|
Solitamente
una persona decide di sottoporsi ad una terapia
quando percepisce un forte disagio: la motivazione
quindi è quella di essere affrancata dal malessere.
Un sintomo fastidioso che impedisce il normale
svolgimento delle attività quotidiane, come per
esempio una fobia, o una persistente alterazione
dello stato dell'umore che contamina tutte le
esperienze vitali, possono ad un certo punto non
essere più tollerati; la persona allora chiede
aiuto proprio perché percepisce di "non
farcela più".
Ci
sono terapie che si propongono l'eliminazione del
sintomo o almeno di rendere la persona capace
di padroneggiarlo al meglio, isolandone gli
effetti destabilizzanti. Spesso questo è proprio
l'obiettivo più ambito: star meglio nel più breve
tempo possibile. Ma stare meglio può essere davvero
identificato solo con l'eliminazione del sintomo? Il
sintomo come sappiamo può ripresentarsi trasformato
nei suoi aspetti esteriori.
Una
terapia non dovrebbe metterci nelle condizioni anche
di evitare delle ricadute? Quindi di ottenere delle
modificazioni profonde che riguardano la capacità
di crescere non solo quella di liberarsi dei
disturbi? In
effetti accade che una
persona chieda una terapia anche perché
desidera"cambiare", non piacendosi così
come è. Questo avviene per esempio quando il
malessere esprime un conflitto profondo tra parti
della personalità che spingono verso opposti
obiettivi. Quando si è invasi dal senso di colpa,
oppure quando la difficoltà riguarda la capacità
di relazionarsi serenamente con gli altri, o
l'incapacità di essere assertivi e di agire una
sana aggressività a difesa di se stessi, quando si
ha la consapevolezza di ripetere sempre gli stessi
errori.
La
persona si rende conto in questo caso di non aver
raggiunto certe mete e di essere vittima di una crescita
incompleta o disarmonica. Parti della personalità
rimangono piccole e immature anche se magari altre
parti appaiono cresciute e capaci di sviluppare la
propria competenza; ci si può sentire brillanti e
capaci sul lavoro ma avere grandi difficoltà
nell'intimità; si può essere particolarmente
vulnerabili a stili relazionali altrui o essere
incapaci di affrontare certe situazioni per colpa di
blocchi emotivi dovuti magari a ricordi angosciosi o
a divieti autoimposti in maniera automatica e
ripetitiva.
Il
terapeuta in questo caso può sentirsi chiedere
direttamente o indirettamente di
"crescere", di evolvere verso la maturità.
La posta in gioco sembra allora più
complessa e le radici del problema
appaiono sotto un'altra prospettiva. Se non
pensiamo solo al sintomo ma ci interroghiamo sulle
cause del malessere, la psicologia del profondo ci
ha insegnato che molto della nostra personalità
dipende sì dalla costituzione innata ma anche dal
modo in cui siamo stati allevati e dunque dal tipo
di relazioni che abbiamo sperimentato da piccoli e
durante la crescita.
Dobbiamo
allora cercare di ricostruire all'indietro il
percorso della nostra vita, rileggendolo sotto
un'altra luce, diventando capaci di eliminare quelle
distorsioni nella lettura della realtà che
ci hanno condotto a ripetere gli stessi schemi
relazionali; cercare di bonificare i conflitti e
imparare a sviluppare maggior empatia verso gli
altri, riducendo il nostro egocentrismo, assumere
dentro noi stessi la capacità di tollerare i nostri
limiti, rendendo le nostre aspirazioni più
realistiche e meno velleitarie. Un bravo terapeuta
deve sempre saper vedere nelle richieste del
proprio paziente anche quanto c'è di inespresso, di
"detto tra le righe" e deve sempre
saper calibrare ciò che lui stesso si aspetta dal
paziente in termini di crescita e di miglioramento,
e ciò che la persona può effettivamente
raggiungere.
Questo
richiede un percorso certo più lungo e non sempre
definibile a priori perché i tempi della
crescita sono individuali e dipendono anche
dalle circostanze. L'obiettivo è ambizioso ma di
grande soddisfazione perché cambiare vuol dire
svincolarsi da modelli del passato che si sono
rivelati fallimentari o frustranti per ottenere una
nuova dimensione di sè. Una terapia che guarda alla
crescita e al cambiamento aiuta a non sentirsi più
alla mercé dei propri stati d'animo, non crea
l'illusione di eliminare per sempre le emozioni
spiacevoli ma mette l'individuo nelle condizioni di
saperle padroneggiare e di imparare a tollerarle; l'ansia
e la paura faranno allora meno "paura"
e si imparerà anzi a trarre insegnamenti e indizi
dalle emozioni che prima venivano rifiutate.
Quando
la terapia è efficace la persona affronta non senza
un po' di sgomento, la scoperta di quello che è il
suo vero io , depurato dalle distorsioni, dai
condizionamenti indotti dalle circostanze e dalle
figure affettive; la rilettura del passato aiuta a
scoprire le origini dei conflitti, l'accettazione
dei propri limiti ridimensiona e ridefinisce ciò
che ognuno può attendersi da se stesso
riducendo la severità verso se stessi.
In
questo senso si può dire che si riavvia un
percorso di crescita che si era interrotto o che
era avvenuto in modo disarmonico; saper gestire
meglio le proprie relazioni, conoscere i propri
conflitti, essere più empatici con gli altri può a
buon ragione farci affermare
di "sentirci" più adulti,
ricordandoci che la crescita è un processo che
non ha mai fine.
|