Spesso la perdita di peso è ostacolata dalla
presenza di ricorrenti abbuffate, caratterizzate
dalla sensazione di perdita di controllo su ciò che
si sta mangiando e da un’elevata quantità di cibo
nell’arco di circa 2 ore, maggiore di quella che
altri mangerebbero nello stesso intervallo di tempo
ed in circostanze simili.
Nel caso in cui non si faccia ricorso a comportamenti di
compenso utilizzati allo scopo di prevenire
l’aumento di peso, come il vomito autoindotto,
l’abuso di diuretici e lassativi, il digiuno o
un’attività fisica eccessiva, la cui presenza ci
induce a fare una diagnosi di bulimia nervosa, si può
parlare di disturbo da alimentazione incontrollata
dall’inglese “Binge eating disorder”
caratterizzato dalla presenza di sovrappeso o obesità.
Affrontare una dieta per perdere peso,
in questo caso, comporta
innanzitutto la conquista di un modo
regolare di alimentarsi poiché
l’introito di cibo è elevato ed irregolare anche
la di fuori degli episodi di abbuffate. Il
dimagrimento, per cui di solito si richiede un
trattamento specialistico, diventa un obiettivo
secondario da raggiungere solamente dopo la
normalizzazione dell’alimentazione e
l’eliminazione delle abbuffate.
E’ chiaro che la presenza di un regime alimentare
altamente irregolare, caratterizzato da una presenza
frequente di abbuffate, rende la perdita di peso una
meta non facile da perseguire in un’esistenza già
costellata da molti tentativi falliti di seguire una
dieta. Da qui scaturiscono alcuni ostacoli che
portano la maggior parte delle persone ad
abbandonare la terapia, in primo luogo la delusione
per una mancata perdita di peso che, come dicevamo,
dovrebbe avvenire dopo la normalizzazione
dell’alimentazione che a volte necessita di tempo
per realizzarsi. Risulta un po’ difficile porsi
come obiettivo primario il dimagrimento se prima non
si cerca di regolarizzare l’introito di cibo
suddividendolo nei 3 pasti principali più 2
spuntini al giorno.
In alcuni casi accade che dopo aver iniziato la
terapia ed aver assaporato da subito una
certa gioia mista a soddisfazione alla vista
dell’ago della bilancia che oscilla in senso di
una piccola perdita di peso, l’abituale modo di
nutrirsi irregolare e che necessita di impegno e di
tempo per essere debellato torna a fare capolino da
dietro l’angolo di un desiderio consapevole di non
voler rinunciare completamente ad un vecchio stile
di vita, negando
così quel cambiamento necessario a lasciarsi alle
spalle molte abitudini dannose legate
all’alimentazione. Oltretutto, bisogna tener conto
che certi cibi considerati erroneamente ingrassanti
e particolarmente gustosi non verranno estromessi
dal programma alimentare, ma bensì saranno
introdotti gradualmente per entrare poi a far parte
dell’alimentazione quando saremo liberi di
gestirla senza dover far ricorso ad abbuffate o
episodi di iperalimentazione in modo da restituire
al cibo la sua funzione di nutrimento.
Per fare diagnosi di disturbo da alimentazione
incontrollata occorre la presenza di abbuffate
almeno due giorni la settimana nel senso che esse
non sono limitate ad un periodo di tempo ma possono
continuare per tutta la giornata, diversamente dalla
diagnosi di bulimia nervosa in cui troviamo come
minimo due episodi di abbuffate la settimana.
In entrambi i disturbi sono presenti la preoccupazione
per il peso, le forme
corporee e l’alimentazione mentre nel disturbo da
alimentazione incontrollata mancano elevati livelli
di restrizione alimentare ed un’eccessiva
importanza attribuita alla magrezza nella
valutazione di sé. Il peggioramento del tono
dell’umore è associato all’aumento delle
abbuffate mentre la presenza di depressione sembra
connessa alla vergogna nei confronti di un corpo da
nascondere sotto abiti larghi o da evitare di
esporre al mare, in piscina o in palestra fino ad
arrivare ad isolarsi sempre di più. I sentimenti di
frustrazione e di tristezza che ne derivano non
fanno altro che rafforzare il ricorso al cibo in
modo esagerato come fonte di consolazione e di
supporto morale. Si crea così un circolo vizioso,
difficile da interrompere se non si interviene con
tecniche appropriate.
All’inizio della terapia, occorre avere un
quadro ben preciso del tipo di
alimentazione che la persona affetta da disturbo da
alimentazione incontrollata attua nell’arco di una
settimana e questo lo si può vedere attraverso la
compilazione quotidiana di un diario alimentare.
L’analisi del diario ci permette di identificare le
situazioni che innescano il meccanismo delle
abbuffate e quali stati emotivi influiscono sul modo
di nutrirsi, così da identificare importanti
fattori di mantenimento del disturbo. Con
l’adozione di un regime alimentare vario ed
equilibrato nella scelta degli alimenti, come pure
l’introduzione di una moderata attività fisica di
almeno 30 minuti al giorno, attraverso l’uso del
diario quotidiano della pianificazione si inizia a
regolarizzare l’introito di cibo facendo ricorso a
tecniche di controllo dell’alimentazione, come ad
esempio il conteggio delle calorie, per divenire
finalmente consapevoli di ciò che si mangia.
Tecniche specifiche verranno utilizzate nel
controllo di stimoli sia interni che esterni.
Spesso il timore di avere meno cibo a disposizione per
placare l’ansia, può a sua volta provocare un
innalzamento della stessa per cui è necessario
capire che proprio questo modo errato di utilizzare
il cibo può essere sostituito con attività
alternative gratificanti che non hanno certo il
pregio di ridurre immediatamente l’ansia ma con il
tempo ed una certa perseveranza
ciò potrà avvenire.
Mediante
la ristrutturazione cognitiva si lavora sui pensieri
disfunzionali, alcuni dei quali legati ai pregiudizi
nei confronti dell’obesità visto che l’introito
eccessivo di cibo viene spesso considerato un segno
di debolezza, come pure di mancanza di forza di
volontà e di autodisciplina, con la conseguenza di
provocare in chi lo attua sensi di colpa e di
vergogna che peggiorano l’autostima e rafforzano
il rapporto tra abbuffate e depressione.
pubblicato
il
5 febbraio
2007