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Le protesi mammarie: cosa sono, come sono, quanto durano

Le protesi mammarie sono un dispositivo medico che viene impiantato sotto la ghiandola mammaria (impianto retroghiandolare) oppure al di sotto del muscolo pettorale (impianto retromuscolare) per aumentare la dimensione del seno (chirurgia estetica), per ricostruirlo a seguito di un trauma o di un tumore (chirurgia plastica ricostruttiva), oppure per sostituire le protesi esistenti (revisione).

Posizionamento delle protesi mammarie
esempio di protesi testurizzate,
immagine © Mentor

Impiegate fin dal 1962, data dell’introduzione del primo modello in silicone, le protesi mammarie sono costituite da un guscio (involucro) esterno in elastomero di silicone riempito di gel di silicone oppure di soluzione salina. Le protesi mammarie devono essere costruite in materiali chimicamente inerti, non allergenici, non carcinogenici, resistenti agli stress meccanici, impermeabili ai fluidi corporei, non irritanti, producibili nelle forme e nelle dimensioni desiderate, e sterilizzabili. Le protesi variano in profilo, dimensione, e superficie del guscio (liscia o testurizzata).

L’FDA (Food and Drug Administration) americana ha approvato la commercializzazione di due soli tipi di protesi mammarie - quelle al gel di silicone e quelle con soluzione salina - prodotti da due soli costruttori; tutte le altre tipologie di protesi, per l’FDA, sono considerate sperimentali, e in quanto tali non possono essere commercializzate negli Stati Uniti.

L’FDA è l’agenzia statale statunitense responsabile della sicurezza e dell’efficacia di tutti i farmaci, le sostanze biologiche, i vaccini, e i presidi medici, compresi quelli impiegati per la diagnosi, il trattamento e la prevenzione delle malattie infettive. Nessun farmaco, vaccino, o presidio medico o chirurgico  può essere commercializzato negli Stati Uniti senza la previa autorizzazione di questo ente. In linea di massima, nell’autorizzare la commercializzazione di farmaci e presidi, la corrispondente agenzia europea recepisce le indicazioni dell’FDA senza richiedere ulteriori sperimentazioni.

In particolare, le protesi con soluzione salina sono approvate per la mastoplastica additiva in soggetti con 18 anni o più di età, quelle al gel di silicone per la mastoplastica additiva in soggetti con 22 anni o più, mentre entrambi i tipi di protesi sono approvati per la ricostruzione del seno in donne di qualsiasi età. Perché queste differenze? In primo luogo, perché l’FDA ritiene che le donne di età inferiore ai 18 anni non siano in grado di fare una scelta del tutto consapevole, e quindi le esclude dal novero delle possibili pazienti; e in secondo luogo perché le restrizioni legate all’età sono relative alla diversa natura dei due tipi di protesi, per esempio quelle al gel di silicone comportano il sottoporsi più frequentemente alla risonanza magnetica per scoprire eventuali rotture - le cosiddette “rotture silenziose” in quanto possono sfuggire sia alla donna, sia al suo medico - mentre non vi è rischio di questa tipologia di rottura per le protesi con soluzione salina. Infine, le conseguenze della rottura di una protesi con soluzione salina sono diverse da quelle della rottura di una protesi al gel, come vedremo in seguito.

Il gel di silicone ha una viscosità molto simile a quella del grasso umano, un componente maggiore del tessuto mammario femminile. La soluzione salina, per contro, non è comprimibile e conferisce al seno operato un aspetto più sodo.

Le protesi mammarie si usano per:

  • aumento primario (mastoplastica additiva primaria) per aumentare la dimensione del seno per ragioni estetiche
  • revisione-aumento (mastoplastica additiva secondaria) per correggere o migliorare i risultati di una precedente mastoplastica additiva
  • ricostruzione primaria per sostituire il tessuto che è stato rimosso a causa di un tumore o di un trauma, o che non si è sviluppato a causa di una grave anomalia
  • revisione-ricostruzione (revisione secondaria) per correggere o migliorare i risultati di una precedente chirurgia ricostruttiva

I principali rischi connessi all’impianto di protesi mammarie dei due tipi descritti sopra sono:

  • reintervento, con o senza rimozione delle protesi

  • contrazione capsulare (indurimento dell’area che circonda le protesi)

  • dolore

  • cambiamenti nella sensibilità dei capezzoli e del seno

  • rottura con sgonfiamento delle protesi con soluzione salina

  • rottura con o senza sintomi delle protesi al gel di silicone

  • migrazione del gel di silicone (solo per protesi al gel di silicone)

Secondo i dati pubblicati dalla prestigiosa American Society of Plastic Surgeons, negli Stati Uniti nel 2003 sono stati eseguiti 255.000 interventi di mastoplastica additiva e 68.000 interventi ricostruttivi con impianto di protesi mammarie a seguito di mastectomia o per altre condizioni, per un totale di 323.000 interventi, quasi il doppio di quelli eseguiti nel 1998. Sempre nel 2003, altre 45.000 pazienti di mastoplastica additiva e 17.000 pazienti di ricostruttiva si sono sottoposte a intervento chirurgico per rimuovere le protesi precedentemente impiantate.

Le protesi mammarie non durano per sempre, e chi opta per questa chirurgia deve sapere che nell’arco della vita probabilmente dovrà sottoporsi a un nuovo intervento a causa della rottura delle protesi o per altre complicazioni, per esempio la contrazione capsulare. Secondo il Core Study dell’FDA, il più ampio mai condotto, nelle pazienti sottoposte a intervento e successivamente controllate con risonanza magnetica, la percentuale di rottura delle protesi (produttore: Mentor) è dello 0.5% nell’intervento primario, del 7.7% nell’intervento di revisione-aumento, dello 0.9% nella ricostruzione primaria, e dello 0% per la revisione-ricostruzione (in 3 anni); queste percentuali variano al variare del produttore, e nel caso della Allergan risultano del 2.7% nell’intervento primario, del 4.0% nell’intervento di revisione-aumento, dello 0% nella ricostruzione primaria, dello 0% nella revisione-ricostruzione (in 4 anni).

Vi sono inoltre altre considerazioni che l’aspirante paziente deve tenere presenti per effettuare una scelta consapevole: molti dei cambiamenti del seno successivi all’impianto delle protesi mammarie sono irreversibili, e se in futuro si sceglie di rimuovere le protesi e di non sostituirle, il seno non recupera l’aspetto che aveva prima dell’intervento. Viceversa, quando si sceglie di sostituire le protesi con altre protesi (revisione), i rischi di complicazione aumentano rispetto a quelli presenti nell’intervento precedente (mastoplastica additiva primaria), come mostrano le percentuali del Core Study dell’FDA riportate sopra.

Le complicazioni locali
La contrazione capsulare e la rottura/sgonfiamento delle protesi rappresentano le complicazioni locali più comuni che possono intervenire sia con le protesi al gel di silicone, sia con quelle con soluzione salina.

La contrazione capsulare ha luogo quando il tessuto cicatriziale o capsula che normalmente si forma intorno alla protesi si irrigidisce e la “strizza”. L’effetto si può avere su una sola o su entrambe le protesi. I cosiddetti Baker grades definiscono i quattro livelli del fenomeno:

  • Grado I, il seno è normalmente morbido e ha un aspetto naturale

  • Grado II, il seno è leggermente indurito ma ha un aspetto naturale

  • Grado III, il seno è indurito e ha una spetto innaturale (anomalo)

  • Grado IV, il seno è duro, dolente, e ha un aspetto innaturale (anomalo)

La contrazione capsulare può richiedere il reintervento, soprattutto per i gradi III e IV, e in caso di sostituzione delle protesi, può verificarsi di nuovo. L’immagine mostra una contrattura capsulare di Grado IV nel seno destro di una donna di 29 anni a 7 anni dall’impianto retroghiandolare di protesi mammarie al gel di silicone:

La rottura/sgonfiamento delle protesi mammarie può aver luogo, in casi rarissimi, anche nei primi mesi successivi all’intervento, o anche dopo molti anni. Le possibili ragioni della rottura sono l’invecchiamento naturale delle protesi, il danno da strumenti chirurgici, un’eccessiva manipolazione delle protesi durante l’intervento, biopsie successive all’intervento, drenaggio di fluidi, (molto raramente) compressione eccessiva durante una mammografia, stress o trauma o pressione fisica intensa, trauma da incidente, contrattura capsulare, inserimento della protesi attraverso un’incisione praticata nell’ombelico a causa dell’eccessiva manipolazione della protesi che questa tecnica chirurgica comporta.

Quando si rompe una protesi al gel di silicone, alcune donne possono osservare una riduzione nella dimensione del seno, la formazione di noduli duri, un aspetto diseguale dei seni, dolore o al contrario rilassamento eccessivo, gonfiore, perdita di sensibilità, bruciore o altre variazioni nelle sensazioni. Altre donne possono invece subire una rottura della protesi al gel di silicone senza neppure accorgersene (rottura silenziosa).

Il silicone
Il silicone è un componente del polimero inorganico silicone, ed è uno degli elementi più abbondantemente presenti sulla terra. Sfuggirgli è impossibile perché è praticamente ubiquo, infatti è presente negli oli lubrificanti, i sigillanti che si usano in casa, il balsamo per i capelli, tanto per citare alcune applicazioni tra le più banali… Un recente studio scientifico citato dall’FDA ha accertato che il silicone contenuto nelle protesi mammarie è presente anche nei tessuti che le circondano, e tuttavia, i risultati dell’indagine non provano che la sostanza sia responsabile di reazioni tossiche o immunologiche avverse alle protesi mammarie, soprattutto dato che più di un silicone citato dallo studio è presente in molti alimenti e in altri prodotti di uso comune, quali i farmaci e i cosmetici. In altre parole: l’esposizione ai siliconi da fonti diverse dalle protesi mammarie è diffusissima, e nonostante il continuo interesse nelle potenziali reazioni avverse a queste sostanze, l’informazione scientifica corrente non è mai riuscita a fornire una prova convincente dei loro effetti immunologici avversi: la percentuale delle malattie autoimmuni nelle donne con protesi mammarie è identica a quella della popolazione generale.

La risonanza magnetica è l’unica metodica che consente di valutare la rottura di una protesi al gel ed eventuali perdite che ne conseguono. Il gel può fuoriuscire dalla capsula e migrare lontano dal seno dando origine alla formazione di escrescenze, dette granulomi, che si possono formare nel seno, nel torace, nel cavo ascellare, nel braccio, o perfino nell’addome. In genere in questi casi si ricorre al reintervento anche se non vi è fuoriuscita di gel di silicone dalla protesi.

La risonanza magnetica
Il metodo migliore per verificare l’integrità delle protesi mammarie al gel di silicone è la risonanza magnetica; secondo le raccomandazioni dell’Institute of Medicine americano, le donne portatrici di protesi mammarie dovrebbero sottoporsi alla prima risonanza tre anni dopo l’intervento, e successivamente ripetere l’esame ogni due anni. Le conseguenze della rottura delle protesi mammarie comprendono la rottura intracapsulare (il gel rimane all’interno della capsula di tessuto cicatriziale che circonda la protesi), gel extracapsulare (il gel si sposta all’esterno della capsula ma rimane all’interno del tessuto mammario), migrazione del gel (il gel si sposta al di fuori della capsula).

Quando invece la rottura avviene a una protesi con soluzione salina, questa fuoriesce sia da una valvola danneggiata, sia da una rottura verificatasi nel guscio della protesi. Lo sgonfiamento può essere immediato oppure progressivo per giorni, mesi o anche anni, e viene osservato grazie alla variazione di dimensione o di forma della protesi. Gli impianti sgonfi devono venire sostituiti. L’immagine mostra lo sgonfiamento di protesi con soluzione salina in una donna di 30 anni.

Rimozione delle protesi
A seguito di una grave contrazione capsulare o di rottura/sgonfiamento delle protesi, è necessario reintervenire chirurgicamente per rimuoverle, eventualmente impiantandone di nuove. Molte donne optano per sostituzione delle protesi, soprattutto perché è impossibile recuperare l’aspetto che il seno aveva prima dell’intervento di mastoplastica additiva, come mostra l’immagine che ritrae una donna di 29 anni dopo rimozione delle protesi al gel di sicilicone, senza sostituzione delle protesi rimosse.

Per rispondere ad alcune preoccupazioni diffuse nel pubblico riguardo la sicurezza delle protesi mammarie e dell’intervento di mastoplastica additiva, l’Institute of Medicine (IOM) ha ufficialmente reso note le sue conclusioni:

le protesi mammarie non aumentano il rischio di tumore al seno o di recidive di tumore al seno. Tuttavia, è indispensabile che le donne con protesi si sottopongano regolarmente ai controlli – autoesame del seno, mammografia, ecografia, risonanza magnetica

Mammografia e protesi mammarie
Le donne portatrici di protesi mammarie che appartengono al gruppo di età per il quale è raccomandato di sottoporsi a mammografie di routine devono sapere che le protesi possono complicare il normale svolgimento dell’esame e l’interpretazione dei suoi risultati. Infatti, la presenza delle protesi può interferire con il rilevamento precoce di un tumore sia perché nasconde lesioni sospette, sia perché rende più difficoltoso includerle nell’immagine. Tuttavia, alcuni autori sostengono che la presenza delle protesi può addirittura aiutare nell’indagine del tumore in quanto la protesi spinge e comprime il tessuto mammario. La rottura/sgonfiamento delle protesi mammarie a causa della compressione esercitata durante la mammografia è invece un fenomeno possibile ma statisticamente molto improbabile: 41 casi tra il 1992 e il 2002 su molte migliaia di mammografie eseguite su donne con protesi (FDA, Adverse Event Database).

Il radiologo che esegue la mammografia deve sempre venire informato della presenza delle protesi mammarie prima dell’esame, per poter prendere le necessarie precauzioni e modificare la tecnica. Le cosiddette Eklund views, cui si ricorre in questi casi, si aggiungono a quelle normalmente effettuate nelle mammografie di routine in donne non portatrici di protesi. Tra i fattori che possono alterare la validità del risultato della mammografia nelle donne portatrici di protesi mammarie troviamo il posizionamento delle protesi, la durezza della contrazione capsulare, la quantità di tessuto mammario in rapporto alla dimensione delle protesi. Inoltre, durante la lettura della mammografia il radiologo può incontrare difficoltà nel distinguere i depositi di calcio che si formano nel tessuto cicatriziale che circonda la protesi, e che mimano l’aspetto di un cancro, da un tumore vero e proprio. Infine, ricordiamo che la mammografia non è un mezzo adeguato per rilevare l’eventuale rottura di protesi al gel di silicone, rottura che può essere rilevata con sicurezza unicamente dalla risonanza magnetica

  • le protesi mammarie non indeboliscono il sistema immunitario. A oggi, l’IOM non ha trovato prove che colleghino le protesi mammarie a disturbi autoimmuni o del tessuto connettivo, il tessuto deputato al collegamento di tessuti e organi diversi 
  • l’allattamento al seno da parte di donne con protesi mammarie è sicuro. Il latte può assorbire silicone dalle protesi mammarie, ma in quantità che non sono considerate pericolose o nocive per il bambino

 

La lunga (e controversa) storia delle protesi al gel di silicone

1920

I medici iniziano a usare il grasso autologo, cioè delle stesse pazienti, per aumentare la dimensione del loro seno. La procedura causa complicazioni e cade in disgrazia negli anni ‘30

1940

Le prostitute giapponesi ricorrono al silicone iniettato per aumentare la dimensione del loro seno e attrarre i soldati americani

1950-60

Decine di migliaia di donne americane si fanno iniettare silicone liquido per aumentare il volume del seno. La procedura provoca una serie di gravi problemi di salute, viene abbandonata e in seguito dichiarata illegale

1962

Un chirurgo plastico di Houston, Texas, il dr. Frank Gerow, impianta le prime protesi al silicone in una donna, Timmie Jean Lindsey. Le protesi “Silastic”, prodotte dalla Dow Corning, consistono di un involucro di silicone gommoso che contiene gel di silicone. I nuovi impianti diventano popolarissimi e sostituiscono le iniezioni di silicone liquido

1965

Il francese Dr. H.G. Arion introduce le protesi con soluzione salina, contenuta in un involucro di silicone

1976

Il presidente Gerald Ford firma il Medical Device Amendments to the Food, Drug and Cosmetic Act, conferendo così all’FDA l’autorità di regolare la maggior parte dei presidi medici e di richiedere ai produttori di sottoporle i dati di sicurezza e di efficacia prima di commercializzare i prodotti. Poiché le protesi mammarie sono sul mercato da ormai 14 anni, ai loro produttori non viene richiesto di fornire ulteriori prove della loro innocuità

1977

Una donna di Cleveland, Ohio, vince la causa contro la Dow Corning nella quale sosteneva che la rottura delle protesi mammarie le aveva provocato dolore e sofferenza. La sentenza obbliga la Dow Corning a versarle 170.000 dollari di indennizzo

1978

L’FDA, su raccomandazione di un gruppo di advisors, classifica le protesi mammarie come presidi di Classe II. Ciò significa che i produttori non sono tenuti a provare la sicurezza delle protesi mammarie

1991

Febbraio: una giuria federale della California condanna la Dow Corning a versare a Mariann Hopkins 7.3 milioni di dollari a titolo di risarcimento per i gravi sintomi di tipo artritico che la donna sostiene di aver sviluppato a seguito della rottura delle protesi mammarie. La giuria ritiene che la Dow abbia fraudolentemente taciuto alla donna il fatto che gli impianti possono rompersi e che la rottura può causare fuoriuscita di gel al silicone

1992

Febbraio: l’FDA chiede una moratoria volontaria sull’uso delle protesi mammarie e si impegna a indagarne la sicurezza e l’innocuità

1992

Un giudice federale dello stato dell’Ohio certifica che le portatrici di protesi mammarie  rappresentano una “classe” per una causa collettiva (class action) contro i produttori di protesi. La class action viene successivamente trasferita a un giudice federale dell’Alabama. Nello stesso periodo, un gruppo di studio dell’FDA controlla il nuovo materiale scientifico fornito dai produttori di protesi mammarie

1992

Marzo: Dow Corning, Bristol-Myers Squibb e Bioplasty abbandonano la produzione delle protesi mammarie

1992

Aprile: l’FDA sospende la moratoria volontaria sulle protesi al gel di silicone ma impone limiti sul loro uso. L’agenzia consente l’uso delle protesi solo in studi clinici controllati per la ricostruzione dopo la mastectomia, la correzione di deformità congenite e la sostituzione di protesi al silicone rotte. La mastoplastica additiva, che da sola rappresenta l’80% del mercato di questo tipo di impianti, viene severamente limitata

1992

Dicembre: una donna di Houston vince una causa da 25 milioni di dollari, dei quali 20 a titolo di danni, contro la Bristol-Mysters Squibb, per problemi provocati dalla rottura delle protesi al silicone. L’importo viene in seguito ridotto durante l’appello

1992-1994

Migliaia di donne fanno causa ai produttori di protesi mammarie

1993

Dow Corning vince la causa intentatale da una donna del Colorado dopo che la giuria conclude che le prove che collegano i suoi problemi di salute al silicone sono insufficienti

1998

Luglio: Dow Corning raggiunge un accordo sulla liquidazione dei danni successiva alla lunghissima class action intentatale da donne che hanno le protesi mammarie Dow e che la vede, in prima battuta, condannata dal tribunale a versare un risarcimento collettivo di più di 4 miliardi di dollari. Nel dicembre dello stesso anno, gli esperti scientifici nominati dal tribunale concludono che non esistono prove certe del collegamento tra le protesi mammarie e le malattie riportate dalle querelanti

2004

Marzo: Dow Corning inizia a liquidare il piano da più di 3 miliardi di dollari di danni patteggiato nel 1998. All’agosto 2005, sono più di 223.000 le donne che hanno chiesto i danni all’azienda

2004

Agosto: Mentor e Inamed (ora Allergan), produttrici di protesi mammarie, presentano all’FDA modifiche alla loro richiesta di approvazione per la commercializzazione di protesi mammarie al gel di silicone

2004

Inamed presenta la richiesta di approvazione per le protesi al gel di silicone coesivo, considerate le protesi “della prossima generazione”

2005

L’FDA respinge la richiesta di autorizzazione della Inamed

2005

Aprile: L’FDA concede alla Mentor l’approvazione pre-mercato per le sue protesi mammarie al gel di silicone

2005

Luglio: l’FDA trasmette alla Mentor la cosiddetta “approvable letter”, sottolineando, nello stesso documento, che la lettera “è solo uno dei molti passaggi intermedi richiesti dal processo di revisione dell’FDA”

2005

Settembre: l’FDA trasmette alla Inamed l’”approvable letter”. Le protesi al gel di silicone di Inamed (ora Allergan) e di Mentor ottengono la piena approvazione dell’FDA nel 2006

Concludendo…
Come praticamente tutte le procedure di chirurgia estetica, anche la mastoplastica additiva può davvero migliorare il benessere e l’autostima di una donna. E come tutte le protesi del mondo, anche quelle mammarie non sono eterne: tanto per fare alcuni esempi, non durano per sempre le protesi all’anca, non durano per sempre gli impianti dentali, e non durano per sempre neppure le protesi del seno. La scelta del chirurgo e della struttura operatoria è, come sempre, una tappa fondamentale: affidatevi a un chirurgo qualificato che abbia già eseguito questa procedura su molte altre donne. Infine, siate realistiche nelle aspettative (non c’è garanzia che i risultati che otterrete siano uguali a quelli ottenuti da altre donne perché le condizioni generali di salute, la struttura del torace, la forma e la posizione originali del seno e dei capezzoli, la qualità della pelle, la tendenza o meno a cicatrizzare bene, le precedenti chirurgie al seno, influenzano sempre il risultato di questo intervento), e se decidete di operarvi, fatelo al momento giusto: la presenza delle protesi mammarie non impedisce ai seni di “cedere” dopo la gravidanza.

Fonti: FDA (Food & Drug Administration), IOM (Institute of Medicine)

pubblicato lunedi 4 giugno 2007


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