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La meditazione

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La meditazione

La meditazione in Occidente
Fenomeno intellettuale per eccellenza, la meditazione consiste nell’applicare il pensiero alla risoluzione di un particolare problema, e perciò comporta un’attenzione molto tesa, una concentrazione intensa e l’uso volontario di tutte le facoltà intellettuali e morali della persona. Nel linguaggio comune “meditare” su un problema significa dedicarsi a una riflessione approfondita, maturare lungamente una decisione valutandone tutte le implicazioni, e interrogarsi a fondo. All’interno del nostro universo concettuale e culturale meditare equivale quindi a soppesare, misurare, analizzare, distinguere, isolare, valutare, giudicare, ragionare – insomma, equivale a pensare, cioè alla meditazione profana. Dal punto di vista religioso la meditazione consiste invece nel concentrare l’attenzione sulla dimensione spirituale dell’esistenza, come per esempio fa il teologo che cerca, attraverso la riflessione e l’introspezione, il significato profondo di un versetto dei Vangeli, o come fa il monaco che prega.

meditazione
dal latino  meditatio -ne(m)

il meditare: sprofondarsi nella meditazione; un'opera che è frutto di lunga meditazione
raccoglimento dello spirito intorno alle verità della fede, come pratica ascetica: fare un'ora di meditazione; stare, ritirarsi in meditazione
discorso o scritto religioso o filosofico che intende suscitare riflessione su un determinato argomento

fonte: dizionario Garzanti

La meditazione in Oriente
Le tradizioni orientali hanno imparato molto in fretta a distinguere la concentrazione dalla vera e propria meditazione, alla quale conferiscono un contenuto esclusivamente spirituale: nell’Induismo, nel Buddismo o nello Zen, per limitarci alle correnti più note, l’atto della meditazione implica sempre il superamento del pensiero cognitivo-discorsivo; infatti, a eccezione del dell’Jnana-Yoga, o Yoga della conoscenza, teorizzato da Shankara nell’VIII secolo della nostra era, e di certe correnti del Buddismo, l’Oriente non ha mai prodotto alcun sistema concettuale del rigore di un Aristotele, o di uno Spinoza, perché lungo tutta la storia della filosofia orientale le sue tradizioni hanno sempre privilegiato l’esperienza interiore diretta, e scoraggiato la speculazione metafisica puramente intellettuale. Così, perfino nel caso dello Yoga della conoscenza l’analisi razionale del mondo delle forme viene vista come semplice tappa propedeutica alla meditazione e alla contemplazione. Attraverso l’uso di tecniche appropriate chi medita cerca di realizzare uno stato di coscienza che trascende la riflessione alla ricerca di un’intuizione intellettuale posta al di là del pensiero comune, ed ecco perché questa esperienza psico-spirituale è spesso descritta al negativo: l’Assenza, il Vuoto, il Non-essere, il Non-pensiero, il Senza-forma, l’Incondizionato, e così via.

I tre stadi della meditazione
la concentrazione
La concentrazione è un atto volontario con il quale una persona dirige la propria attenzione su un punto particolare all’interno o all’esterno di se stessa. E’ quindi una facoltà esclusivamente tecnica, priva di qualsiasi portata morale. Il suo scopo consiste nel controllare il flusso del pensiero per mantenerlo in una direzione prestabilita. In sé, la pratica della concentrazione non comporta alcuna elevazione di natura spirituale, e proprio per questo le tecniche di concentrazione vengono insegnate e impiegate per una molteplicità di impieghi che non hanno nulla di mistico, come la gestione dello stress, le tecniche di crescita personale, il potenziamento della memoria, e così via.

la meditazione
“Meditare” significa mantenere l’attenzione fissa sulla recitazione di un versetto religioso, la ripetizione di una sillaba sacra, o mantra, la visualizzazione di una rappresentazione divina come un’immagine pia, un simbolo esoterico come un mandala, ecc. Nella meditazione il pensiero ordinario si dissolve progressivamente a vantaggio di una realtà interiore dominante, come per esempio la sensazione profonda di rivelazione del divino. In altre parole, la meditazione dovrebbe condurre a uno stato di coscienza alterato, chiamato stato alfa. In ogni caso è importante sottolineare che la pratica delle meditazione comporta di aver aderito prima a un corpus di credenze spirituali e religiose specifiche: il divino, la liberazione spirituale, l’anima, l’accesso a un livello superiore della realtà, lo spirito… perché queste credenze costituiscono l’oggetto delle tecniche di meditazione

la contemplazione
la contemplazione è una visione unificante nella quale l’osservatore e la cosa osservata diventano un’unica realtà.
Il punto di arrivo di qualsiasi meditazione è sempre la contemplazione - lo stato di samadhi
o di unione mistica che la gnosi Hindu pone come traguardo dell’ascesa spirituale. E’ evidente che questo stato di coscienza sfugge a qualsiasi tentativo di concettualizzazione e non può che essere oggetto di un’esperienza interiore ineffabile per natura. Meditazione e contemplazione fanno quindi parte di un registro specificamente mistico, religioso e sacro che ovviamente non può essere alla portata di tutti…

Perché la meditazione?
Da Sri Aurobindo al Dalai-Lama, alla mistica cristiana, tre temi fondamentali vengono ripresi da millenni con infinite varianti:

ci si impegna nella meditazione con il solo obiettivo di liberarsi da se stessi. Nella tradizione orientale questa visione presuppone di credere a due concetti metafisici fondanti, che sono il karma, e la reincarnazione; nella tradizione cristiana questi temi sono sostituiti dalla liberazione dal mondo della carne e dalla rinascita nello Spirito

praticato all’interno di un quadro religioso, l’atto di meditazione significa apertura a una forza spirituale esterna considerata intrinsecamente intelligente e saggia: lo spirito apporta a chi medita tutte le esperienze necessarie alla sua realizzazione interiore. E ovviamente, il suo destino può risultarne del tutto trasformato, come dimostra l’infinita letteratura sulla conversione…

tenuto conto della sua natura particolare, la meditazione non deve mai distaccarsi dal suo oggetto primario; insomma, la meditazione non è una tecnica per imparare a rilassarsi, comunicare meglio o riconciliare lo spirito con il corpo; questi sono benefici secondari della pratica della meditazione, che per sua natura è:

extramondana, perché proprio le categorie dello spazio e del tempo corrompono la nostra percezione della realtà fondamentale

transpersonale, perché la nostra percezione della nostra individualità costituisce proprio ciò che ci lega al mondo delle forme

Come la meditazione può cambiarti la vita
Statisticamente parlando, la pratica della meditazione provoca un cambiamento progressivo dei centri d’interesse personali: con il tempo si sviluppa una sensibilità particolare all’astrazione – ricerca dell’identità, tendenza all’introspezione, curiosità verso il mondo spirituale, desiderio di stabilire con gli altri una comunicazione sincera, e così via. Chi pensa di meditare per trarne dei vantaggi concreti è perciò sulla strada sbagliata, perché non è possibile

conciliare obiettivi contraddittori. Eppure, un modo per conciliare posizioni apparentemente antagoniste esiste, e consiste nell’entrare in un duplice stato d’animo: da un lato, stabilire obiettivi personali misurabili nello spazio e nel tempo, e dall’altro aprirsi al trascendente attraverso la meditazione, accettando a priori di venire eventualmente trasportati in una direzione imprevista o che non ha alcun rapporto con i propri obiettivi pragmatici. Insomma, come nelle parole di un maestro “fare ciò che si ritiene buono per se stessi, abbandonandosi con fiducia alla saggezza superiore”, e ricordando sempre che la meditazione è un metodo di sviluppo spirituale per raggiungere una dimensione governata dall’intemporale e dall’impersonale, e dove perciò nulla è osservabile, quantificabile o misurabile...

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