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La motivazione alla cura nelle persone affette da un disturbo dell’alimentazione

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Psicologia e Alimentazione

La motivazione alla cura nelle persone affette da un disturbo dell'alimentazione

di Maria Pia Santucci

Il lavoro con le persone affette da anoressia nervosa risulta quasi sempre difficile poiché manca spesso la motivazione alla cura. 

Esse vengono sollecitate dalla famiglia ad intraprendere un percorso di guarigione ed alla fine si lasciano convincere a consultare un terapeuta ma dopo poche sedute, nel momento in cui si affronta il problema di ripristinare gradualmente una corretta alimentazione, si attua la fuga e si fortifica ancora di più la difesa di un rigido controllo sulle modalità di nutrirsi. In questi casi si dovrebbe condurre un lavoro a parte sulla motivazione perché gli effetti della dieta ferrea oltre a causare una severa perdita di peso provoca una serie di conseguenze dannose, sia a livello fisico che psicologico, tanto da rendere difficile e inaccettabile per queste persone intraprendere un percorso di guarigione che le priverebbe di una magrezza eccessiva, ottenuta a costo di molti sacrifici. Il semi-digiuno attuato conduce innanzitutto ad una modificazione di atteggiamenti e comportamenti nei confronti dell’alimentazione: preoccupazione costante e ossessione per il cibo, collezione di ricette e libri di cucina, inusuali abitudini alimentari, introito incontrollato ed eccessivo di cibo. A livello cognitivo, si ha una diminuzione della capacità di concentrazione, della comprensione, del giudizio critico ed una certa apatia. Abitualmente insorgono emozioni quali la depressione, irritabilità, rabbia, ansia che conducono spesso ad isolarsi socialmente. A tutto ciò si unisce una digestione lenta e difficile, disturbi del sonno, mal di testa, vertigini, debolezza, perdita di capelli e diminuita intolleranza al freddo. Queste sono solo alcune delle conseguenze del semi-digiuno per cui risulta molto difficile intraprendere una terapia se non si cerca innanzitutto di normalizzare alcuni parametri profondamente modificati attraverso il ripristino di un’alimentazione che possa portare sollievo ad uno stato di profondo malessere psico-fisico.

In questi casi, accade spesso che la dieta ferrea continui in funzione di un ulteriore dimagrimento di alcune parti del corpo considerate ancora grasse, quali la pancia, le cosce o i fianchi e quindi si intensificano ancora di più l’impegno e la convinzione a proseguire su questa strada. Praticamente ci si trova di fronte ad un obiettivo che non verrà mai raggiunto del tutto perché non si diventerà mai abbastanza magri e perché la paura di ingrassare funge da dispositivo di sicurezza contro l’intenzione di tornare ad un regime alimentare che potrebbe causare un aumento di peso.

Nella bulimia nervosa e nel disturbo da alimentazione incontrollata, la presenza di abbuffate rende la persona più motivata ad intraprendere una terapia proprio perché intenzionata a liberarsi di questo modo di nutrirsi incontrollato. In genere la persona affetta da disturbo da alimentazione incontrollata inizia una terapia finalizzata al dimagrimento per la presenza di sovrappeso o obesità ma al contrario della persona affetta da bulimia nervosa non riduce l’introito calorico e non utilizza, o per lo meno non regolarmente, mezzi di compenso quali il vomito autoindotto, l’abuso di lassativi e diuretici, il digiuno e l’attività fisica eccessiva. Il disagio nei confronti del proprio comportamento alimentare, sia in termini di sensazione di perdita di controllo che di aumento di peso, costituisce un’ottima leva nella richiesta di un trattamento.

Nella bulimia nervosa la volontà di rivolgersi ad uno specialista per intraprendere una terapia è spesso ostacolata dal senso di vergogna e di colpa che la persona nutre verso se stessa a causa del proprio comportamento alimentare irregolare ed anche in questi casi è la famiglia che cerca di convincerla a fare il primo passo.

Ai primi effetti negativi del disturbo dell’alimentazione le persone iniziano spontaneamente a pensare che sarebbe opportuno per loro fare qualcosa per uscire da una situazione di sofferenza. I tempi che intercorrono tra il solo pensiero di avere bisogno di un aiuto e la decisione di fare qualcosa concretamente possono essere molto lunghi e a volte può capitare che sia troppo tardi per intervenire, soprattutto nei casi di eccessivo sottopeso. Un problema frequente è che la motivazione a cambiare non è stabile e infatti spesso si decide di abbandonare la terapia alle prime difficoltà: nel caso dell’anoressia nervosa un grande ostacolo, come dicevamo, è rappresentato dalla possibilità di aumentare di peso.

Si deve quindi lavorare sulla motivazione per intensificarla e continuare a farlo anche durante il trattamento proprio per questa sua caratteristica di fluttuazione. E’ molto importane comunque che la persona si ritenga in grado di affrontare una terapia e quindi di riuscire a guarire anche se in passato ha tentato di risolvere il problema senza alcun successo oppure si è sentita ostacolata da una bassa autostima nucleare, cioè una visione negativa di sé globale divenuta un tratto permanente dell’ identità ed in cui la valutazione di sé è autonoma e indipendente da qualsiasi prestazione. Questa bassa autostima costituisce uno dei principali fattori di rischio e di mantenimento del disturbo dell’alimentazione e crea un senso di inefficacia e sfiducia riguardo alla possibilità di cambiare. Nel caso in cui queste persone decidessero di intraprendere con grande impegno una terapia, la consapevolezza di essere in grado di acquisire determinate abilità nella gestione dei sintomi produrrebbe in loro un senso di autoefficacia.

Vi sono degli esercizi che possono aiutare ad aumentare la motivazione sia allo scopo di iniziare una terapia, sia quando si attraversano dei momenti durante il trattamento in cui essa tende a diminuire. Potremmo analizzare, in una tabella divisa in due colonne, i vantaggi che derivano dal fatto di trovarsi in una situazione di disagio a causa del disturbo dell’alimentazione e gli svantaggi che questo comporta. Per quanto riguarda i vantaggi, ad esempio, la persona malata si sente al centro dell’attenzione dei suoi familiari, amici, parenti e quindi più amata e se non ha buoni risultati a scuola è in qualche modo giustificata; sente inoltre di avere un buon controllo sul suo corpo, sulla sua vita  e questo la fa sentire forte; per quanto riguarda gli svantaggi, potremmo parlare di un senso di tristezza e solitudine per aver trascurato tutti gli amici allo scopo di impegnarsi a raggiungere un peso che non la soddisferà mai così come di una diminuzione della capacità di concentrarsi sui compiti a scuola o dell’eventualità di si sentirsi molto debole dal punto di vista fisico.

Compilando questa tabella, la persona inizia a diventare consapevole di quanto sia inutile e dannoso continuare a perseguire una diminuzione di peso o a mantenersi sottopeso all’insegna di un peggioramento sempre più drastico della qualità della vita: quanti costi e quali rinunce!

Un altro esercizio potrebbe essere quello di valutare in che modo dovrà impegnarsi nella terapia, cioè quanto le costerà tutto ciò e quali benefici avrà in cambio. I costi potrebbero essere valutati in termini di non potersi più nascondere dietro alla malattia in merito a quello che sarà in grado di fare a scuola o in altri ambiti o nel timore di sentirsi grassa nel momento in cui inizierà ad acquistare peso; uno dei benefici potrebbe essere quello di liberarsi dalla schiavitù di dover stare sempre dieta e quindi di tornare ad apprezzare molti aspetti della vita finora trascurati: potrà sentirsi libera di mangiare un gelato senza alcun senso di colpa e senza dover restringere l’alimentazione oppure evitare di affaticarsi con esercizi fisici estenuanti per paura di aumentare di peso.

La consapevolezza di avere un problema a volte non è sufficiente per passare all’azione ed avviare quel processo di cambiamento che condurrà alla guarigione per cui diventa indispensabile lasciarsi guidare con fiducia da un terapeuta.

pubblicato il 29 maggio 2006


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