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Si
parla sempre tanto dei soggetti disabili, dei loro
diritti e di tutto ciò che resta ancora da fare per
render loro la qualità di vita accettabile. Non
c’ è che da compiacersi da questo accendersi di
civiltà, anche se ho la netta impressione che – a
volte – si tratti di una facciata ufficiale,
dietro la quale permangono ancora razzismo, egoismo
ed una vergognosa discriminazione. Ogni tanto,
infatti, le cronache riportano episodi di inaudita
violenza psicologica, in cui si nega l’ ospitalità
in albergo a persone disabili o episodi in cui un
bambino down si trova a dover fare i conti con
piccoli compagni che lo burlano. E’ come se grandi
e piccoli siano in questi casi, accomunati da un
‘unica sordità quando si tratta di erigere
barriere tra loro e tra chi – come loro – non lo
è.
Spesso
si guarda al disabile con sguardo caritatevole
e non amicale e la pietà è dura da subire, forse
anche più dell’ indifferenza. Come dire “
Niente più sentimenti prego, il mercato è
saturo”.
Come
ha osservato acutamente Fiamma Nirenstein
(“La stampa“ dell’agosto 1999) parlando del
gemello con sindrome di down nato nell’ estate
’98 a Firenze e scartato rispetto al gemello sano,
anche quando viene fatto qualcosa per il disabile
viene fatto più per un discorso pietistico che non
di solidarietà.
Qualcosa,
però, sembra muoversi anche se il problema di fondo
esiste. Importante è approfondire il tema della
libertà per i soggetti disabili. Restituirgli una
vita indipendente, vuol anche dire, sotto il profilo
giuridico, poter esercitare concretamente le loro
libertà inviolabili nonostante le incapacità psico
– fisiche. Però
solo le sparute iniziative di pochi non bastano
ancora. E’ necessario conoscere meglio i problemi
del disabile, perché ciò non serva solo a loro ed
alle famiglie, ma “ al mondo fuori “ per
acquisire una reale consapevolezza dei valori su cui
dovrebbe basarsi una società democratica.
Ricordo
la madre di un soggetto disabile, ormai 35 enne, lei
in età avanzata, non riusciva più a farsi carico
delle esigenze – necessità primarie del figlio.
Alla fine del suo lungo percorso di ricerca ,
riuscii ad inserire il figlio con disturbi
dichiaratamente psicotici all’ interno di una
struttura semi – residenziale. Il ragazzo
presentava anche una sintomatologia di tipo
ossessivo, percosse spesso gli operatori del centro
all’ inizio del suo inserimento. Lentamente, però,
qualcosa migliorò ed il quadro clinico, fatto di
interventi di integrazione – riabilitazione,
decisamente raggiunse piccoli risultati positivi.
In
questi casi, parlando di “soggetti disabili“ non
ci sono ricette vincenti. Le reazioni sono
molteplici e scavalcano differenze culturali e
sociali, ma tutte hanno un denominatore comune: la
necessità – cioè – di raggiungere un
equilibrio, da rinegoziare con gli anni, che
riscopra il profondo significato di una vita diversa
insieme al nostro ragazzo diverso!
Ricordo
anche una ragazza autistica, che restò per molti
anni all’ esterno di strutture semiresidenziali
per autonoma decisione della madre. La ragazza era
stata partorita in età avanzata, la sua patologia
era dichiaratamente autistica e la stessa madre
stentò per anni prima di accettare la realtà
autistica della figlia. La sua ferita narcisistica
di madre di una disabile era troppo forte e marcata.
Solo alla fine di un lungo calvario decise di
inserirla in una struttura semiresidenziale di
riabilitazione. Tutt’ oggi la madre fatica a
riconoscere appieno la disabilità della figlia, ma
accetta le cure che il centro le propone.
La
strada da seguire, per concludere, dovrebbe essere:
agire e fare. Non
stancarsi di chiedere aiuto, sconfiggendo la
sensazione che altri non possano capire, né
condividere.
Chiedere,
anzi pretendere, non solo che i servizi migliorino,
ma che ci sia più rispetto per la persona, non
perché disabile, ma in quanto persona.
Purtroppo
spesso la realtà non sta in questi termini. Io vivo
ogni giorno la disabilità di persone
schizofreniche, autistiche, gravemente psicotiche e
posso assicurarvi che i centri e cliniche
riabilitative sanno dare molto in questo senso.
Ancora c’ è comunque molto da fare relativamente
all’ impressionante discriminazione che spesso
viene attuata nei
confronti di queste “persone speciali“!
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