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Buona notte, oggi è lunedì 12 maggio 2008

Il fotoinvecchiamento

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Il fotoinvecchiamento

I raggi ultravioletti (UV) A e B, gli infrarossi e la luce visibile raggiungono e penetrano la pelle. Più del 90% dei raggi UV B viene arrestato dall’epidermide – il 70% dal solo strato corneo. L’epidermide fa da barriera anche ai raggi UV A, ma il 20% raggiunge comunque il derma, e questa piccola percentuale è sufficiente a provocare importanti effetti biologici.

I raggi ultravioletti agiscono sui diversi costituenti cellulari – proteine, acidi nucleici, membrane… danneggiano i capillari e i fibroblasti. I raggi UV B inducono la formazione di dimeri nella catena del DNA, un fenomeno che blocca la traduzione delle informazioni genetiche cellulari e impedisce la riparazione di questo danno. Ne conseguono difetti metabolici (l’invecchiamento) ed eventualmente la morte cellulare o l’acquisizione di proprietà di moltiplicazione disordinata, come nel caso del cancro. Tutti questi danni sono ulteriormente peggiorati dal rilascio di radicali liberi a livello delle membrane citoplasmatiche.

In questi ultimi anni i radicali liberi hanno assunto una grande importanza nella spiegazione di numerosi processi biologici, tanto che li si può considerare come scorie del metabolismo cellulare. Le radiazioni ionizzanti provenienti dai raggi X e gamma sono talmente potenti da poter rompere le molecole di acqua, interrompendo così il legame tra un atomo di idrogeno e uno di ossigeno, e producendo il radicale libero idrossile (OH), estremamente reattivo. I raggi ultravioletti non sono radiazioni ionizzanti e non sono in grado di distruggere le molecole di acqua; per contro, essi possono essere assorbiti da alcune molecole biologiche. Questo assorbimento di energia provoca l’eccitazione degli elettroni periferici della molecola biologica, e se il fotone è sufficientemente energetico, grazie alla sottrazione del suo elettrone periferico si ha la creazione di un radicale libero molto reattivo. L’ossigeno possiede due elettroni e tende ad apportarne uno per sostituire l’elettrone che gli viene sottratto: la molecole viene allora trasformata in un derivato perossido la cui attività biologica può essere completamente diversa da quella della molecola iniziale. In altri casi, la molecola che ha assorbito i fotoni viene portata a uno stato più energetico. Questa energia viene comunicata all’ossigeno, che diventa ossigeno attivo fortemente ossidante. Atomi e molecole così caratterizzati da una forte energia distruggono tutto quello che incontrano, fino a quando non vengono neutralizzati. Le diverse molecole biologiche come gli acidi grassi insaturi delle membrane cellulari, le proteine, le microfibre di collagene, gli aminoacidi, i lipidi, l’acido ialuronico, il DNA dei cromosomi, e così via, possono così far nascere altri radicali liberi a seguito di una vera e propria reazione a catena. L’alterazione delle molecole biologiche conduce alla perdita delle funzioni fisiologiche, e le trasformazioni provocate dal DNA fanno pesare il rischio di cancerizzazione. Tuttavia, esistono molecole capaci di intercettare i radicali liberi, di rompere la catena di reazione dei radicali e di proteggere le molecole, come è per esempio il caso della provitamina A, delle vitamine antiossidanti C ed E, dello zinco, del selenio o dei carotenoidi.

L’invecchiamento foto-indotto
L’invecchiamento cutaneo è caratterizzato dalla comparsa di segni o di lesioni che precedentemente non esistevano. Le più comuni e le più precoci sono rappresentate dalle macchie di colore più o meno intenso che compaiono sul dorso delle mani e sul viso. Note anche come “macchie senili”, si tratta di piccole placche senza rilievo la cui colorazione è diversa da quella del resto della pelle. Queste macchie traducono semplicemente l’iperproduzione di melanociti, o in altri termini, in alcune zone del corpo i melanociti si mettono a funzionare molto di più per ragioni sconosciute. Altre lesioni colorate e in rilievo possono comparire sulla schiena e sul torace, la loro superficie assomiglia in questo caso a quella di un cavolfiore. Si tratta delle cosiddette “verruche seborroiche” (cheratosi seborroiche), che non sono gravi ma vengono talvolta confuse con lesioni più serie come i melanomi. Le cheratosi actiniche, lesioni dermiche precancerose, sono invece diverse. Si tratta di ispessimenti localizzati della pelle, che si squama. Se il soggetto cerca di rimuovere le squame, interviene un piccolo sanguinamento. Queste lesioni, considerate a tutti gli effetti precancerose, compaiono soprattutto sulle zone più esposte al sole, come il viso e il dorso delle mani. L’invecchiamento cutaneo è infine responsabile della porpora o delle pseudo-cicatrici. La perdita di spessore della pelle dovuta all’età è un altro segno di invecchiamento che comporta un’atrofia del derma e dell’epidermide. Il prurito, la secchezza e le rughe sono altri sintomi del normale invecchiamento. Il sole aggrava e accelera la comparsa di tutti questi sintomi, e l’invecchiamento cutaneo prematuro non è altro che il primo effetto cronico dell’esposizione esagerata al sole, che si manifesta in genere 10 o 20 anni dopo l’irradiazione.

Come il sole agisce sull’invecchiamento
I raggi ultravioletti agiscono sulle cellule della pelle rompendo le catene di DNA che vengono in permanenza corrette dagli enzimi di riparazione. Se il meccanismo viene sovraccaricato, come nel caso di un’esposizione prolungata, le cellule dello strato basale che assicurano il rinnovamento cutaneo vengono danneggiate. La loro produzione di melanina, di collagene e di elastina diminuisce, provocando l’elastosi solare. Pelle secca, rughe più marcate, perdita di elasticità, pigmentazione, porpora, teleangectasie (comparsa di capillari in superficie), atrofia dell’epidermide e disidratazione sono tutti stigmate dell’invecchiamento. La rarefazione del tessuto connettivo, soprattutto se associata a una perdita di peso dopo una fase di obesità, comporta la caduta dei tessuti molli come quelli delle guance o delle palpebre. L’abbronzatura eccessiva accelera l’invecchiamento della pelle e non arreca un danno solo estetico: l’invecchiamento cutaneo prematuro favorisce l’irritazione cutanea e le reazioni ai farmaci, rallentando allo stesso tempo la velocità di cicatrizzazione. La pelle diventa più permeabile ai diversi allergeni, la percezione sensoriale e termica diminuisce.

La prevenzione
Evitare l’eccessiva esposizione al sole e le variazioni improvvise di peso è già un grande aiuto per limitare i danni. Attualmente i mezzi disponibili per lottare contro l’invecchiamento cutaneo sono di quattro ordini:

® i prodotti cosmetici
® l’applicazione esterna di ormoni o di vitamina A acida
® le iniezioni di collagene e di fillers
® i metodi fisico-chimici come il peeling, la dermoabrasione…

I prodotti cosmetici antirughe hanno l’obiettivo di migliorare l’idratazione dello strato corneo e la qualità del film idrolipidico di superficie aumentando allo stesso tempo lo spessore dell’epidermide. Questi prodotti tentano di stimolare i fibroblasti nella loro sintesi di collagene, di elastina, di proteoglicani e di glicoproteine. Tra quelli utilizzati, l’acido ialuronico e l’elastina sono di particolare interesse per i cosmetologi. Gli estratti di soia e di avocado, gli estratti placentari embrionali o amniotici, l’olio di onagro e il silicio fanno parte dei componenti delle creme antirughe comuni che agiscono soprattutto attraverso un effetto gonfiante e idratante sull’epidermide piuttosto che attraverso un vero effetto rigenerante a livello del derma.

Psicologia dell’abbronzatura
La popolarità dell’abbronzatura viene spesso attribuita a Coco Chanel, la prima donna di alto profilo ad aver intenzionalmente abbronzato la pelle tutto l’anno. Tuttavia, le variazioni nell’apprezzamento della pelle pallida rispetto a quella abbronzata furono graduali. Per la maggior parte del diciannovesimo secolo la pelle scura era considerata un segno di status sociale basso perché significava che il soggetto lavorava all’aperto, ma con la rivoluzione industriale dei primi del ‘900 la working class si spostò all’interno, nelle fabbriche e negli uffici, e gradualmente l’abbronzatura iniza a diventare uno status symbol, la prova che la persona disponeva di tempo libero da trascorrere in divertimenti all’aperto. Uno studio condotto in California sui frequentatori abituali di una spiaggia ha dimostrato che l’abbronzatura esprime il desiderio di presentare di sé l’immagine di persona attiva, sana e attraente, e chi si espone al sole per lunghe ore è meno preoccupato della propria vera salute che dall’aspetto di persona sana. Recentemente una ricerca condotta dall’Università di Miami su 250 studenti dei due sessi ha prodotto risultati simili. Agli studenti venivano mostrate quattro immagini che mostravano quattro persone diverse. Gli studenti dovevano attribuire un voto alle persone ritratte in termini di caratteristiche della personalità, attrattività e altri attributi. Il risultato ha mostrato che le persone abbronzate erano giudicate più attraenti, popolari, sexy, atletiche e più preoccupate della loro salute rispetto alle persone non abbronzate. Tuttavia, l’abbronzatura era considerata meno attraente quando si veniva a sapere che era stata ottenuta intenzionalmente attraverso ore e ore di esposizione al sole, piuttosto che indirettamente con l’attività fisica all’aperto. Gli “abbronzati intenzionali” erano giudicati più vanitosi e preoccupati del giudizio altrui rispetto ai non-abbronzati, ma anche in questo caso i soggetti abbronzati erano valutati globalmente meglio rispetto a quelli non abbronzati.

Ma perché ci abbandoniamo ai raggi del sole anche se sappiamo che è pericoloso e che fa invecchiare prematuramente la nostra pelle? In parte, secondo gli psicologici, tutti soffriamo della cosiddetta “illusione dell’invulnerabilità”. In generale, tendiamo a ritenere che a noi non capiteranno eventi negativi, almeno nel breve termine. Le ricerche hanno dimostrato che le persone a cui viene richiesto di stimare il proprio rischio di contrarre una particolare malattia e di confrontarlo a quello degli altri, tendono in genere a valutarsi meno a rischio rispetto a tutto il resto della popolazione perché hanno in mente un’immagine stereotipata della vittima potenziale di una certa malattia, e si vedono molto diverse rispetto a questa immagine. Per esempio, è opinione comune che la vittima di AIDS sia un omosessuale maschio, perciò un’eterosessuale femmina potrebbe usare questa informazione per razionalizzare il suo basso rischio in caso di sesso non protetto. Chi continua a esporsi al sole nonostante i continui avvertimenti riguardo alla pericolosità di questo atteggiamento lo fa perché ritiene, per qualche ragione, di essere al riparo da qualsiasi forma di cancro della pelle, e pensa che il sole non la farà invecchiare precocemente. Queste convinzioni sono molto difficili – se non impossibili – da sradicare: un esperimento condotto negli Stati Uniti su 500 soggetti di entrambi i sessi ha dimostrato che nonostante la visione di un video molto esplicito sulla relazione tra l’eccessiva esposizione al sole e lo sviluppo del tumore della pelle, nelle interviste successive la maggior parte degli intervistati riteneva ancora che i benefici dell’abbronzatura come l’aspetto più attraente fossero molto superiori ai rischi, e che a loro non sarebbe capitato né di ammalarsi di melanoma, né tantomeno di sviluppare precocemente rughe e macchie cutanee.


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