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Chi
sono i pazienti degli psicoterapeuti?
Tutti quelle persone che per qualche ragione
avvertono un desiderio
profondo di conoscersi e di cambiare, e che come
scrive Elisabeth Roudinesco, credono che non ci sia
“una scienza capace di risolvere le passioni, la
sessualità, la follia, l’inconscio, la relazione
con gli altri, e tutto ciò che costituisce la
soggettività di ciascuno", e che ritengono che
l’uomo sia "libero di esprimersi e di avere
un destino non limitato al suo essere biologico”.
“Ci
vuole una certa concezione del soggetto, una
volontà di reinserirlo con la sua differenza
nelle nostre società sempre più indirizzate
invece verso una normalizzazione a distanza e
verso un’idea che riduce l’uomo a una merce:
redditizia o utile.” Elisabeth
Roudinesco - Le
Monde, aprile 1997
La
maggior parte dei pazienti degli psicoterapeuti è
donna, per esempio perché le donne sono, a oggi, le
più colpite dalla depressione. Gli Italiani
sembrano preferire la terapia farmacologica a
qualunque altro tipo di trattamento e ciò
indipendentemente dal disturbo da cui sono affetti:
attacchi di panico, nevrosi, angoscia, ansia
generalizzata, turbe del sonno e
dell’alimentazione…
La
spesa farmaceutica nazionale del settore è di 1.000
miliardi, di cui oltre 300 vengono spesi ogni anno
per medicinali antidepressivi, e 294 per
antipsicotici. In Europa Francesi e Spagnoli sono i
più grandi consumatori di antidepressivi, e i
Portoghesi, a sorpresa, i più depressi in assoluto.
Più
di 500.000 Italiani stanno in questo momento
seguendo qualche terapia psicologica,
e nel nostro paese operano più di 50.000
terapeuti di varie scuole e orientamenti, sia
privatamente, sia nei tanti servizi di stato.
Riconoscere di avere bisogno di aiuto costituisce il
passo fondamentale per innescare il cambiamento,
ridurre le sofferenze a livelli tollerabili e
migliorare la qualità della propria vita.
Dati:
Ministero della Sanità
OMS,
Organizzazione Mondiale per la Sanità
Giornata
Mondiale della Salute Mentale
Per quali disturbi
è utile chiedere un consulto?
Le
ragioni sono molto personali, e molto varie. Si può
consultare un terapeuta semplicemente perché si
soffre o si è angosciati, perché si è dipendenti
da qualcosa o da qualcuno, o perché si ha
l’impressione che la vita abbia perso fascino e
significato, ma anche per disturbi di natura
relazionale – difficoltà sessuali, coniugali,
professionali o problemi in generale nel rapporto
con gli altri – o per sintomi fisici fastidiosi e
limitanti, che possono andare dal mal di testa intrattabile,
all’eczema, all’insonnia o ancora per superare
un periodo particolarmente doloroso...
Per
guarire o per stare meglio?
In un certo senso, per entrambi in qualunque tipo di
terapia, anche se ci sono delle differenze. Le terapie
non analitiche mirano a risolvere
il sintomo, più che a sradicarne la
motivazione, cioè agiscono
sul comportamento, rettificandolo, più che
indagare sulle ragioni che lo hanno causato. Le
terapie brevi, in particolare, hanno un approccio
molto pragmatico: prima
si cambia, poi
eventualmente si capisce. Questo significa che
la terapia si concentrerà principalmente
sull’indurre un cambiamento visibile, anche se il
sintomo di un problema mai affrontato potrà forse
ripresentarsi in futuro in un’altra forma. Il
sollievo, apparente o definitivo, è in questo caso
molto veloce – in alcune situazioni terapeutiche,
come nelle terapie psicosomatiche, una sola seduta
è considerata risolutiva.
Nelle
terapie di
indirizzo analitico, invece, il sollievo della
sofferenza è secondario rispetto all’obiettivo di
riconciliare
la persona con la sua verità profonda, e quindi
non esiste, per definizione, né una cura-tipo, né
una guarigione-tipo. Secondo Freud è sana
la persona che è in grado di amare e di lavorare
provando piacere in entrambe le attività – dunque
una persona che viene rimessa in grado di affrontare
in maniera autonoma e flessibile questi due grandi
poli della vita, è in sostanza una persona guarita.
Nelle terapie analitiche ci si impegna a sciogliere
l’enigma del disagio, piuttosto che a farlo
scomparire – o detto in altre parole, è
necessario capire
per cambiare.
Si
possono trattare o guarire le malattie
psicosomatiche?
Certi sintomi fisici sono l’espressione di un
malessere interiore, quello che si avverte quando
“si sta
male nella propria pelle”. Per questo durante
la terapia i sintomi tendono a risolversi abbastanza
rapidamente perché la
cura libera il paziente dalla necessità
di ammalarsi o di sentirsi
malato. Nella terapia psicosomatica, per
esempio, si trascura del tutto l’indagine delle
cause del sintomo per concentrarsi esclusivamente
sulla guarigione del corpo, con risultati talvolta
sbalorditivi. Le guarigioni
possono essere più o meno radicali e profonde in
dipendenza del modello terapeutico scelto, e in
generale accettare le parti sconosciute e oscure
della propria persona consente di vivere una
rinnovata armonia con se stessi, di assumersi la
responsabilità della propria vita e del proprio
benessere conquistando finalmente quell’autonomia
psichica che permette di affrontare le proprie paure
e di combattere i propri complessi. La terapia aiuta
a spezzare
le catene del passato e quindi a evitare
comportamenti e limitazioni ereditati o riflessi.
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