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Buona sera, oggi è giovedì 15 maggio 2008

L'invisibile in menopausa

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L'invisibile in menopausa:
conversazione a cuore aperto con Flavia Facco

Per alcune donne, la menopausa può accompagnarsi a una rivisitazione dolorosa della propria storia e a una perdita di autostima che si ripercuotono sulla qualità della vita, e non di rado l’alterazione dello schema corporeo viene vissuta come una perdita di femminilità. I sintomi della menopausa non si limitano alle vampate di calore o ai dolori articolari, anzi in alcune donne si estendono anche a un cambiamento dell’umore o a una caduta del tono vitale che possono alterare l’equilibrio psichico. Proprio per i simboli che vi sono collegati, la menopausa può rappresentare un periodo di crisi i cui effetti potranno essere poco percettibili in una donna in piena forma, ma far precipitare nel malessere un’altra già resa fragile dagli eventi della vita; in altre parole, a volte la menopausa non fa che rivelare un disagio preesistente. L’arresto delle mestruazioni materializza il lutto della fertilità, ma il climaterio può coincidere anche con l’allontanarsi dei figli, la malattia o la scomparsa dei genitori, l’insorgere di problemi professionali o coniugali, la giovinezza che se ne va con il suo carico di promesse e di seduzione.

D: Dottoressa Facco, perché spesso abbiamo bisogno di un segnale “forte” del corpo per rimettere in discussione noi stessi e la nostra vita?

La nostra personalità è fondata e si costituisce a partire anche dalla “natura”; è natura il nostro corpo; la sua fisiologia si esprime anche nella nostra integrità fisica che entra in circolarità con l’integrità psichica, il nostro temperamento ad esempio non può prescindere dalla dotazione genetica con la quale veniamo al mondo. Tuttavia non c’è un primato del corpo sullo psichico o viceversa. Se abbiamo bisogno di un segnale “forte” del corpo per rimetterci in discussione sul piano psicologico, questa evenienza potrebbe essere legata a una incapacità di essere costantemente in contatto con la nostra dimensione spirituale, psichica. Oggi fatalmente questo avviene perché il corpo, soprattutto il modo in cui “appare”, il modo in cui viene confrontato con i codici e i canoni di bellezza e salute, è diventato culturalmente centrale. Ci viene chiesto di essere efficienti ed esteticamente gradevoli/perfetti più di quanto ci venga chiesto di essere interiormente “belli”, non mi stupisce quindi che si caschi nell’inganno di prestare più attenzione ai segnali corporei. 

D: Perché alcune donne vivono la menopausa solo come una mutilazione e non come “un punto di svolta”, come lei la definisce nel suo libro?

Il modo di vivere la menopausa dipende dalle pregresse esperienze personali che coinvolgono l’affettività, la relazione con gli altri, con il proprio corpo e la sessualità; molto dipende dalla propria filosofia di vita, ma soprattutto dall’idea di quale compito abbia la persona nel mondo, ovvero ha a che vedere con le proprie rappresentazioni dell’idea di adultità. Se la concezione dell’essere donna - adulta è tutta orientata a mantenere in vita una femminilità intesa come capacità di seduzione attraverso la bellezza, o di maternità che può avvenire solo attraverso la propria fisicità, la menopausa viene rappresentata con dolore e sofferenza perché è il momento nel quale queste rappresentazioni sono destinate a essere dimesse, destituite di valore. Se il dolore non viene accettato e la perdita non è elaborata, può esservi un comportamento di “contraffazione”, ovvero si cerca forzatamente di apparire più giovani, scimmiottando magari le proprie figlie adolescenti; ma per quanti trucchi estetici si possano mettere in opera, il tempo che scorre non può essere più di tanto negato. Se il dispiacere della perdita della giovinezza non trova una adeguata elaborazione con nuovi investimenti, nuovi interessi, nuove rappresentazioni di sé, la “mutilazione” della menopausa porta con sé una crisi intensa che si esprime il più delle volte in un tracollo dell’autostima.

D: Esistono delle differenze importanti nel modo di affrontare la menopausa tra donne che hanno avuto figli e donne che per scelta o per impossibilità non ne hanno avuti?

Le differenze individuali sono a mio parere una costante del lavoro clinico. Ogni donna ha la sua rappresentazione: vi sono donne con figli che faticano ad accettare il passaggio e donne che per scelta decidono di non averne che si dichiarano serene e realizzate. E’ chiaro che l’impossibilità di avere figli segna un diverso destino: credo sia importante non costruire delle categorie a priori ma sempre soffermarsi a indagare come una donna ha costruito psicologicamente la propria storia, quali rappresentazioni organizza dentro di sé, altrimenti ricostruiamo degli stereotipi fondati sulle nostre rappresentazioni e sui nostri pregiudizi culturali.   

D: Se equiparassimo la menopausa intesa come "perdita della femminilità" al declino della potenza sessuale inteso come "perdita di virilità", ci accorgeremmo che gli uomini provano sentimenti non molto diversi da quelli delle donne: vergogna, declino dell'autostima, evitamento dei rapporti, depressione, con l'aggravante della documentata resistenza maschile a rivolgersi al medico. Insomma, gli uomini sembrano ancora meno attrezzati delle donne ad affrontare le crisi di transizione...

Purtroppo non posso pronunciarmi perché il mio lavoro clinico si svolge prevalentemente con donne; solo a livello intuitivo posso dire che il modo di esprimere la crisi è diverso. I dati epidemiologici parlano di una maggior inclinazione maschile a tradurre la sofferenza mentale in sintomi fisici o comportamenti asociali. L’attitudine dell’uomo ad affrontare il viaggio per “guardarsi dentro” sembra incontrare maggiori resistenze.

D: La menopausa decreta la "morte sociale" della donna, ma proprio le donne sono le peggiori nemiche del proprio sesso; le giovani sono le prime a rivolgere alle cinquantenni uno sguardo ridicolizzante e impietoso.

Se così avviene forse bisognerebbe fare un poco di autocritica e interrogarsi sul perché avviene. Se ci poniamo per prime come “oggetti” da ammirare, consumare, comprare, gettare, oggetti in competizione in bella mostra è anche colpa nostra…Una cinquantenne dovrebbe e potrebbe con successo spendersi per diventare una buona “mentore”, ovvero una guida spirituale invece che continuare a sperare di competere con la giovane. Ma è un discorso difficile perché si è perso il senso e il concetto di “mentore”, ovvero la persona che fa da maestro a qualcuno più giovane, nel campo del lavoro, ma anche della vita in genere. A me sembra che ci sia tanto bisogno oggi di educazione sentimentale, perché non leggiamo più i classici che ne erano una ricchissima fonte. Forse le cinquantenni qualcosa potrebbero insegnare alle più giovani…  

Mestruazioni à la carte
Sebbene sotto il profilo psicologico il ciclo mestruale abbia un effetto organizzatore nella vita della donna adulta, molte lo trovano insopportabile e non vedono l’ora di cadenzarlo a piacere. Per loro sono in arrivo dagli Stati Uniti nuove soluzioni terapeutiche. Eccole:
- Seasonale. Approvata dall’FDA americano nel 2004, questa pillola anticoncezionale non solo protegge dalle gravidanze indesiderate, ma riduce il ciclo a sole 4 volte all’anno, o una per stagione, come suggerisce il nome;
- Yasmin® a ciclo continuo. La famosa pillola antifecondativa il cui recente e temporaneo ritiro dal mercato (per riscrivere il foglietto illustrativo) ha gettato nello sconforto migliaia di donne italiane, uscirà a breve in una nuova versione “continua” che sopprime il ciclo mestruale;
- sono in arrivo nuove pillole anticoncezionali che prevedono il mestruo una, massimo due volte all’anno.
Alcuni ginecologi, soprattutto negli Stati Uniti dove il dibattito è molto acceso, sono contrari alla soppressione delle mestruazioni, ma la maggioranza ritiene che poiché gli effetti della pillola non cessano nella settimana di sospensione, l’assunzione pressoché continua, ai dosaggi ridotti della farmacologia moderna, non sia da ritenersi pericolosa.

La dea della fertilità
La menopausa è un fenomeno biologico relativamente recente. Infatti, quando l’aspettativa di vita era di 40-45 anni, le donne morivano prima- o in coincidenza con l’arrivo del climaterio. Ma non solo: lo psicologo evoluzionista Donald Symons e la biologa evoluzionista Margie Profet ritengono che “per il 99% della storia umana nel quale non era disponibile il controllo delle nascite, le donne erano o continuamente incinte o stavano allattando. In altri termini, le donne erano infertili per il 99% del tempo”. I due ricercatori azzardano una stima: la donna media dei tempi passati si dedicava alla produzione della prole dall’età di 16 anni a quella di 42, trascorrendo in gravidanza 6 anni della sua vita, e allattando per 18. Poiché l’allattamento inibisce l’ovulazione, questa donna-tipo avrebbe avuto, in tutta la sua vita, solo 26 cicli ovulatori di 3 giorni fertili ciascuno, o in altri termini, avrebbe potuto concepire solo 78 giorni su 8.030, pari a meno dell’1% del tempo. Oggi, la menopausa rappresenta una limitazione biologica crudele per una donna che vuole concepire il suo primo figlio a 40 anni invece che a 16, ed è molto più di una piccola interferenza per la donna che non vuole concepire ma vuole continuare ad affascinare gli uomini come faceva a 20 o 30 anni. Lauren Hutton, famosa modella degli anni ’80, riassume così la traiettoria della carriera nel suo campo: “non appena terminano gli ovuli a loro disposizione, le donne hanno finito di lavorare”. Ma perché, diversamente dagli altri animali, le donne non hanno uova fertilizzabili per 50 o 60 anni? Il fisiologo Jared Diamond ritiene che l’arresto della produzione degli ovuli sia strategico, e che la fertilità femminile operi secondo il principio del “meno è meglio”. I cuccioli umani hanno un periodo di dipendenza totale molto più lungo di quello degli animali, e a un certo punto la donna rischierebbe di più se avesse più figli che se non ne potesse più avere. Arrestando la riproduzione, il corpo aiuta la donna a garantire che i suoi investimenti correnti, i suoi figli già nati, avranno una madre viva e in grado di prendersi cura di loro – una madre che non ha dissipato le sue risorse o è morta dando vita a un altro figlio. Oggi la scienza medica rende possibile la gravidanza anche in donne di sessant’anni; tuttavia, questa sbalorditiva possibilità terapeutica non ha cambiato i nostri gusti, né alterato il valore dei segni fisici di giovinezza e fertilità. La ricerca quasi fanatica della bellezza e il business enorme dell’imitazione della giovinezza dimostrano quanto è difficile cambiare la natura umana, e quanto è più facile provare a ingannarla. Grazie al culto della forma fisica, alla chirurgia plastica e ai progressi della scienza cosmetica, l’aspetto di una donna a 30, 40 o 50 anni può oggi mimare quello della donna ancestrale nella sua tarda adolescenza. Un uomo può non nutrire il minimo interesse nella riproduzione, e può adottare sofisticate procedure per evitare questo rischio, ma i suoi “sensori dell’accoppiamento” sono identici a quelli della preistoria e lo orientano ancora, nella sua incessante ricerca di una partner sessuale, in direzione della donna che mostra con abbondante evidenza la sua fertilità. E d’altro canto le donne stanno ancora (o più che mai) imitando l’aspetto del gruppo di età preferito dagli uomini, anche se non vogliono o non hanno mai voluto avere figli…

D: Quale “modello di climaterio”, inteso come rappresentazioni, fantasie e vissuti, viene tramandato di madre in figlia nella società attuale?

Alcune autrici giornaliste come G. Sheehy e saggiste come Greer o Mankovitz hanno messo in evidenza che su questo argomento il tabù era tale da esservi un grande silenzio tra le donne; io sono convinta che i messaggi sul climaterio siano passati quindi per anni a livello inconscio e simbolico, sino a quando non c’è stata la diffusione della terapia ormonale sostitutiva che ha coinciso con rappresentazioni più esplicite ma veicolate dai professionisti del settore.

D: Quali sono le fonti primarie dalle quali le donne traggono le informazioni sulla menopausa?

Oggi una donna ha accesso a informazioni veicolate dai settimanali femminili, internet, campagne di salute organizzate dagli ospedali e dai Consultori familiari; la donna viene informata dai ginecologi privati e da quelli operanti negli ospedali e nei consultori familiari.

D: Che cosa le ha dato e che cosa le dà, a livello personale, l’esperienza dei gruppi sulla menopausa? Come ha inciso o modificato la sua visione del climaterio?

Trovo che incontrarsi con le donne è sempre molto arricchente; mi ricordo che il primo gruppo che ho tenuto ha sollecitato così tanto il mio interesse che nel tempo ho messo a punto un modo di condurre il gruppo che io stessa non avrei potuto immaginare di progettare solo a tavolino. Poi è venuto il desiderio di scrivere per poter condividere con un numero maggiore di persone le osservazioni che traevo dall’esperienza. Quando ho iniziato a lavorare sul climaterio probabilmente ero vittima di quel tabù di cui si parlava, nel senso che non affrontai l’argomento con un grande bagaglio culturale, ma ero dentro una progettazione di lavoro che affrontava il tema climaterio in modo interdisciplinare. Mi sono però accorta subito che mancava all’équipe di lavoro e al pubblico delle donne una argomentazione circostanziata sui sentimenti in menopausa.

D: È possibile tracciare un ritratto della donna che partecipa ai gruppi sulla menopausa?

E’ una donna che ha soprattutto voglia di condividere con altre “compagne di viaggio” la scoperta del proprio modo di rappresentare il climaterio; una donna che non ha paura di guardarsi dentro e di trovare anche le tracce di sentimenti “difficili” come la nostalgia, la vergogna, la malinconia. E’ una donna che non si sentirà sola, se non per quel tanto necessario, perché potrà condividere questi sentimenti con altre donne. E’ una donna che ha tanta voglia di guardare al futuro come un credito dal quale si può ancora ottenere cose interessanti, nuovi investimenti affettivi, nuovi ideali da rincorrere senza perdere di vista il senso dei propri limiti, ma sentendosi forte delle esperienze passate.

Flavia Facco, L'invisibile in menopausa - Psicologia del benessere nella crisi di transizione della mezza età, Franco Angeli, 2005

La menopausa è stata oggetto di modelli interpretativi fondati sulla scissione mente-corpo, scissione che non ha giovato a rendere giustizia della complessità del fenomeno, né tantomeno alle donne e ai professionisti della salute che se ne occupano. La menopausa nel tempo da malattia degli eccessi diventa infatti la malattia della mancanza quando non anche causa stessa della depressione. Il testo vuole descrivere una crisi di transizione che sembra invisibile perché non si mostra ai nostri occhi e si svolge invece negli spazi intimi della mente e del cuore delle donne e difficilmente raggiunge spazi socialmente condivisi.

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