C’è
chi inizia una terapia per combattere l’ansia, chi
perché tende a ripetere sempre gli stessi
comportamenti, per curare una fame invincibile,
o perché si vuol chiudere un rapporto e non ci si
riesce… qualunque ragione è valida per
intraprendere un percorso terapeutico di cambiamento
e di crescita. Ma chi sono i terapeuti? Quante e
quali sono le terapie disponibili? Quanto costano e
quanto durano? Come si comincia, come si prosegue, e
come si finisce?
A volte cambiare
significa in realtà non
cambiare – così si comportano per esempio
quelle persone che cambiano
partner instaurando una relazione identica a tutte
quelle precedenti, o chi coltiva dentro di sé il
sogno di variare qualcosa di più o meno grande
nella propria vita, ma non trasforma mai le proprie
speranze in realtà.
Talvolta la vita
può indurre cambiamenti
forzati che non sempre si è in grado di
affrontare da soli, oppure si vorrebbero risolvere
problemi o conflitti e se ne parla con gli amici, si
chiede consiglio, mentre senza accorgersene
si rinforzano ancora di più i propri schemi
mentali - e la soluzione tanto agognata sembra
non arrivare mai.
Eppure, cambiare
dentro è
possibile anche modificando pochissimo la
propria vita esteriore, verso la quale ci si sentirà,
se davvero nel cammino del cambiamento si è
cresciuti, molto più liberi. Non sempre è
necessario rivoluzionare tutta la vita per risolvere
i propri problemi, e forse certe ribellioni totali e
senza ritorno si rivelano nel tempo più distruttive
che costruttive. Più un cambiamento è radicale, più
richiederà grandi energie per essere portato a
termine – più in fondo può diventare talmente
difficile realizzarlo che forse non si comincerà
mai.
Ci sono invece
cambiamenti efficaci ma graduali, e a volte è
sufficiente rendersi conto di certi meccanismi
perversi per superarli, o imparare a riconoscere i
propri desideri,
e finalmente vivere meglio. Tutti
possono cambiare, ognuno di noi può in una
certa misura fare in modo che i condizionamenti del
passato non si tramutino in destino, e si può
imparare a modificare i comportamenti negativi, ad
acquisire nuove capacità, a volersi bene.
Non sempre però voler
cambiare equivale a poter
cambiare; succede che la volontà,
l’intenzione e l’intelligenza siano
insufficienti, senza una guida, a raggiungere i
propri obiettivi. Può capitare di sentirsi spenti e
sfiduciati e di non riuscire da soli a mettere in
moto quell’ingranaggio virtuoso che porta alle
piccole e grandi trasformazioni
esistenziali. Abbandonando la speranza spesso
infondata di cambiare gli altri ma agendo invece su
se stessi per imparare a conoscersi, a capire la
propria storia, le motivazioni, le speranze e i
desideri che fanno parte di noi.
Cambiare
è anche una questione di fiducia e di elasticità,
è saper dominare le proprie paure. Lao Tzu diceva
che un viaggio di mille miglia comincia con un
passo, e insomma come davanti alla pagina bianca
l’importante è iniziare, la movida
non nasce per magia, ma dalla necessità, dalla
voglia, dai sogni, dai desideri…
C’è chi vive il
cambiamento come un’opportunità
e chi come un pericolo, anche se in genere tutti
tendiamo a preferire i cambiamenti che abbiamo
orchestrato alle variazioni imposte
dall’esterno. Ci sono persone che non riescono
nemmeno a ipotizzare di poter cambiare qualcosa
nella loro vita: tendono ad accettare situazioni e
condizioni come dati di fatto immutabili perché
si sono adagiate nello sconforto, si
sono abituate a essere
infelici e a vivere al minimo delle loro
possibilità.
In un’epoca che come la
nostra valorizza la mobilità delle persone e le
dota di strumenti di cambiamento anche
spettacolari – si può cambiare aspetto, sesso
… - è ancora forte e diffusa la resistenza a
iniziare i cambiamenti dentro di sé piuttosto
che fuori. Sono tante le trappole che ci tengono
incatenati a un presente che ci va stretto:
fatalismo, abitudine, paura del rischio e
dell’incertezza, sfiducia, passività, pigrizia.
Eppure i tempi che viviamo ci obbligano a continue
trasformazioni: la capacità di migliorarsi,
reinventarsi, rilanciarsi viene premiata – la
staticità punita.
Cambiare è tradire?
In un certo senso, sì. Chi ci è caro ed è
abituato a immaginarci in un certo modo può
essere disturbato dai nostri cambiamenti, e potrà
rivelarsi più o meno capace o intenzionato ad
adeguarsi al nostro nuovo passo. Ma noi non
possiamo restare fedeli a un modo di essere che
non ci appartiene più, e abbiamo un dovere di
fedeltà in primo luogo verso noi stessi. Nessuno
ci restituirà mai un tempo vissuto a metà, i
desideri che abbiamo sacrificato o i sogni che
abbiamo rimosso. Allora potremmo dire che in
qualche misura si cambia inevitabilmente contro
gli altri - un prezzo
da pagare in cambio della libertà e del
benessere.
A volte il nostro corpo decide
del nostro futuro prima di noi, mandandoci segnali
piccoli o grandi di disagio.
Saperli cogliere e decifrare è un primo passo
verso la comprensione della propria interiorità.
Non tutti i cambiamenti iniziano da una ribellione
a tutto campo, anzi molto spesso tendiamo a
soffocare il nostro slancio vitale verso il nuovo
e il diverso perché lo desideriamo e lo temiamo
allo stesso tempo. Se però si è in fase di
bilanci intimi e il saldo non
è proprio brillante, forse è opportuno fermarsi
e lasciar libero corso alle voglie e ai sogni,
compresi quelli che ci sembrano impossibili.
Aspirazioni interiori e
condizionamenti ma anche vincoli fondamentali che
regolano le
relazioni della nostra vita dovrebbero
idealmente combinarsi in un insieme che ci
arricchisce e ci apporta una quantità ragionevole
di felicità
e di realizzazione. Così accade alle persone che
hanno ‘trovato la propria strada’ e che sono
contente di quanto hanno costruito.
Ciascuno al proprio ritmo
L’abitudine
è legata al nostro bisogno di stabilità e di
economia di energie. All’interno di questa regola,
ognuno di noi ha un ritmo assolutamente personale
nell’affrontare tutte le cose, inclusi i
cambiamenti. E’ inutile improvvisarsi esploratori
se invece si tende a conservare qualunque
situazione a qualsiasi prezzo - è molto meglio
analizzare le condizioni interiori e oggettive
della propria vita e misurare le proprie energie
per poi partire dai piccoli passi. Senza
dimenticare che esistono tempi
più o meno favorevoli alle imprese umane, e
che anche nell’apparente immobilità si
possono preparare le più grandi rivoluzioni.
Come
si valutano e si calcolano i rischi? Come si
prende una decisione? Riflessioni.
Prima di affrontare
qualunque cambiamento profondo potremmo cercare
di analizzare quanto siamo in grado di
sopportare il rischio, qual è la nostra
tolleranza rispetto all’ambivalenza,
all’incertezza, al rifiuto e alla solitudine
– una sensazione quasi inevitabile perché
spesso quando si cambia, si cambia da soli. Potremmo
per esempio cominciare a valutare la situazione
attuale e la nostra voglia di cambiarla cercando
di rispondere a queste domande:
perché sto affrontando
questo cambiamento?
ho pensato a tutte le
possibili implicazioni e conseguenze –
buone e cattive?
che cosa è veramente
importante per me, che cosa conta davvero?
quello che consideravo
importante fino a oggi, lo è ancora?
è questo il momento
giusto per affrontare il cambiamento?
sono convinto che non assumere mai alcun
rischio è il peggior rischio in assoluto?
Per cambiare è necessario
avere fiducia in se stessi ed essere convinti di
poter
modificare la realtà attraverso le proprie
azioni. Affrontare una situazione di
cambiamento significa aggredirla per cambiarla,
e non semplicemente analizzarla all’infinito
– cioè svolgere un ruolo
attivo, essere coinvolti nelle situazioni e
sentirsene responsabili.
Ci sono meccanismi
cognitivi difficili da controllare e che possono
avere un impatto frenante massiccio
sull’iniziativa delle persone. Per esempio per
tutti noi le perdite contano molto di più delle
vincite. Ecco perché normalmente tendiamo ad
accontentarci invece di massimizzare cioè
scegliere un percorso, magari innovativo, che
soddisfi la maggior parte dei nostri desideri.
Conservare
è un istinto primordiale, innato. Questo
spiega in parte perché a volte anche se
sappiamo di essere in una situazione perdente
tendiamo a perseverare sperando di recuperare
le perdite, invece di cambiare
strategia.
Un buon esempio di questo meccanismo è dato
dalle storie sentimentali in cui uno dei
partner spende tutta le proprie energie per
tentare di condurre in porto amori impossibili
- e per definizione onerosi, impegnativi,
faticosi - piuttosto che analizzarne
probabilità e valori e decidere la strategia
in base a questi
Valutare
le alternative
Prima di tutto, bisogna evitare le false
alternative. Neumann e Morgenstern hanno
coniato il termine cancellation
principle per definire quelle scelte in cui
esistono due alternative che comportano
conseguenze identiche e altrettanto probabili.
E’ ovvio che queste non sono vere
alternative, e che quindi andrebbero
ignorate. Prendere
una decisione
non necessariamente significa
risolvere per sempre uno o più problemi, ma
piuttosto delineare
una soluzione che sia al servizio dei nostri
scopi e che riduca al minimo possibile i
fattori di turbolenza e di incertezza.
Esercitare un’influenza sugli eventi non
coincide quasi mai con l’esercitare un potere
assoluto su di essi: decidere significa
in primo luogo esprimere l’intenzione di
comportarsi in un determinato modo. Pianificare
significa stabilire come
qualcosa deve essere fatto.
Decidere? E’ un
processo
Per prima cosa, dobbiamo identificare il nostro
problema, poi chiarire a noi stessi i nostri
obiettivi e le nostre priorità.
Scoprire e valutare le opzioni è il passo
fondamentale per poterne confrontare le
conseguenze alle mete
che ci eravamo posti, e infine decidere
consisterà nella scelta
delle opzioni a queste più vicine.
Gli errori
più comuni che compiamo durante questo processo
dipendono ancora una volta dal nostro carattere.
Potremo bloccare ogni azione perché non siamo
in grado di scegliere tra le alternative e
allora finiremo per rimandare, abbandonandoci
all’indecisione. Oppure opteremo per una scelta
irrazionale affidandoci al nostro intuito o
all’istinto, cioè privilegiando una soluzione
allineata alle nostre dinamiche inconsce. Se di
fronte alle conseguenze la nostra scelta si
rivelerà errata, probabilmente tenderemo a inventare
buoni motivi la giustifichino ai nostri occhi e
a quelli degli altri.
Quando aspettare
è sbagliare Attendere
o rimandare si riveleranno scelte sbagliate
quando saranno il risultato non di un calcolo e
di una strategia, ma del non voler riconoscere
la realtà, della speranza che le situazioni si
aggiustino da sole, del prevalere
dell’emozione sulla razionalità, delle
pressioni sociali o in generale delle
convenienze altrui.Al contrario, scegliere
impulsivamente significa non cogliere o non
tener conto delle conseguenze negative delle
proprie azioni.
Più
un cambiamento avrà un significato
emotivo forte per noi, più tenderemo a
ragionare in termini emotivi. Questo significa
che potremo concentrarci su dettagli
irrilevanti perché questi ci danno
l’illusione di controllare la realtà,
oppure che tenderemo a scegliere opzioni
binarie che ci sembrano più prevedibili e più
facili da pensare.
Il risultato sarà che ridurremo il ventaglio
delle scelte possibili.
Concludendo...
Essere coraggiosi non significa essere
incoscienti, ed è quasi impossibile cambiare
senza paura. Il coraggio consiste nel dominare
questa paura e insieme nel desiderare il meglio
per se stessi. Se un obiettivo è di rado
raggiungibile per vie dirette, quasi sempre è
possibile creare
le condizioni migliori perché si realizzi.
E in questo cammino di inevitabile cambiamento a
volte si arriverà alla meta, a volte strada
facendo si scopriranno nuovi desideri…
Alberto
OLIVERIO, L’arte di pensare, Rizzoli,
1999
Per
saperne di più: Willy
PASINI, Donata FRANCESCATO,Il
coraggio di cambiare,Mondadori,
1999
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