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Psicologia/Gli articoli

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Una terapia riuscita aiuta a diventare adulti?

di Flavia Facco

Solitamente una persona decide di sottoporsi ad una terapia quando percepisce un forte disagio: la motivazione quindi è quella di essere affrancata dal malessere. Un sintomo fastidioso che impedisce il normale svolgimento delle attività quotidiane, come per esempio una fobia, o una persistente alterazione dello stato dell'umore che contamina tutte le esperienze vitali, possono ad un certo punto non essere più tollerati; la persona allora chiede aiuto proprio perché percepisce di "non farcela più".

Ci sono terapie che si propongono l'eliminazione del sintomo o almeno di rendere la persona capace di padroneggiarlo al meglio, isolandone gli effetti destabilizzanti. Spesso questo è proprio l'obiettivo più ambito: star meglio nel più breve tempo possibile. Ma stare meglio può essere davvero identificato solo con l'eliminazione del sintomo? Il sintomo come sappiamo può ripresentarsi trasformato nei suoi aspetti esteriori.

Una terapia non dovrebbe metterci nelle condizioni anche di evitare delle ricadute? Quindi di ottenere delle modificazioni profonde che riguardano la capacità di crescere non solo quella di liberarsi dei disturbi?  In effetti accade che una  persona chieda una terapia anche perché desidera"cambiare", non piacendosi così come è. Questo avviene per esempio quando il malessere esprime un conflitto profondo tra parti della personalità che spingono verso opposti obiettivi. Quando si è invasi dal senso di colpa, oppure quando la difficoltà riguarda la capacità di relazionarsi serenamente con gli altri, o l'incapacità di essere assertivi e di agire una sana aggressività a difesa di se stessi, quando si ha la consapevolezza di ripetere sempre gli stessi errori.

La persona si rende conto in questo caso di non aver raggiunto certe mete e di essere vittima di una crescita incompleta o disarmonica. Parti della personalità rimangono piccole e immature anche se magari altre parti appaiono cresciute e capaci di sviluppare la propria competenza; ci si può sentire brillanti e capaci sul lavoro ma avere grandi difficoltà nell'intimità; si può essere particolarmente vulnerabili a stili relazionali altrui o essere incapaci di affrontare certe situazioni per colpa di blocchi emotivi dovuti magari a ricordi angosciosi o a divieti autoimposti in maniera automatica e ripetitiva.

Il terapeuta in questo caso può sentirsi chiedere direttamente o indirettamente di "crescere", di evolvere verso la maturità.  La posta in gioco sembra allora più complessa e le radici del problema  appaiono sotto un'altra prospettiva. Se non pensiamo solo al sintomo ma ci interroghiamo sulle cause del malessere, la psicologia del profondo ci ha insegnato che molto della nostra personalità dipende sì dalla costituzione innata ma anche dal modo in cui siamo stati allevati e dunque dal tipo di relazioni che abbiamo sperimentato da piccoli e durante la crescita.

Dobbiamo allora cercare di ricostruire all'indietro il percorso della nostra vita, rileggendolo sotto un'altra luce, diventando capaci di eliminare quelle distorsioni nella lettura della realtà che ci hanno condotto a ripetere gli stessi schemi relazionali; cercare di bonificare i conflitti e imparare a sviluppare maggior empatia verso gli altri, riducendo il nostro egocentrismo, assumere dentro noi stessi la capacità di tollerare i nostri limiti, rendendo le nostre aspirazioni più realistiche e meno velleitarie. Un bravo terapeuta deve sempre saper vedere nelle richieste del proprio paziente anche quanto c'è di inespresso, di "detto tra le righe" e deve sempre saper calibrare ciò che lui stesso si aspetta dal paziente in termini di crescita e di miglioramento, e ciò che la persona può effettivamente raggiungere.

Questo richiede un percorso certo più lungo e non sempre definibile a priori perché i tempi della crescita sono individuali e dipendono anche dalle circostanze. L'obiettivo è ambizioso ma di grande soddisfazione perché cambiare vuol dire svincolarsi da modelli del passato che si sono rivelati fallimentari o frustranti per ottenere una nuova dimensione di sè. Una terapia che guarda alla crescita e al cambiamento aiuta a non sentirsi più alla mercé dei propri stati d'animo, non crea l'illusione di eliminare per sempre le emozioni spiacevoli ma mette l'individuo nelle condizioni di saperle padroneggiare e di imparare a tollerarle; l'ansia e la paura faranno allora meno "paura" e si imparerà anzi a trarre insegnamenti e indizi dalle emozioni che prima venivano rifiutate.

Quando la terapia è efficace la persona affronta non senza un po' di sgomento, la scoperta di quello che è il suo vero io , depurato dalle distorsioni, dai condizionamenti indotti dalle circostanze e dalle figure affettive; la rilettura del passato aiuta a scoprire le origini dei conflitti, l'accettazione dei propri limiti ridimensiona e ridefinisce ciò che ognuno può attendersi da se stesso riducendo la severità verso se stessi.

In questo senso si può dire che si riavvia un percorso di crescita che si era interrotto o che era avvenuto in modo disarmonico; saper gestire meglio le proprie relazioni, conoscere i propri conflitti, essere più empatici con gli altri può a buon ragione farci affermare  di "sentirci" più adulti, ricordandoci che la crescita è un processo che non ha mai fine.


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Pagina aggiornata al 19/04/2007

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