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Buon pomeriggio, oggi è giovedì 17 maggio 2012

La luce che illumina il cammino

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La luce che illumina il cammino

a cura di Diana Rando

Spesso pensiamo che le esigenze degli altri e le incombenze giornaliere siano più importanti della nostra vita, della nostra salute e delle nostre stesse necessità. È vero che ci sono cose che vanno fatte, ma quando queste superano di gran lunga il tempo a disposizione e l’energia che richiedono ci prosciuga completamente, sia mentalmente che fisicamente, bisogna avere il coraggio di dire basta.

Quando l’automobile entra in riserva e la spia rossa sul cruscotto si accende, andiamo immediatamente dal benzinaio a fare rifornimento. Quando il motore si guasta e l’automobile si ferma del tutto, la portiamo subito dal meccanico. Ma quando si tratta di noi, della nostra vita, del nostro carburante, dei guasti al nostro motore, pensiamo che in fin dei conti possiamo ancora tirare avanti, senza prestare la minima attenzione alle numerose spie che si accendono lungo la strada della vita. Sembra quasi che teniamo più alla nostra automobile che a noi stessi; e spesso è proprio così. Imputiamo agli altri, oggetti compresi, un valore ed una considerazione che non concediamo a noi stessi.

Ecco perché la vita, ad un certo punto, ci ferma, con una malattia, con un incidente, con un avvenimento apparentemente casuale. Ciò che non vogliamo vedere e capire con la nostra parte più spirituale, saremo costretti a vederlo e a capirlo con la nostra parte più materiale: il nostro corpo. La pelle è il confine che, allo stesso tempo, ci separa e ci collega al mondo. È qui che appaiono i primi segnali visibili di allarme. Su di essa si concretizzano le informazioni trasportate dal sangue, cioè le nostre emozioni. Se copriamo queste informazioni con qualcosa, lavorando solo a livello sintomatico, è come se coprissimo la spia della riserva di carburante della nostra auto. Ci chiederemmo poi, stupiti, come mai l’auto si è fermata? Prima di arrivare ad essere costretti a fermarsi, bisognerebbe domandarsi: “Dove sto andando?” “Sto veramente seguendo la mia vita o la sto riempiendo di cose e impegni per anestetizzare le mie emozioni?” “Tutto quello che devo fare ogni giorno è veramente necessario, improrogabile, importante o è solo un alibi?”.

Quando si è pronti a farsi delle domande, si è anche pronti a ricevere delle risposte. Queste risposte arrivano da dentro la propria vita e non dall’esterno, dagli amici, dai famigliari, dalla società. Le risposte sono già tutte dentro la propria vita, basta aver voglia di ascoltare. Esistono vari metodi per iniziare un percorso di crescita interiore. Uno di questi è l’utilizzo dei fiori di Bach. Essi interagiscono con la nostra parte ormonale-emozionale. Infatti, tutte le emozioni sono collegate agli ormoni. Per esempio, alla paura e alla rabbia corrisponde la produzione di adrenalina; allo stress corrisponde la produzione di cortisolo. Tra i fiori di Bach, uno in particolare può essere utile per aiutarci a capire chi siamo e dove stiamo andando: è Cerato (Ceratostigma willmottiana). Secondo Eduard Bach, quando le virtù vengono pervertite o inculcate si trasformano in debolezze, cioè in vizi o difetti. Tra le sei personalità bipolari di base da lui individuate, Cerato corrisponde alla virtù della volontà e alla debolezza dell’insicurezza.  Cerato viene definito come il fiore che “accende la luce dentro di sé”: esso aiuta a capire chi si è e cosa si vuole. Nel bambino, Cerato corrisponde alla fase dei “perché?”, nella quale il bambino impara a conoscere il mondo, come funziona e quali sono i limiti oltre i quali non può spingersi. Spesso, però, la risposta che arriva dall’ambiente (genitori, scuola, ecc.) non soddisfa le necessità del bambino, il quale non riuscendo a creare dentro di sé un punto di certezza, di stabilità, né a trovare all’esterno un punto di riferimento sicuro, rimane nell’incertezza e nell’insicurezza. Egli non sa come agire, né di chi fidarsi. Ma soprattutto non impara a fidarsi di se stesso e a decidere autonomamente.

Quante persone, oggi adulte, si chiedono ancora: “Cosa farò da grande?”. Quante persone continuano a fare lavori che non amano, a stare in relazioni di ripiego, a fuggire dalla vita quotidiana per non ascoltare la propria sofferenza interiore, quell’emozione che a volte viene a galla e che il più delle volte cerchiamo di ricacciare giù con la scusa che non possiamo fare altrimenti? Arriva allora quel malessere fisico, quella sensazione di oppressione che spesso non mettiamo in relazione con il nostro malessere interiore e che ci ricorda che, se vogliamo stare bene, se vogliamo essere felici, non possiamo più fare finta di niente. È il nostro sangue che porta a galla le nostre emozioni. Si va allora dal medico perché ci si sente stanchi, deboli, demotivati, depressi; perché, “improvvisamente”, soffriamo di attacchi d’ansia o di insonnia, di emicranie feroci che ci immobilizzano. Non riusciamo più a concentrarci sul lavoro, sulla vita quotidiana, sui vari impegni che normalmente portavamo avanti. E chiediamo che ci aiuti a tornare “come prima”: degli automi. Allora il medico ci prescrive degli esami di routine, degli integratori e multivitaminici per la stanchezza, degli ansiolitici per l’ansia e l’insonnia, degli antidepressivi per la depressione, degli antinfiammatori per l’emicrania. E così facendo, farmaco dopo farmaco, ci aiuta a soffocare quell’unica speranza di poter veramente cambiare la nostra vita, di cominciare veramente a vivere; ci aiuta a sbarrare la strada verso la nostra crescita interiore, verso la nostra felicità. Ci aiuta a nascondere quella spia che indica che il nostro carburante sta per finire e che presto saremo costretti a fermarci del tutto. Ma noi sappiamo che non è così, che alla fine riusciamo sempre a tirare avanti, in un modo o nell’altro. Già, in un modo o nell’altro, ma non nell’unico modo adatto a noi, alla nostra vita, alla nostra felicità. Perché non ci fidiamo di noi, di quello che sentiamo. In fin dei conti, non ci fidiamo nemmeno poi tanto di quello che ci dice il medico, ma ci aiuta a tirare avanti. Ma qual è la differenza tra una vita trascinata, spenta, infelice e una vita piena, soddisfacente, creativa, felice? Il coraggio. Il coraggio di azionare l’interruttore che accende la luce dentro di noi, per vedere, finalmente, chi siamo, ciò che vogliamo e dove andiamo. La risposta alla domanda più antica del mondo.

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