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Un
bambino nasce e l’arma più potente che ha è la
sua voce: il pianto. Non esiste niente di più
potente al mondo: richiama l’attenzione di tutti
gli esseri viventi che gli stanno attorno. Nessuno
può fare finta di niente, tutti accorrono per
vedere di che cosa ha bisogno: avrà fame? sarà
stanco? sarà da cambiare? avrà male?
Non
è facile capire di cosa ha bisogno, si va per
tentativi. Dopo millenni di vita sulla Terra,
l’essere umano non è ancora in grado di decifrare
il primo linguaggio di un bambino: il pianto. E così
si finisce per fare quello che fanno tutti: si cerca
di farlo smettere tappandogli la bocca. Si mette
semplicemente una barriera tra noi e il suo pianto:
un succhiotto, un biberon, del cibo. E finalmente
(nel 99% dei casi) il bambino smette di piangere. E
ci si può dedicare ad altro.
Ecco
come abbiamo imparato fin da piccoli a non ascoltare
più i nostri bisogni, a non capire più le nostre
necessità, i nostri desideri, a placare la nostra
frustrazione. Basta mettere ancora una volta una
barriera: a volte il cibo, a volte una sigaretta, a
volte un alcolico, altre volte la droga. Basta
poco per placare il nostro pianto interiore, il
nostro bisogno di essere capiti, ascoltati, amati.
E’ così che nascono i disturbi legati
all’alimentazione: anoressia, bulimia, binge
eating disorders. E anche tutte le dipendenze:
droga, alcol, fumo, sesso, gioco d’azzardo.
E’
vero, forse fin da bambini non siamo stati
ascoltati, amati, nutriti. Ma questo non deve
diventare un alibi per continuare a farsi del
male o per ripetere lo stesso modello
genitoriale con i nostri figli. Una volta acquisita
la consapevolezza di questo pesante bagaglio che ci
trasciniamo dietro dall’infanzia, il passo
successivo può essere uno solo: imparare a lasciare
andare la zavorra, a mollare la presa per poter
liberare la nostra vita dalle catene del passato.
L’unico tempo veramente importante è il presente:
adesso e qui.
Solo
adesso e qui possiamo cominciare ad ascoltare quel
bambino che ancora piange dentro di noi. Se anche
noi continueremo a chiudere la sua bocca come potrà
dirci di cosa ha bisogno per essere felice? Quando
tappiamo la bocca al bambino che è dentro di noi
continuiamo a non voler sentire il nostro Io che
urla e piange perché vuole spezzare le catene del
passato, vuole essere libero, vuole rinascere.
Quando
non siamo felici nel luogo in cui ci troviamo, sia
esso il lavoro, la famiglia, la città in cui
viviamo, il senso di insoddisfazione, di
frustrazione, di incapacità di effettuare un
cambiamento nella direzione desiderata crea uno
stato di ansia, di disistima, di impotenza che la
maggior parte delle volte viene placato con il cibo
oppure con il fumo.
Quando
ci arrabbiamo con qualcuno ma non riusciamo a
sfogare la nostra rabbia, a dire ciò che pensiamo,
ad esprimere quello che sentiamo dentro, la nostra
mano, ancor più velocemente del pensiero, afferra
il cibo e in un baleno, senza accorgercene,
l’oggetto della nostra rabbia è lì, dentro la
nostra bocca. E lo mastichiamo, lo stritoliamo, lo
sbraniamo come se stessimo facendo tutto questo a
qualcuno. E troppo spesso quel qualcuno siamo noi
stessi. Allora l’atto non si rivolge più a
qualcosa di esterno, ma di interno al nostro
organismo: il nostro stomaco, colui che deve
digerire tutto, anche i “rospi”, i “mattoni”
e le ingiustizie (“questa cosa proprio non mi va
giù”, “non lo digerisco”, “ho come un peso
sullo stomaco”). Nasce così la gastrite e poi
l’ulcera, che corrispondono a mangiare se stessi
per non mangiare gli altri.
Quando
abbiamo una relazione insoddisfacente, oppure
non abbiamo nessuna relazione e ci sentiamo soli, mangiare
cose dolci compensa quella dolcezza che ci è sempre
mancata nella vita. Ma appena terminata la breve
e illusoria sensazione di benessere provocata
dall’aumento della produzione di serotonina nel
nostro organismo, ripiombiamo nella triste realtà
di tutti i giorni: la solitudine. Ed è spesso per
tristezza e solitudine che si mangia, si beve, ci si
droga, per colmare quel vuoto che separa la vita che
vorremmo dalla vita reale.
E
poi c’è il triste mondo di chi è sempre a dieta,
per rincorrere un progetto futuro di magrezza e di
felicità, rappresenta dall’approvazione sociale,
dal successo, dall’illusione di poter risolvere
tutti i problemi, dal sentirsi finalmente desiderati
e amati. Una felicità fittizia, perché fondata su
basi instabili, impermanenti, che non riescono a
penetrare la profondità del nostro essere. Ma
ancora una volta, ciò che non viene tenuto
in conto è sempre quel bambino dentro di noi
che vuole essere ascoltato e che noi mettiamo
nuovamente a tacere costringendolo alla fame. Ma lui
si ribella ed urla che non ne può più, che vuole
vivere, mangiare ed essere amato. Non ne può più
di surrogati. E quando tutto ciò accade, in
superficie, nella vita di tutti i giorni che non ci
piace e vogliamo cambiare, nasce l’ansia, la
paura, il panico di non riuscire più a tenere la
situazione sotto controllo. Nascono i sensi di colpa
(“ho rovinato tutto”), le autoaccuse (“non
riesco a combinare niente di buono”), i rimproveri
(“è colpa mia”), la disistima (“non ce la farò
mai”): e allora, visto che non siamo proprio
capaci di tenere tutto sotto controllo, tanto vale
lasciare andare le briglie e correre come cavalli
impazziti. Ma alla fine della corsa tutto torna come
prima, anzi, peggio. Perché ora bisogna combattere
anche contro il senso di fallimento, che può farci
scivolare nel baratro della depressione oppure può
darci la forza di rideterminare, di ritentare ancora
una volta questa sfida. Ma se utilizzeremo ancora
l’ipercontrollo per cercare di risolvere la nostra
infelicità interiore continueremo a sbattere sempre
contro lo stesso muro. Chi dei due vincerà?
Sicuramente non noi.
Allora
qual’è la strada da percorrere, il mezzo da
utilizzare per diventare finalmente felici? Se
vogliamo uscire da quel tunnel che si è creato fin
dall’infanzia e che sembra segnare
obbligatoriamente la strada della nostra vita fino
alla fine, dobbiamo fare quello che non ci è mai
stato concesso fin dall’inizio: ascoltare.
Ascoltare le nostre emozioni, i nostri desideri, le
nostre sensazioni: seguire il nostro istinto.
Il
nostro istinto non sbaglia mai: è ciò che ci ha
permesso di sopravvivere fino ad oggi nella storia
dell’umanità, quello che guida l’essere animale
che è dentro di noi che, come il bambino, non
utilizza la mente razionale per sapere cosa è
meglio fare. Se impariamo ad ascoltarlo, ci indicherà
esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. È
l’unico di cui ci possiamo fidare, perché ci
appartiene, fa parte di noi e sa di cosa abbiamo
bisogno per essere felici. Per troppo tempo lo
abbiamo soffocato pensando che altri potessero
saperlo meglio di noi. Ma è giunto il momento di
prendere in mano le redini della nostra vita e di
iniziare a guidarla personalmente, basandoci sul
nostro istinto, basando le nostre scelte su ciò che
sentiamo che ci fa star bene e non sulle aspettative
degli altri. Perché le uniche persone veramente
interessate alla nostra felicità siamo noi stessi.
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