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Il perfezionismo clinico in pazienti affetti da disturbi dell'alimentazione

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alimentazione
 
 

Psicologia e Alimentazione

Il perfezionismo clinico in pazienti affetti da disturbi dell'alimentazione

di Maria Pia Santucci

La presenza di tratti perfezionistici può essere considerata un fattore di rischio e di mantenimento per i disturbi dell’alimentazione e, diversamente da una sana ricerca di eccellere in ciò che si fa, implica una valutazione di sé che dipende dal perseguire standard esigenti che la persona si impone in uno o più settori della propria vita ritenuti personalmente molto importanti, come quello del controllo dell’alimentazione, del peso e delle forme corporee per le persone affette da un disturbo dell’alimentazione, e tutto ciò nonostante le conseguenze avverse alle quali va incontro. Nel caso in cui non riuscisse a raggiungere l’obiettivo, nella persona sopraggiunge un senso di fallimento ed una svalutazione di sé. Gli effetti negativi, come quelli del digiuno, o un’eccessiva stanchezza dovuta ad estenuanti esercizi fisici, rappresentano la dimostrazione di essere riusciti ad avere un perfetto controllo sull’alimentazione ed il peso: l’impegno e la determinazione infatti sono ritenuti molto importanti.

Tutto ciò ha un costo dal punto di vista emotivo e quindi subentrano a breve disturbi depressivi come pure una certa ansia da prestazione che può condurre una persona ad impiegare troppo tempo per svolgere un compito in modo da escludere ogni possibilità di commettere il più piccolo errore.  I fattori di rischio nello sviluppo del perfezionismo clinico possono essere sia ereditari che ambientali. Nel primo caso si ipotizza l’aumento di serotonina cerebrale che provocherebbe nelle persone affette da anoressia e bulimia nervosa la presenza di una certa ossessività, di disforia oltre che di tratti perfezionistici, quest’ultimi a volte riscontrati anche in genitori di persone affette da disturbi dell’alimentazione. Nel secondo caso è la società stessa che influenza le persone a raggiungere il massimo livello di ogni prestazione: ad esempio, prendere voti alti a scuola diventa sinonimo di grandi capacità e di orgoglio per i genitori che manifestano affetto ai loro figli, in particolar modo, quando viene soddisfatta ogni loro aspettativa in termini di risultati concreti e quantificabili. L’atteggiamento critico da parte degli altri può intensificare l’impegno ad essere perfezionisti: se non faccio qualcosa in modo perfetto, senza commettere errori, non sarò amata abbastanza. Così si cercherà in tutti i modi di appropriarsi di una forma corporea che non è la nostra, a costo di sacrifici e di impegno costanti senza tener conto del fatto che le forme del corpo, determinate geneticamente, si possono modificare fino ad un certo punto.

Il perfezionismo clinico contribuisce a mantenere attivo il disturbo dell’alimentazione, ostacolandone la guarigione. La paura del fallimento si rivela nel timore di ingrassare e la preoccupazione continua, in questi casi, porta ad attuare un rigido controllo sul peso e sull’alimentazione. I comportamenti messi in atto per raggiungere standard elevati vengono valutati secondo il pensiero tutto o nulla: devo seguire una dieta da 800 calorie, non una caloria in più. Quando questo standard in qualche caso non è raggiunto e regole così rigide vengono infrante si diventa vulnerabili e si mettono in atto comportamenti del tutto opposti a quelli che ci eravamo prefissati: non esiste una via di mezzo. La cosa migliore da pensare in questi casi sarebbe quella di attribuire questi pensieri al disturbo del quale si soffre e di conseguenza non mettere in atto comportamenti disfunzionali suggeriti da essi. Il fatto di aver aggiunto alcune calorie al menu prestabilito non influisce minimamente sull’aumento del peso corporeo. Se, ad esempio, mi capita di gustare qualche biscotto in più, perché ho fame, o di permettermi un gelato che non mangiavo da tanto tempo, subentra in me un senso di fallimento per non essere riuscita a seguire perfettamente la dieta ed un correre ai ripari attraverso comportamenti del tutto disfunzionali come il digiuno, il vomito autoindotto, l’uso di lassativi e diuretici o un attività fisica eccessiva.

Quando si è raggiunto un obiettivo, ad esempio un certo peso, la valutazione di sé aumenta e questo ci permette di stabilire una nuova meta, più elevata, perché ogni volta si opera un ridimensionamento del livello raggiunto: ciò che si ottiene non è mai abbastanza!

La persona affetta da un disturbo dell’alimentazione che presenta tratti perfezionistici, tende a valutarsi in modo così rigido in uno o due settori della propria vita, ad esempio la scuola ed il peso corporeo, e quindi se le capita di prendere un brutto voto o non è in grado di seguire una dieta, sperimenta un senso di fallimento che va ad incidere profondamente sull’autostima, questo perché la valutazione di sé avviene in un ambito così ristretto. Sarebbe opportuno valutarsi meno rigidamente  in un numero maggiore di settori come la famiglia, la scuola, gli amici, una relazione sentimentale, gli hobby: avere dei buoni rapporti in famiglia, delle amicizie significative o un hobby che appassiona e che gratifica ci farebbe sentire in grado di affrontare con serenità quei momenti in cui la nostra prestazione non è stata del tutto efficiente. La presenza del perfezionismo clinico va ad esacerbare ancora di più il disturbo dell’alimentazione e quindi si dovrebbe condurre un lavoro a parte su di esso.

Un esercizio utile è quello di identificare, attraverso tabelle appropriate, i fattori di rischio e di mantenimento del proprio perfezionismo per intervenire su di essi. A volte può capitare di avere un membro della famiglia che ha sempre attuato un regime alimentare in modo da non superare mai una certa quantità di calorie o di evitare di mangiare certi alimenti considerati ingrassanti: questo modo di agire potrebbe aver influenzato indirettamente gli altri componenti della famiglia ad attenersi alle medesime regole. Le critiche ricevute in famiglia o a scuola in relazione al peso o alle forme corporee, o al contrario i complimenti per aver perso alcuni chili come pure il timore di prendere peso e di non sentirsi più al centro dell’attenzione degli altri, potrebbero stimolare alcune persone ad attuare comportamenti per essere sempre all’altezza della situazione in modo da soddisfare degli standard molto elevati che esse stesse si impongono. A tutti può capitare, in un certo periodo della propria vita, di prendere qualche chilo per svariati motivi, ma non per questo occorre sentirsi dei falliti o cercare di evitare con ostinazione, impegno e sacrificio che questo accada. Con un regime alimentare equilibrato ed un po’ di attività fisica, senza sforzo estremo, si può recuperare la forma fisica che si aveva in precedenza. Spesso succede che di fronte ad un aumento di qualche chilo, le ragazze rifiutino di mettersi in costume e di andare in spiaggia, posticipando il momento in  cui lo faranno e cioè dopo aver perso i chili acquistati: evitare e procrastinare serve a perpetuare il perfezionismo clinico, ad aumentare le preoccupazioni nei confronti della prestazione e a danneggiare la qualità della propria vita senza tener conto che l’evitamento può divenire un comportamento abituale che conduce gradualmente all’isolamento. La tecnica da utilizzare in questi casi è quella d esporsi alle situazioni gradatamente cioè iniziando da quelle che suscitano meno ansia: ogni esposizione va programmata in anticipo, chiedendo magari a un amico o un familiare di venire con noi se l’ansia da fronteggiare prima di esporci è troppo  elevata. Durante l’esposizione occorre ripetersi che certi pensieri sono dettati dal disturbo di cui si soffre e che non si deve mettere in atto i comportamenti disfunzionali suggeriti in quel contesto. Alla fine dell’esposizione si fa una valutazione del livello di ansia presente prima e dopo l’esposizione. L’abitudine di rimandare in continuazione per evitare la paura del fallimento può essere così affrontata e superata definitivamente.

pubblicato il 10 luglio 2006


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