La
presenza di tratti perfezionistici può essere
considerata un fattore di rischio e di mantenimento
per i disturbi dell’alimentazione e,
diversamente da una sana ricerca di eccellere in ciò
che si fa, implica una valutazione di sé che
dipende dal perseguire standard esigenti che la
persona si impone in uno o più settori della
propria vita ritenuti personalmente molto
importanti, come quello del controllo
dell’alimentazione, del peso e delle forme
corporee per le persone affette da un disturbo
dell’alimentazione, e tutto ciò nonostante le
conseguenze avverse alle quali va incontro. Nel caso
in cui non riuscisse a raggiungere l’obiettivo,
nella persona sopraggiunge un senso di fallimento ed
una svalutazione di sé. Gli effetti negativi, come
quelli del digiuno, o un’eccessiva stanchezza
dovuta ad estenuanti esercizi fisici, rappresentano
la dimostrazione di essere riusciti ad avere un
perfetto controllo sull’alimentazione ed il peso:
l’impegno e la determinazione infatti sono
ritenuti molto importanti.
Tutto
ciò ha un costo dal punto di vista emotivo e
quindi subentrano a breve disturbi depressivi come
pure una certa ansia da prestazione che può
condurre una persona ad impiegare troppo tempo per
svolgere un compito in modo da escludere ogni
possibilità di commettere il più piccolo errore.
I fattori di rischio nello sviluppo
del perfezionismo clinico possono essere sia
ereditari che ambientali. Nel primo caso si
ipotizza l’aumento di serotonina cerebrale che
provocherebbe nelle persone affette da anoressia e
bulimia nervosa la presenza di una certa ossessività,
di disforia oltre che di tratti perfezionistici,
quest’ultimi a volte riscontrati anche in genitori
di persone affette da disturbi dell’alimentazione.
Nel secondo caso è la società stessa che influenza
le persone a raggiungere il massimo livello di ogni
prestazione: ad esempio, prendere voti alti a scuola
diventa sinonimo di grandi capacità e di orgoglio
per i genitori che manifestano affetto ai loro
figli, in particolar modo, quando viene soddisfatta
ogni loro aspettativa in termini di risultati
concreti e quantificabili. L’atteggiamento critico
da parte degli altri può intensificare l’impegno
ad essere perfezionisti: se non faccio qualcosa in
modo perfetto, senza commettere errori, non sarò
amata abbastanza. Così si cercherà in tutti i modi
di appropriarsi di una forma corporea che non è la
nostra, a costo di sacrifici e di impegno costanti
senza tener conto del fatto che le forme del corpo,
determinate geneticamente, si possono modificare
fino ad un certo punto.
Il
perfezionismo clinico contribuisce a mantenere
attivo il disturbo dell’alimentazione, ostacolandone la guarigione. La paura del fallimento si rivela nel
timore di ingrassare e la preoccupazione continua,
in questi casi, porta ad attuare un rigido controllo
sul peso e sull’alimentazione. I comportamenti
messi in atto per raggiungere standard elevati
vengono valutati secondo il pensiero tutto o nulla:
devo seguire una dieta da 800 calorie, non una
caloria in più. Quando questo standard in qualche
caso non è raggiunto e regole così rigide vengono
infrante si diventa vulnerabili e si mettono in atto
comportamenti del tutto opposti a quelli che ci
eravamo prefissati: non esiste una via di mezzo. La
cosa migliore da pensare in questi casi sarebbe
quella di attribuire questi pensieri al disturbo del
quale si soffre e di conseguenza non mettere in atto
comportamenti disfunzionali suggeriti da essi. Il
fatto di aver aggiunto alcune calorie al menu
prestabilito non influisce minimamente
sull’aumento del peso corporeo. Se, ad esempio, mi
capita di gustare qualche biscotto in più, perché
ho fame, o di permettermi un gelato che non mangiavo
da tanto tempo, subentra in me un senso di
fallimento per non essere riuscita a seguire
perfettamente la dieta ed un correre ai ripari
attraverso comportamenti del tutto disfunzionali
come il digiuno, il vomito autoindotto, l’uso di
lassativi e diuretici o un attività fisica
eccessiva.
Quando
si è raggiunto un obiettivo, ad esempio un certo
peso, la valutazione di sé aumenta e questo
ci permette di stabilire una nuova meta, più
elevata, perché ogni volta si opera un
ridimensionamento del livello raggiunto: ciò che si
ottiene non è mai abbastanza!
La
persona affetta da un disturbo dell’alimentazione
che presenta tratti perfezionistici, tende a
valutarsi in modo così rigido in uno o due settori
della propria vita, ad esempio la scuola ed il peso
corporeo, e quindi se le capita di prendere un
brutto voto o non è in grado di seguire una dieta,
sperimenta un senso di fallimento che va ad incidere
profondamente sull’autostima, questo perché la
valutazione di sé avviene in un ambito così
ristretto. Sarebbe opportuno valutarsi meno
rigidamente in
un numero maggiore di settori come la famiglia, la
scuola, gli amici, una relazione sentimentale, gli
hobby: avere dei buoni rapporti in famiglia, delle
amicizie significative o un hobby che appassiona e
che gratifica ci farebbe sentire in grado di
affrontare con serenità quei momenti in cui la
nostra prestazione non è stata del tutto
efficiente. La presenza del perfezionismo clinico va
ad esacerbare ancora di più il disturbo
dell’alimentazione e quindi si dovrebbe condurre
un lavoro a parte su di esso.
Un
esercizio utile è quello di identificare,
attraverso tabelle appropriate, i fattori di rischio
e di mantenimento del proprio perfezionismo per
intervenire su di essi. A volte può capitare di
avere un membro della famiglia che ha sempre attuato
un regime alimentare in modo da non superare mai una
certa quantità di calorie o di evitare di mangiare
certi alimenti considerati ingrassanti: questo modo
di agire potrebbe aver influenzato indirettamente
gli altri componenti della famiglia ad attenersi
alle medesime regole. Le critiche ricevute in
famiglia o a scuola in relazione al peso o alle
forme corporee, o al contrario i complimenti per
aver perso alcuni chili come pure il timore di
prendere peso e di non sentirsi più al centro
dell’attenzione degli altri, potrebbero stimolare
alcune persone ad attuare comportamenti per essere
sempre all’altezza della situazione in modo da
soddisfare degli standard molto elevati che esse
stesse si impongono. A tutti può capitare, in un
certo periodo della propria vita, di prendere
qualche chilo per svariati motivi, ma non per questo
occorre sentirsi dei falliti o cercare di evitare
con ostinazione, impegno e sacrificio che questo
accada. Con un regime alimentare equilibrato ed un
po’ di attività fisica, senza sforzo estremo, si
può recuperare la forma fisica che si aveva in
precedenza. Spesso succede che di fronte ad un
aumento di qualche chilo, le ragazze rifiutino di
mettersi in costume e di andare in spiaggia,
posticipando il momento in
cui lo faranno e cioè dopo aver perso i
chili acquistati: evitare e procrastinare serve a
perpetuare il perfezionismo clinico, ad aumentare le
preoccupazioni nei confronti della prestazione e a
danneggiare la qualità della propria vita senza
tener conto che l’evitamento può divenire un
comportamento abituale che conduce gradualmente
all’isolamento. La tecnica da utilizzare in questi
casi è quella d esporsi alle situazioni
gradatamente cioè iniziando da quelle che suscitano
meno ansia: ogni esposizione va programmata in
anticipo, chiedendo magari a un amico o un familiare
di venire con noi se l’ansia da fronteggiare prima
di esporci è troppo
elevata. Durante l’esposizione occorre
ripetersi che certi pensieri sono dettati dal
disturbo di cui si soffre e che non si deve mettere
in atto i comportamenti disfunzionali suggeriti in
quel contesto. Alla fine dell’esposizione si fa
una valutazione del livello di ansia presente prima
e dopo l’esposizione. L’abitudine di rimandare
in continuazione per evitare la paura del fallimento
può essere così affrontata e superata
definitivamente.
pubblicato
il 10 luglio 2006