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Psicologia/Gli articoli

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Gli articoli

Noi e internet: intervista a Paolo Crepet

di Anna Fata

Internet ha cambiato la nostra vita, ma quanto? Nata da una vocazione planetaria, la rete si sta rivelando uno strumento impareggiabile al servizio del localismo – dal salvataggio dei prodotti tipici, al recupero di lingue in via di estinzione. Allora, internet ci allontana o ci avvicina agli altri? Un viaggio a tutto campo nel presente e nel futuro della rete, in compagnia di Paolo Crepet.

Identità reale o fittizia?
FATA: Nella società attuale, in cui l’imperativo è quello di una socializzazione a tutti i costi, la realtà virtuale può offrire una possibilità di vivere in una situazione in cui si può scegliere di essere o veramente se stessi, senza censure, senza critiche da parte degli altri, oppure di non rivelare la nostra identità, o di assumere, comunque, delle identità fittizie, che possono rappresentare il nostro “Io Ideale”. Cosa pensa di questa modalità di socializzazione, che si potrebbe quasi definire “senza rischi” e a ridotto impegno e responsabilità, in quanto, tutto sommato, con un ‘click’ si può porre fine a un’interazione che non ci soddisfa?

CREPET: La capisco, ma non mi pare un punto di arrivo molto consuntorio, nel senso che se per essere autentico ho bisogno di un nicknamese per essere me stesso ho bisogno di camuffarmi, siamo messi male. Quello che lei dice è: come si fa ad essere se stessi. Bè, certo non trincerandosi dietro un nickname. Che poi ci sia questa libertà, questa possibilità ne sono ben contento. E credo che faccia parte di un diritto acquisito nella nostra cultura. Rimane un problema che non viene risolto dal virtuale, anzi, il virtuale rischia, in qualche modo, di accentuarlo, proprio perché propone facili soluzioni, direi anche sbrigative. Se io ho bisogno per sentirmi me stesso di giocare in una chat line trasformandomi in Valentina, rimane irrisolto il problema della mia autenticità

La rete aiuta i timidi?
FATA: Per persone che hanno delle difficoltà relazionali, in certi casi, instaurare delle interazioni on line può aiutare. E’ d’accordo?

CREPET: Non è che sto dicendo che è opera maligna ciò di cui stiamo parlando, sto dicendo che quello che rimane irrisolto è un problema, comunque, di trovare dentro la propria vita il coraggio, la determinazione, l’orgoglio di essere autentici.

Mettersi alla prova
FATA: Uno dei vantaggi di una relazione virtuale, per esempio, consiste nella possibilità di sperimentare’ se stessi

CREPET: Sperimentare se stessi fino ad un certo punto, nel senso che nel virtuale si sperimenta virtualmente se stessi. Noi non siamo virtuali. Io dò al virtuale ciò che è buono, ma non posso pensare che il virtuale risolva dei problemi che il virtuale, per definizione, non può risolvere. Il virtuale non risolve il problema della mia identità, anzi, è questo il problema. La mia identità è quello che faccio io tutti i giorni. Non posso pensare di consigliare alle giovani generazioni di chiudersi dentro una cantina e di cliccare e di essere ciò cliccano: è orrendo questo. Spero che nessuno voglia questo mondo. E’ un mondo totalmente irreale. La tecnologia è strumento, non è finalità. Non confondiamo le cose.

L’e-mail è una lettera che arriva in un secondo, ma è una lettera. Non può essere un’altra cosa: è una semplice, banale lettera, come quelle che scriveva il Carducci. Solo che invece di un pony la manda l’etere. Invece che tre giorni in mezzo alle bufere, ci mette sette secondi. Non mi pare una cosa da visionari. Ridimensioniamo le cose, perché voi stessi che lavorate in questo mondo poi ve ne pentirete, perché così come ci sono i grandi entusiasmi di Internet, della new economy che non si parlava d’altro, dopodiché la new economy ha perso l’80% e la gente non ne vuole neanche più sentirne parlare. Forse, se ci fosse stato meno entusiasmo due anni fa e un po’ più di realismo adesso, la new economy sarebbe una cosa interessante e la gente non avrebbe i brufoli a parlarne.

Nuove tecnologie: cosa c'è di nuovo, cosa c'è di antico
FATA: Potrebbe suggerire quelli che, secondo lei, sono gli utilizzi ‘corretti’ delle nuove tecnologie, una sorta di ‘istruzioni per l’uso’?

CREPET: Le nuove tecnologie, la comunicazione via Internet, eccetera, vanno bene nel senso che sono cose che si aggiungono alla nostra vita, non sono cose che sostituiscono la nostra vita. Per cui, uno che ha timidezze, piuttosto che curiosità e vorrebbe occuparsi, giocare, travestirsi, può trovare utili le nuove tecnologie. L’esigenza dell’anonimato è un’esigenza tanto quanto il fenomeno delle città. Le città sono cresciute perché c’era un bisogno inconscio dell’individuo di avere anonimato, quindi fuggiva dalle campagne dove l’anonimato non può esistere, perché c’è un controllo persona su persona, e andava a finire in una grande città dove, finalmente, non eri nessuno. Finalmente non eri nessuno, perché volevi fuggire ad un controllo sociale che, evidentemente, ti asfissiava. Questo è un diritto moderno, che non c’è sempre stato, anzi c’è stato molto poco. E’ vecchio, quanto sono vecchie le città, quanto il fenomeno dell’inurbamento. Quindi, la tecnologia permette, sostanzialmente, questo. E’ una forma moderna di anonimato. Così come, del resto, era il telefono. Internet non lo propone come prima tecnologia.

La prima tecnologia è stato il telefono, che permetteva la ‘voce amica’, il ‘telefono amico’, ‘telefono azzurro’. Da tutte queste forme di comunicazione basate sull’anonimato, da tutte le forme di aiuto sociale, di scambio, poi si è passati ad altre forme. Videotel, 10 anni fa in Francia ha spopolato: erano le prime comunicazione scritte via telefono e tutte le prime chat line, che non si chiamavano esattamente così, ma lo erano, hanno permesso questo. Permettono a una persona di rispondere alle sue curiosità, alle sue necessità, punto. Sono una cosa in più. Mai pensare che quello è al posto di quell’altro.

La nostra vita è come quella dei nostri bis nonni, non è cambiato granché, perché bisogna uscire di casa, bisogna incontrare la gente, bisogna stringere la mano, bisogna ridere o piangere, bisogna fare l’amore, tutte queste cose le faceva il mio bis nonno e le faccio io. E non posso delegarle ad uno strumento tecnologico che sopperisce a quello. Quello che io faccio, con la mia faccia, con il mio corpo, con le mie idee è indice della mia identità è dell’autenticità della mia identità. Dopodiché esiste anche il travestimento: hanno inventato il carnevale per permettere alla gente di travestirsi.

Internet: più locale che globale
FATA: Cosa pensa delle applicazioni delle nuove tecnologie nell’ambito della psicologia, nella fattispecie dei casi di psicoterapia e counseling on line? Lei che utilizzo ne ha fatto, ne fa o pensa che, eventualmente, ne farà?

CREPET: Io ho lavorato a una trasmissione che è andata anche in onda tutto l’inverno scorso e, in parte, anche questa estate che si chiamava “Terapie d’amore” che era, di fatto, un sito di terapie on line, usando tecnologie più web cam, perché credo che la web cam sia importante. E’ molto importante perché arricchisce lo strumento tecnologico della comunicazione in maniera sostanziale. Prima di parlare di una vera e propria psicoterapia io ci andrei con i piedi di piombo, nel senso che la psicoterapia ha bisogno di relazione. La relazione a distanza è una relazione diversa, di fatto, è un modo di comunicare diverso che non può essere comparabile: sono due cose diverse, dopodiché io posso anche parlare con un signore che sta a Sidney e questo va benissimo, è giusto che io lo faccia ed è perfetto. Non è la stessa cosa se questo signore di Sidney sta seduto di fronte a me, perché nella psicoterapia non c’è solo l’ascolto delle parole, ma ci sono anche gli ascolti degli sguardi, gli ascolti dei silenzi, ci sono gli ascolti delle gestualità: per una persona è come si siede, è come gesticola, è come tante cose. La comunicazione verbale è importantissima, la comunicazione verbale più video è sicuramente di più, quindi, credo che uno sviluppo ulteriore, penso alla banda larga, quindi tutte le cose che permettono una comunicazione video, come sarà tra qualche anno per tutti noi normalissima, come se fosse una televisione, aiuterà certamente, non sostituirà.

E’ come dire che l’e-book è sostitutivo del libro cartaceo: una cretinata assoluta. Io non vorrei mai leggermi Calvino on line, non vorrei neanche pensarci. Penso di poter usare la guida del Gambero Rosso on line. Probabilmente, non ho bisogno di sfogliarla necessariamente. Una fruizione che io posso fare dal computer della mia macchina per sapere dove andare a mangiare questa sera, sfoglio questa cosa. Sarebbe abbastanza perverso leggersi Calvino dal computer della macchina. Se ci sia arriverà è perché ci sarà qualche ardito che vorrà fare questo. Credo che, giustamente, Calvino si rigirerebbe nella tomba. La psicoterapia on line si aggiungerà alle psicoterapie tradizionali con, naturalmente, un valore aggiunto importantissimo che è il basso costo. Questo credo che sia molto importante. Io, più che di psicoterapia on line, io credo che siano molto importanti, per esempio, forme di comunicazione, di aiuto, anche dal punto di vista psicologico.

Penso, per esempio, alle scuole. Io penso che nelle scuole ce ne sarebbe molto bisogno: oggi come oggi, è facilissimamente ottenibile, perché una web cam costa neanche 200.000 e un abbonamento a una rete veloce costa circa 100.000 al mese, quindi per una scuola è una sciocchezza Se ogni scuola si dotasse di un ‘camerino tecnologico’, come una sorta di ‘camera caritatis tecnologica’, in cui un ragazzo può decidere se parlare con uno psicologo, magari anche famoso, autorevole, invece che doversi prendere la prima psicologa che passa davanti alla scuola, perché si deve adattare a quella. Magari, on line può parlare con un signore che gli dà più gusto, a cui accredita una maggiore capacità di risposta. Inoltre, questa cosa costa infinitamente meno, rispetto alla convenzione con la ASL per il servizio di psicologia.  

Queste forme di comunicazione sono molto importanti tra pari. Ci sarà un uso della tecnologia per l’ascolto del tecnico, che potrebbe essere, nel mio caso, uno psichiatra, ma che potrebbe essere anche un dentista, piuttosto che un commercialista, piuttosto che un avvocato. Si pensi quanto tempo si risparmierebbe nel poter consultare un avvocato on line. Sicuramente si risparmia il tempo di andarci, di parcheggiare la macchina: sono ore, per tante persone. Tu ti metti a casa tua e parli con il tuo avvocato per il tempo che ti serve, lo vedi, che è una cosa sicuramente diversa da una telefonata, dopodiché ci saranno altri adempimenti che devono essere fatti de visu. Io penso che, in qualche modo, paradossalmente, Internet, che è nata come comunicazione globale, planetaria, in realtà serve e servirà molto di più a livello locale.

Innanzi tutto lo vediamo adesso con il commercio: Internet che è nata come globalizzazione, in realtà, salva il prodotto iper-locale, iper-regionale. Internet salva la caciotta di una vallata sperduta dell’Appennino, dove c’è un produttore di caciotte che sarebbe morto, perché non gliele compra più nessuno, e che, invece, via Internet, magari, riesce a piazzarle anche in Germania. Internet, alla fine, salva il localismo. Penso all’uso di Internet e alla comunicazione in alcune realtà particolari, regionali, dove, ad esempio, si vuole salvare una certa lingua locale, ad esempio il friulano, cosa che io ho fatto in Friuli e che è stato molto importante.

Ecco che Internet, che sembrerebbe una cosa tutta e solo globale, va a salvare l’idioma che, altrimenti, sarebbe scomparso e che, invece, attraverso questo strumento straordinario, fa comunicare, ma non la frazione del paesino friulano con il signore friulano che, magari, è immigrato in Canada, e anche questo è importante, ma non è così decisivo. Ma serve anche a fare comunicare anche due ragazzi di Udine. Non vorrei che Internet sopperisse al bar, che sopperisse alla piazza. Non vorrei che quei due ragazzi di Udine, visto che parlano via Internet, evitassero di uscire: mi piacerebbe che Internet fosse un ulteriore arricchimento.

Noi e internet: che fine fa la nostra creatività?
FATA: In contrapposizione a questo dilagare della tecnologia, sarebbe auspicabile riscoprire la creatività e la fantasia, a cui lei fa riferimento in ‘Non siamo capaci di ascoltarli’. Come è possibile, concretamente, attuare questo?

CREPET: La creatività e la fantasia non sono cose che si riscoprono ad un certo punto della vita, ma si tratta di qualcosa che deve essere stato dato fin dall’inizio. In questo senso, è importantissimo il rapporto con l’infanzia, quindi, le primissime scuole, l’asilo, la scuola materna, le elementari, lì si interpella una creatività che, naturalmente, è diversa da individuo a individuo, c’è chi è più portato, chi lo è meno, però saperla evocare credo che sia importantissimo. Come? In tutti i modi.

Su questo Internet ha un valore relativo, nel senso che la creatività è qualcosa che deve venire innanzi tutto da se stessi, non viene da una macchina, non viene da uno strumento. Lo strumento aiuta la creatività, non è che la crea. La creatività l’abbiamo dentro noi. Che poi la si possa sviluppare con una matita, oppure con un meraviglioso gioco tecnologico, è un altro discorso. Quello che viene a frapporsi tra l’individuo e la creatività sono una serie di prodotti, di giochi e di cose che sono già dei kit. E’ il kit che toglie la creatività.

FATA: Quindi, Internet, in questo senso, potrebbe rappresentare un ‘rischio’ per la creatività e la fantasia?

CREPET: Diciamo che i media, in generale. Internet, ormai, è diventato tutto, perché Internet, oggi, vuol dire anche quello che, fino a ieri, era una videocassetta perché, come si sa, ormai, si potrà facilissimamente scaricare non più solo una canzone, ma anche addirittura un film. Esistono, ormai, in California dei club di cinefili che lavorano su Internet e che scaricano a pagamento un film da una cineteca virtuale. Quindi, oggi, parlare di Internet è parlare di tutti i media messi dentro, perché Internet è radio, è televisione è chat, è telefono, è fotografia, è film, è tutto. C’è anche il giornale, il quotidiano, il settimanale: cosa non c’è dentro Internet? C’è tutto. Tre anni fa ce n’era la metà, adesso siamo a tutto. Un domani non si potrà se non migliorare la qualità, la disponibilità, la perfezione della visione. I rischi di Internet sono i rischi di ciascun medium.

Un rimedio per la noia?
FATA: In questo senso, Internet potrebbe accentuare quel senso di noia diffuso tra i giovani e descritto nel suo saggio precedentemente citato?

CREPET: Essendo non un fine, ma uno strumento, torno a dire, dipende da come lo si usa. Anche la bicicletta può essere virtuosa e noiosa: virtuosa se diventa occasione di gite, di esplorazioni, di attività sportive. Noiosa se è semplicemente qualcosa che ti fa fare sempre più o meno lo stesso giro. Internet può aiutare una persona che si annoia.

Potenzialmente Internet è una cosa incommensurabile con qualsiasi altro strumento che abbiamo avuto, perché se noi pensiamo appunto che uno oggi con Internet ha tutto, io posso vedere un film di Robert de Niro, posso vedere una mostra fotografica e poi andare a vedere il museo del Prado e poi andare a vedere cosa si mangia in Lunigiana questo inverno. Effettivamente, Internet può essere anche una nostra grande baby sitter, cioè ci aiuta, ci accompagna, ci sta vicino, e, quindi, potenzialmente potrebbe anche rompere la noia. Il problema è che la noia non inizia con Internet e Internet non ha lo scopo di sconfiggere la noia. Internet è uno strumento, dopodiché se tu vivi una vita ripetitiva, senza slanci, senza emozioni, trovarla dentro Internet è un’illusione. Internet potrà allietarti una serata, due serate, non può cambiarti la vita. Guai a pensare che sia Internet a farlo.

Dopodiché sappiamo benissimo che c’era della gente che si chiudeva in casa settanta anni fa e ascoltava solo la radio ed erano dipendenti dalla radio, sapevano tutto dei programmi radiofonici, erano dei patiti dei melodrammi radiofonici: c’era della gente che li sapeva a memoria, quelli che avevano 2554 puntate, quelli erano dell’epoca di mio nonno. Quindi, c’era un uso della tecnologia, la radio era una tecnologia, che faceva sì che una persona che, tendenzialmente, era portata a isolarsi, gli riempiva quel vuoto. Ma quello era uno strumento che aumentava il distacco di quella persona dalla realtà. Altre persone hanno usato la radio come strumento di libertà, come strumento di informazione.

Malati di internet? No, malati di vita...
FATA: A proposito di dipendenza, ha avuto modo di osservare, nel corso della sua pratica clinica, dei casi di Internet Addiction Disorder, o dipendenza da Internet?

CREPET: Ci sono stati dei miei pazienti che, per esempio, con le chat line si sono presi una bella batosta. Non è la chat line. E’ la vita di quella persona che era diventata così monotona, la coppia non funzionava più, e tu avresti voluto cambiare le cose, non hai il coraggio di cambiare le cose e allora ti basta una chat line: questa è la realtà. Ottieni, ti illudi di ottenere lo stesso scopo senza cambiare niente della tua vita: non rompi con tua moglie, non vai in giro a cercarti guai e malattie strane, stai a casa tua, hai un surrogato emotivo-erotico che, in qualche modo, ti sostiene e tutto il resto della vita continua. Il resto della vita, se ha prodotto quella noia, continuerà a produrla.

Lì c’è il rischio della dipendenza, perché se Internet è l’unico strumento che tu hai agito per sconfiggere quella noia, dipenderai da quello strumento sempre di più, poi staccarsene diventerà, ovviamente, sempre più difficile. Perché te ne stacchi, ma cosa fai? Torni da tua moglie? La realtà è rimasta uguale a quella di prima: quando si spegne il computer alle quattro della notte, dove vai? Io ho avuto casi di questo tipo. E’ un uso improprio della tecnologia, perché l’uso, di per sé, anche di quella cosa fa parte della curiosità. Io credo che se uno, una sera, vuole farsi un giro in una chat un po’ ‘forte’ è come farsi due bicchieri di wisky, va bene, va benissimo. Il problema è se poi entra nella tua quotidianità con lo scopo di surrogare a una quotidianità che continua ad essere noiosa, ripetitiva, stagnante, totalmente priva di emozioni e l’emozione diventa alla sera a mezzanotte e un quarto, quando finalmente entri in chat.


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