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Buona sera, oggi è venerdì 23 giugno 2017

Sex design: l'estetica del sesso non è più un tabù

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Falli felici,  riflessioni sulla virilità

Chi comanda qui? (II parte)

Il rapporto sottolinea il fatto che la maggioranza dei personaggi maschili nei media è eterosessuale, ritratta in un contesto professionale piuttosto che familiare, e che l’accento cade invariabilmente sulla carriera più che sulla vita privata. Gli uomini di razza non bianca sono invece più esposti ad avere problemi personali, che tendono a risolvere ricorrendo alla violenza fisica o verbale. Immagini abituali, che secondo l’associazione appoggiano e rinforzano l’idea che la mascolinità è legata al potere e alla dominazione. Children Now ha anche prodotto un elenco illuminante degli stereotipi maschili più diffusi nei media:

  • il comico, molto popolare tra i ragazzi, forse perché ridere fa parte della loro “maschera di virilità”. Secondo questo stereotipo, uomini e ragazzi non devono essere seri, né esprimere le proprie emozioni. Tuttavia, alcuni ricercatori vedono proprio nei personaggi comici la speranza di un concetto più ampio della virilità;

  • il duro, sempre pronto a mettere in pericolo la propria vita, “a battersi se è necessario, a non subire e ad attaccare per primo”. Dimostrando forza e potere, conquista l’approvazione degli altri uomini e l’adorazione delle donne;

  • l’uomo forte, in grado di “prendere il comando e di agire efficacemente in tutte le circostanze, capace di controllo emotivo e gran seduttore di femmine”. Uno stereotipo che rinforza l’idea dell’implacabile autocontrollo maschile, e conferma che lasciar trapelare le emozioni è un segno di debolezza;

  • il grande capo, definito dal suo status professionale, “la quintessenza del successo, l’incarnazione, attraverso la ricchezza e la potenza, delle qualità socialmente più ammirate”. L’idea è che un uomo, un uomo “vero”, deve essere ricco e avere molto successo;

  • l’eroe, forte ma non silenzioso, spesso arrabbiato, caratterizzato soprattutto da un’aggressività e da una violenza estreme, che con gli anni non smettono di crescere.

Eppure, proprio questi stereotipi che rinforzano una concezione della virilità basata sull’aggressione, la violenza e la dominazione, sarebbero sì il prodotto di una cultura popolare sessista, ma che va contro gli uomini. Paul Nathanson e Katherine Young, ricercatori della McGill University, affermano infatti che molte produzioni cinematografiche e televisive ridicolizzano, accusano e demonizzano gli uomini: i personaggi maschili presentati nelle serie televisive e nei film sono spesso degli idioti (South Park, I Simpsons), irresponsabili, incompetenti (Sex and the City), e soprattutto, violenti (Il silenzio degli innocenti, Fight Club). L’immagine di potenza e dominanza conferita a certi personaggi nasconderebbe perciò, secondo i ricercatori, una misandria, cioè un’ostilità verso gli uomini, profondamente ancorata nella nostra cultura.

Un dato biologico o un dato culturale?
Presso gli Inuit, l’identità e il genere non sono funzione del sesso anatomico, ma del genere sessuale dell’anima-nome reincarnata. Tuttavia, a tempo debito l’individuo deve svolgere attività e manifestare attitudini proprie del suo sesso apparente (compiti e riproduzione), anche se la sua identità e il suo genere saranno sempre funzione della sua anima-nome. Grazie alla sua anima-nome, un ragazzo può essere cresciuto e considerato come una ragazza fino alla pubertà, svolgere il suo ruolo di maschio riproduttore nell’età adulta e dedicarsi a compiti maschili all’interno del gruppo familiare e sociale, pur conservando per tutta la vita la sua anima-nome, cioè la sua identità femminile.

Poiché presso i Samo il caldo è legato al secco e il freddo all’umido, gli uomini si trovano sul lato del caldo, le donne su quello del freddo, e questo delimita un certo numero di qualità. Così, essere macho o essere avaro corrisponde all’essere caldo; essere buono, generoso, ingenuo, corrisponde all’essere freddo; il giusto mezzo, l’uomo impegnato in relazioni equilibrate con gli altri senza essere né troppo macho, né troppo ingenuo, dovrebbe rappresentare l’ideale. Ma questo uomo non esiste. Esistono solo i macho e i tonto, l’imbecille, che infatti è generoso e sprovveduto. Nell’immaginario popolare, è positivo essere macho e negativo essere tonto. In linea di principio, la generosità è preferibile alla durezza, la pioggia all’aridità, la pace alla guerra. Ma la realtà dei giudizi e degli atti smentisce questi princìpi morali.

Anche se per la maggior parte gli studi recenti sull’immagine maschile nei media si sono interessati soprattutto alla violenza, altri ricercatori hanno cominciato a esaminare la visione della virilità veicolata dai periodici maschili come Playboy, Maxim, GQ e Max. Queste pubblicazioni che parlano di salute, di moda, di sessualità, di relazioni personali e di stili di vita hanno una parte di tutto rispetto nella definizione dell’uomo moderno. Alcuni autori ritengono che queste riviste contribuiscano a migliorare la rappresentazione di entrambi i sessi nei media, nella misura in cui si occupano di temi fino a oggi considerati di appannaggio esclusivamente femminile. Ma altri vi trovano ancora una visione vetero-virile degli uomini e della mascolinità, che si limita a mettere in scena lo stereotipo classico del maschio ritraendo solo uomini belli, ben messi e ben vestiti, preoccupati solo di spassarsela.

Chi comanda qui?
Nelle lagune che circondano il lago africano Tanganika, vive “uno strano pesciolino … miserevole e tormentato … di colore grigiastro”. Il maschio di questo pesce è di aspetto assolutamente simile alla femmina, fin quando non comincia a lottare con gli altri maschi. “Non appena riesce a soppiantare un dominante, l’ex subordinato diventa improvvisamente di un giallo brillante o di un bel blu elettrico; nelle settimane successive le sue cellule cerebrali si moltiplicano fino a diventare otto volte tante e danno origine a processi chimici che portano al completo sviluppo sessuale: il nostro pesciolino acquista cioè l’equivalente di ciò che gli spagnoli chiamano cojones”.

Citazioni tratte da opere di: Ulrich Beck, Elisabeth Beck-Gernsheim, Richard Conniff, Chiara Simonelli, Hugh O’Neill, Pascal Duret, Lester Thurow, Paul Nathanson, Françoise Héritier, Children Now

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Pagina aggiornata al 15/10/2007

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