di ciò è
rappresentato dall’utilizzo di un’altra tecnica
denominata “Alimentazione meccanica” che
permette di evitare il condizionamento da parte di
fattori esterni ed interni durante i pasti
precedentemente pianificati.
Come accennato sopra in riferimento alle
persone più giovani affette da anoressia, il ruolo
dei genitori come coppia, cioè come due persone che
uniscono le loro risorse, diviene molto importante
nel delicato momento in cui esse
ricominciano ad alimentarsi in modo
equilibrato e a riavviare quel processo di autonomia
interrotto al momento della comparsa della malattia.
I genitori si impegnano a scegliere il cibo, a
prepararlo e a fare le porzioni, in modo da
alternarsi nei vari compiti per essere in grado di
svolgere gli stessi. Occorre che essi siano in grado
di trasmettere ai figli gli stessi messaggi per
evitare ogni discussione sulla scelta e sulla
quantità di cibo, in base ad una decisione presa in
comune nell’adottare un certo tipo di
pianificazione dell’alimentazione. La persona non
dovrebbe mangiare da sola o in compagnia di altri in
ambienti diversi da quello familiare per evitare
occasioni durante le quali potrebbe restringere
l’alimentazione. E’ importante che i genitori
evitino di suscitare sensi di colpa nei figli
riguardo al proprio dolore, assumendo un
atteggiamento di comprensione per non lasciarsi
sopraffare dalle emozioni negative di fronte
all’insofferenza di chi si trova ad affrontare un
difficile percorso di guarigione.
pubblicato
il 10 aprile 2006
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