Un
lavoro a parte sulle emozioni dovrebbe essere preso
in considerazione se durante la valutazione
diagnostica di un disturbo dell’alimentazione si
evidenziasse un problema di intolleranza alle
emozioni,
un ulteriore fattore di mantenimento che può
ostacolare la guarigione e che è caratterizzato da
un’ eccessiva sensibilità, presenza frequente di
emozioni negative, incapacità di accettarle e
gestirle.
E’ piuttosto frequente
l’abitudine di ricorrere al cibo per alleviare uno
stato di frustrazione o superare un momento di
grande tristezza causata dalla solitudine. Il cibo
è considerato come un analgesico in
certe situazioni di disagio psicologico anche se è
evidente che ai problemi precedenti se ne se ne
vanno ad aggiungere altri: cattive e irregolari
abitudini alimentari. La fame emotiva interferisce
spesso con un programma di dimagrimento in quanto il
cibo viene usato come mezzo per reagire ad emozioni
negative, allontanando l’ attenzione da quegli
stati emotivi che ci riesce difficile tollerare. In
questo modo ci si focalizza sulle immediate
conseguenze piacevoli dovute all’assunzione di un
cibo particolarmente gustoso e che in qualche modo,
seppure per un breve periodo di tempo, riesce a
placare l’ansia. Non si tiene conto purtroppo
delle conseguenze a lungo termine rappresentate da
un forte senso di colpa per aver mangiato troppo o
di vergogna per non essere stati in grado si
superare un momento di disagio senza ricorrere al
cibo, al quale sovente si chiede di supplire ad
alcune nostre carenze e di soddisfare, ad esempio,
il bisogno di compagnia, calore, rassicurazione,
conforto ecc… Queste modalità erronee di
affrontare le emozioni negative non eliminano le
cause che stanno all’origine dei vari problemi
emotivi.
Per scoprire se si è soggetti alla fame emotiva potremmo
porci qualche domanda: se esistono particolari
emozioni, situazioni, persone o luoghi che fanno
scattare in noi il desiderio di ricorrere al cibo
per superare momenti di disagio. E’ importante
identificare il proprio modello di alimentazione per
poter intervenire e correggere quei comportamenti
disfunzionali messi in atto per superare uno stato
di malessere psicologico e che ci allontanano da una
corretta e sana alimentazione. Potremmo annotare su
un quaderno ciò che si è soliti mangiare in
reazione a determinate emozioni o stati di umore per
capire in quali particolari situazioni scatta la
fame emotiva ed utilizzare successivamente strategie
in grado di modificare quei comportamenti che sono
inadeguati. Se sto pensando, ad esempio, che nei
giorni successivi dovrò affrontare un esame
universitario, potrei essere presa dall’ansia e
ricorrere ad un barattolo di marmellata per
placarla; se ho timore di non riuscire a fare tutto
ciò che ho programmato nel corso della mattinata
potrei lasciarmi trascinare dall’impulso di
mangiare l’intera scatola di cioccolatini a
portata di mano sul mobile di cucina. Dopo una
settimana di annotazioni potrò fare chiarezza su
tutte quelle circostanze, tenendo conto dell’ora,
del luogo e anche delle persone, che fanno scattare
in me il desiderio di far ricorso al cibo in modo
irregolare e soprattutto capire quali emozioni
tendono a ripetersi con maggiore frequenza. Abbiamo
già detto che la fame emotiva può essere
scatenata da una dieta ferrea, cioè fortemente
ipocalorica e attuata in modo rigido, tanto da
escludere qualsiasi cibo gradevole. Altre attività
piacevoli vengono messe da parte da persone che
stanno affrontando una dieta ipocalorica, privando
la quotidianità di ogni minima soddisfazione e
solamente dopo aver raggiunto il peso desiderato si
ritorna a forme molto gratificanti di alimentazione,
ad acquistare abiti nuovi o a partecipare ad una
festa. Questo modo di precludersi tante attività
gradevoli non fa altro che aumentare uno stato di
frustrazione alimentato dalla convinzione che se
prima non si raggiunge un certo obiettivo, in
questo caso la perdita di peso, non si è
meritevoli di momenti che possano rilassarci o
gratificarci.
Sarebbe opportuno invece essere più tolleranti e
rassicuranti nei confronti di se stessi sviluppando
un atteggiamento di autonutrimento, caratterizzato
dalla capacità di trarre piacere dai momenti
positivi ed essere in grado di superare quelli
negativi. Se, ad esempio, sto affrontando una dieta
che mi costa molto sacrificio tendo a minimizzare ciò
che di bello mi può accadere se non è collegato al
dimagrimento e quindi sono contenta solamente se la
bilancia mi segnala che il peso sta diminuendo. La
mancanza di sensazioni piacevoli che dovrebbero
derivare dalle attività quotidiane e dai rapporti
con gli altri, crea inevitabilmente alcuni vuoti che
si tende a riempire in modo errato con il cibo
escludendo la possibilità di ricorrere a modalità
diverse di gratificazione che possano divenire delle
sane abitudini, come coltivare qualche hobby
che ci appassiona, dedicarci a cambiare qualcosa
nell’arredamento della nostra casa oppure svolgere
un’attività sportiva per divertimento, ascoltare
musica o prenderci cura dei fiori come pure
coltivare un orto. Potreste fare una lista di tutte
quelle attività che vi piacerebbe svolgere e
sceglierne qualcuna dando la priorità a quelle che
maggiormente sono in grado di gratificarvi e non
ricorrendo a giustificazioni quali mancanza di tempo
o di denaro per poterle intraprendere.
Non è facile riuscire a gestire i propri stati emotivi
ed accade spesso che in seguito ad un’emozione
intensa ci si comporti in un certo modo allo scopo
di mettere fine allo stato di malessere che al
contrario aumenta. Se ad esempio provo rabbia verso
qualcuno perché sono convinta che si è comportata
male nei miei confronti, potrei cedere all’impulso
di telefonargli assumendo un atteggiamento
aggressivo nei suoi confronti. In realtà tutto ciò
non mi farà stare meglio poiché all’emozione
della rabbia si va ad aggiungere uno stato
secondario di malessere dovuto al senso di colpa.
Per gestire in modo efficace le proprie emozioni potrebbe
essere utile assumere un atteggiamento mentale
definito “mindfulness” o piena
consapevolezza che consiste nel prestare attenzione
al presente senza giudicare ciò che si prova in
quel determinato momento ma soltanto ascoltando ed
osservando le emozioni, le sensazioni fisiche, i
pensieri e accettandoli
così come sono, senza alcun ragionamento e
soprattutto senza cercare di modificarli. Questa
piena consapevolezza del momento presente permette
alle emozioni di entrare ed uscire dalla nostra
mente, come nuvole che attraversano il cielo,
evitando il rimuginìo che le rende più intense e
la messa in atto di comportamenti impulsivi che
potrebbero peggiorare la situazione. E’ importante
accettare e non giudicare quello che si osserva
perché il giudizio attribuisce ad un elemento un
valore che può essere positivo o negativo: se ad
esempio utilizzo il termine grasso, esso trascina
con sé connotazioni di non amabilità,
indesiderabilità, scarsa volontà ecc… ; occorre
quindi prestare attenzione a quello che accade e
lasciare che il momento passi senza che la mente
possa trattenere emozioni e pensieri alla ricerca
ostinata di risolvere lo stato di malessere.
Le tecniche
di meditazione possono facilitare l’adozione
di un atteggiamento di mindfulness:
l’ascolto del proprio respiro può favorire la
consapevolezza delle emozioni, delle sensazioni
corporee e dei pensieri di un determinato momento,
un modo consapevole di soffermarsi sul qui ed ora,
senza fare niente, senza rimuginare sul passato o
futuro oppure su quello che dovrebbe o non dovrebbe
essere.
pubblicato
il 19 giugno 2006