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Che
cos’è la dipendenza? È la conseguenza dello
scegliere sempre la via più facile.
Ogni
giorno ci troviamo di fronte a scelte da compiere,
a problemi da risolvere e spesso ciò risulta
difficile o pesante e ne vorremmo fare volentieri a
meno. Ma il modo, appropriato o meno, in cui
rispondiamo ad ogni evento ne determinerà le
conseguenze. Il
più delle volte non si tratta di fare delle scelte
o di risolvere dei problemi, ma semplicemente di
sentire e reagire alle emozioni in modo corretto.
Se ci
si arrabbia con una persona e non si esprime
questa emozione, perché si temono le conseguenze o
ci è stato insegnato che la rabbia è un’emozione
negativa che va repressa, la conseguenza potrebbe
essere quella di cominciare a mangiare per scaricare
la tensione nervosa derivante dal fatto di non
essere riusciti a reagire, o per risollevarsi dalla
depressione conseguente al fatto di essersi fatti
mettere ancora una volta i piedi in testa, o di non
riuscire a dire ciò che si pensa, passando per
vittima, persona debole, senza spina dorsale. Non
riuscire ad esprimere l’emozione è un’esperienza
frustrante ed è solo la punta di un iceberg che si
è consolidato da molto tempo. Anche reagire
mangiando può essere un comportamento che si è
consolidato da lungo tempo, addirittura dall’infanzia,
quando ad ogni bisogno espresso si riceveva sempre
la stessa risposta: il cibo.
Ma non
esiste solo il cibo come risposta alla frustrazione.
Anche fumare, bere alcolici, fare shopping, guardare
la televisione, lavorare eccessivamente possono
essere strumenti per anestetizzare l’ansia e la
delusione di una vita diversa da come la si
vorrebbe.
Ogni
volta che si compie un atto compensatorio della
mancata espressione di un’emozione si aggiunge un
anello alla catena della dipendenza.
Come
fare per interrompere questo circolo vizioso della
creazione di dipendenza? Cominciando ad ascoltare se
stessi, i propri desideri e ad esprimere le proprie
emozioni. Ogni volta che si compie un’azione di
cui non siamo proprio convinti e che ci fa sentire a
disagio, possiamo chiederci: “Perché lo faccio?”.
Le possibili risposte possono essere: per il mio
piacere, per un tornaconto, per il senso di dovere,
per obbligo sociale, per fare piacere a qualcun
altro, per paura delle conseguenze di una scelta
diversa.
Prendere
coscienza delle proprie emozioni, del modo in cui
reagiamo e del perché lo facciamo è il primo passo
per iniziare a spezzare la catena della dipendenza.
La
dipendenza è una fuga dalle proprie
responsabilità. È molto più semplice scendere a
compromessi che prendere in mano la conduzione della
propria vita. Ci si crea così un mondo illusorio in
cui tutto sembra andare bene, soprattutto agli occhi
di chi ci sta attorno, ma che inevitabilmente andrà
in frantumi, perché prima o poi si arriverà ad un
punto morto, ad una vita non soddisfacente che ci
costringerà a rivedere le nostre scelte e il nostro
stile di vita.
Le
conseguenze della dipendenza, sia riferita ad
oggetti che a comportamenti o a persone, investono
sempre due aspetti dell’essere umano:
-
quello
biochimico
-
quello
psicologico
Dal
punto di vista biochimico, l’organismo diventa
dipendente da una determinata sostanza (droga, cibo,
alcol, fumo, ecc.) o atteggiamento (guardare la
televisione, fare shopping, giocare d’azzardo,
lavorare eccessivamente) perché questi
contribuiscono a determinare uno stato generale di
benessere, dovuto al calo dell’ansia, al
riempimento della sensazione di vuoto fisico e
ambientale, alla produzione da parte dell’organismo
di sostanze calmanti (es. serotonina) o eccitanti
(es. adrenalina). La mancanza di questi stimoli
causerà delle vere e proprie crisi di astinenza. Dal
punto di vista psicologico, si consoliderà il
pensiero che senza quella sostanza o atteggiamento o
persona non si può essere felici, ci si sente tesi,
vuoti, soli, depressi, inutili.
Per
iniziare un percorso di indipendenza bisognerà
cominciare a lavorare dalla punta dell’iceberg,
cioè dai sintomi provocati dalla dipendenza, in
particolar modo dall’ansia derivante se non si
mettono in atto sempre le stesse strategie. In
seguito si potrà continuare lavorando alla base
dell’iceberg, su quegli atteggiamenti e
comportamenti che sostengono la tendenza a non dare
spazio alle proprie emozioni e a ricorrere a dei
comportamenti compensatori.
Mentre
nella prima fase, quella sintomatica, si possono
utilizzare dei fiori di Bach che vanno in generale
bene per tutti, nella seconda fase il lavoro sarà
individualizzato in base alle tematiche personali
che emergeranno. In questo secondo caso, oltre ai
fiori di Bach, che lavorano sulla parte
ormonale-emozionale dell’essere umano, molto utili
sono i fiori Himalayani, che lavorano sui chakra. In
particolare, il 1° chakra (che corrisponde al
diritto di esistere), il 2° chakra (che corrisponde
al diritto di sentire e di percepire) e il 3°
chakra (che corrisponde al diritto di affermare
quello che si sente, di manifestarsi per quello che
si è). Successivamente, altri due fiori Himalayani
importanti saranno quello corrispondente al 5°
chakra (l’espressione concreta di sé nel mondo,
la propria realizzazione) e quello del 6° chakra (l’integrazione
tra i messaggi che vengono dall’interno e quelli
che arrivano dall’esterno).
Per
quanto riguarda i fiori di Bach utili nella prima
fase del percorso di indipendenza, Agrimony è
il fiore di base per le dipendenze da ansia. È
utile quando ci si nasconde dietro una maschera per
far finta che tutto vada bene. L’ansia è una spia
che indica la non corrispondenza tra la vita che si
conduce e la vita che si vorrebbe. Agrimony “smaschera”
ciò che si nasconde dentro e lo porta a galla,
diminuendo la pressione interna. Va preso con
cautela, associandolo sempre a Sweet Chestnut (fiore
della consolazione). Quest’ultimo è anche il
rimedio generale per il principio transpersonale
della rinascita.
Heather
è un altro
fiore utile nell’ansia che deriva da carenze
affettive. Va utilizzato quando il rapporto con gli
altri esprime un bisogno di conferma della propria
esistenza dovuto alla paura di annullamento. Le
persone Heather, infatti, sono tormentate dalla
paura della solitudine. Spesso sono in sovrappeso,
sia per un atteggiamento alimentare compensatorio
della paura del vuoto interiore ed esteriore, sia
per il bisogno di esistere, di essere visibili, di
invadere lo spazio circostante.
Crab
Apple è il
fiore depurativo. Esso è utile per disintossicare e
depurare dall’accumulo di tossine, sia fisiche che
mentali. E’ utile in caso di attacchi bulimici, in
associazione con Impatiens (fretta nel
mangiare, nervosismo) e Cherry Plum (tensione
estrema, aggressione al cibo).
Centaury
è il fiore
dei sottomessi. A volte si può essere estremamente
disponibili, remissivi, compiacenti per paura di non
essere accettati e amati, o per il terrore di essere
abbandonati. Questo tipo di timore si instaura
durante l’infanzia, quando il bambino si adegua a
ciò che gli viene imposto dalle persone di
riferimento per istinto di sopravvivenza. Da adulti,
si rischia di portare avanti questo comportamento e
di venire dominati da personalità più forti.
Centaury è il fiore per imparare a dire di no.
Walnut
è un fiore
importante in tutti i momenti e gli ambiti di
cambiamento. Spesso, quando si cambia si riceve un
segnale negativo dall’esterno che cerca di
riportare la situazione a come era prima (“sei
peggiorato”, “non ti riconosco più”, “eri
meglio prima”). Walnut è utile sia per la
difficoltà di staccarsi dalle proprie abitudini, di
cambiare, sia come protezione nella fase di
cambiamento. Esso induce costanza e protezione dalle
influenze esterne. Può essere abbinato a Honeysuckle,
fiore utile quando si vuole dare un taglio con il
passato.
Questi
fiori sono solamente indicativi. Anche altri fiori
di Bach possono essere utilizzati con la stessa
finalità, a seconda di come si sente la persona che
dovrà assumerli. In ogni caso, bisogna sempre
ricordare che non vanno assunti più di sette fiori
contemporaneamente (sia internamente, per bocca, che
esternamene, con applicazione cutanea) e che ogni
cambiamento va fatto un passo per volta, magari
accompagnati da qualcuno di fiducia.
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