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Il mito del manding

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Il mito del mandingo

       L’uomo farà molte cose per farsi amare,
ma farà qualsiasi cosa
per farsi invidiare.
    
Mark Twain

Le bizzarre credenze riguardo al pene ebbero enormi ripercussioni quando le nazioni più potenti dell’Occidente iniziarono a colonizzare l’Africa, portandovi la loro presunzione di superiorità culturale, le loro insicurezze sessuali, e le loro consuetudini. Tenendosi per mano, scienza e razzismo si addentravano nella giungla alla ricerca della verità e della ricchezza, e presto la maggior parte dei musei scientifici europei avrebbe esposto trionfalmente il “pene etiopico” in un bel vaso di cristallo. Il lavoro degli scienziati dell’epoca  rivela elementi significativi dello sguardo che l’Uomo Occidentale riservava all’Uomo Nero, soprattutto nel confronto (amaro) tra la propria dotazione e quella del fratello africano.

Questione di dimensioni
Il pene è considerato il riflesso della potenza di un uomo, tanto è vero che in molte testimonianza spontanee emerge a chiare lettere come la sua forma e le sue dimensioni siano una fonte di costante preoccupazione: “Non posso dire che la mia vita sessuale sia insoddisfacente, ma con quel 30 per cento in più di circonferenza mi sentirei meglio...”; o di sofferenza: “È un problema che mi dà tanti problemi”. Tuttavia, rispetto alla maggior parte degli altri primati, il maschio umano è spaventosamente dotato: un gorilla da due quintali che comanda un harem di femmine ha un pene che in erezione supera a stento i 3 centimetri, ma che mostra fieramente agli altri maschi in segno di minaccia e di dominio.

L’incontro tra l’europeo bianco e l’africano nero tra il XV e il XIX secolo fu molto più esteso e intimo rispetto al passato, e l’esame per stabilire il proprio posto in natura rispetto a quello dello controparte fu condotto con estrema serietà da uomini di Dio e della scienza. Nonostante le antipatie filosofiche che dividevano i due campi, il risultato fu l’assunzione di una posizione comune che alla fine trasformò il ruolo culturale del pene e contribuì a espandere il suo valore di “idea”. Questo nuovo orientamento fu citato dagli Europei per giustificare non solo colonialismo ed evirazione - in fin dei conti, i peni etiopici nei vasi dovevano ben venire da qualcuno… - ma soprattutto la schiavitù in una scala senza precedenti nella storia del mondo.

In quei tempi strani, l’organo maschile si trasformò in un righello. Il corpo dell’africano di colore fu dissezionato dagli anatomisti, la sua intelligenza misurata dagli educatori bianchi, e l’eventuale esistenza della sua anima discussa tra filosofi e teologi. Voltaire, Rousseau e Jefferson, tra molti altri, videro riassunte le proprie posizioni nelle mirabili parole di David Hume: “Sono portato a sospettare che i negri… siano naturalmente inferiori ai bianchi. Non vi fu mai alcuna nazione civilizzata di colore diverso dal bianco, né un individuo eminente nell’azione o nella speculazione”. Pur partendo da premesse diverse, molti pensatori razziali basarono le proprie conclusioni sullo stesso criterio - il Pene Africano - che venne osservato, temuto, desiderato, soppesato, invidiato, interpretato attraverso le Scritture, meditato, e soprattutto, calibrato. Come era logico aspettarsi, nella maggior parte dei casi la sua dimensione “provava” che i neri erano più animali che uomini.

Testicoli da guerra
Il biologo William Eberhard ritiene che la pressione della selezione femminile abbia forgiato i genitali maschili in una varietà di tipi per farne “strumenti interni di corteggiamento”, la cui bellezza risiede più nella funzione che nell’aspetto. Ciò che i genitali maschili ci dicono riguarderebbe più che altro le preferenze delle femmine: gli scimpanzé maschi hanno testicoli enormi, e non solo con una funzione ornamentale. A ogni incontro sessuale, i testicoli più grossi producono più sperma e ne introducono di più nella femmina rispetto a quelli più piccoli; se molti maschi si accoppiano alla stessa femmina, il maschio che ha più sperma ha ovviamente un vantaggio competitivo. Il maschio umano ha testicoli più piccoli di quelli dello scimpanzé, il che significa probabilmente che le femmine umane ancestrali non erano promiscue come quelle dello scimpanzé ma neppure del tutto monogame, poiché se gli uomini non avessero dovuto confrontarsi in una competizione spermatica, avrebbero evoluto testicoli piccoli come quelli dei gorilla. Alcuni scienziati ritengono che i genitali si siano evoluti in forme elaborate per prevenire l’ibridizzazione: i genitali maschili e femminili di ciascuna specie si uniscono perfettamente come una chiave con la sua serratura, e solo i membri della stessa specie possiedono una dotazione adeguata.

Perché le cose cambiassero ci vollero secoli; nel 1903 un chirurgo americano pubblica sulla rivista Medicine un articolo nel quale la dimensione del pene degli uomini di colore viene impiegata per dimostrare che queste persone non sono civilizzate, né lo possono divenire. Non può esistere un rapporto di mutuo beneficio tra bianchi e neri, scrive il dr. Howard, perché qualunque relazione è impedita dalle “grandi differenze sessuali”.

E le donne?
Nella nostra società le donne non vedono il pene immediatamente, perciò il valore seduttivo delle sue dimensioni è discutibile; nel momento in cui le donne scoprono cosa è loro riservato, in genere sono già state affascinate a sufficienza su altri piani. Pare che in nessuna cultura, e la nostra non fa eccezione, le donne intonino canti appassionati alla sua vista: “Collo e ventriglio da tacchino” scrive Sylvia Plath alla vista dei genitali del suo amante, e “C’è qualcosa di ridicolo nella loro indecisione gommosa”, tuttavia essi hanno “un razionale disegno matematico, una sintassi”, che mancano ai genitali femminili, “stravaganti nel contorno e architettonicamente incoerenti”, secondo Camille Paglia.

L’idea malsana secondo la quale gli Africani possono essere migliorati attraverso l’educazione potrebbe realizzarsi solo se questa “riducesse le grandi dimensioni del loro pene”, conferendo loro “la sensibilità delle fibre terminali presente nei Caucasici”, ma assente negli uomini di colore. È proprio questo deficit di sensibilità, tanto apprezzato dalle donne di ogni colore, a impedire che “qualsiasi sviluppo intellettuale” nel maschio nero “non si arresti all’avvento della pubertà”. Ne consegue che “gli istinti innati diventano il fattore controllante della loro vita”, lasciando gli Uomini Neri “privi di morale”. Perciò, conclude Howard, poiché “ciò che fu deciso ai tempi dei protozoi preistorici non può essere modificato da un atto del Congresso”, solo riducendo la taglia del pene africano - un’impossibilità biologica - si potrebbe porre fine “al diritto di nascita degli Africani alla follia sessuale”.

L’alter ego erotico
Una “caratteristica genitale” che turbò molti studiosi e ne allarmò altri alla fine del 1800, fu l’apparente immunità dei neri all’impotenza. Il neurologo americano Gorge M. Beard inventò una nuova malattia, chiamata neurastenia. Si trattava di una perdita debilitante di energie, soprattutto sessuali, provocata dalla “sovracivilizzazione” e dalla qualità soffocante della cultura razionalistica. Beard riteneva, come molti darwinisti sociali, che alcuni gruppi etnici e razze avessero smesso di evolvere, per esempio i neri; ciò avrebbe spiegato la loro “sottocivilizzazione”, uno stato che rendeva conto della loro inferiorità mentale e anche della loro superiorità fisica, soprattutto nell’ambito del sesso e degli organi sessuali. I neri avevano una “costituzione soprannaturale” nella sfera erotica che li rendeva più vicini alla natura, lontani dalla civilizzazione e quindi immuni dalla disfunzione erettile. “Non vi è differenza tra il furor sexualis di un negro e quello di un toro”, fatto che spiegava l’allarmante aumento dei negri stupratori nel sud dell’America, e “c’è solo un metodo logico per trattare con questi criminali”: la castrazione.

Il pene nero non fu il solo a venire connotato da un’identità razziale negativa, un altro gruppo di uomini (e di peni) venne altrettanto stigmatizzato. Si trattava questa volta di persone che non vivevano nel peccato primitivo in continenti strani e distanti, avevano abitato in Europa dai tempi dei Greci e dei Romani ed erano parte della civiltà occidentale, pur avendo una cultura distinta. La loro condizione separata era segnalata da uno strano segno sul pene, nel quale i Cristiani vedevano la prova dell’uomo maledetto da Dio. L’Ebreo circonciso, che diffondeva perversioni spaventose e malattie terrificanti, pur non essendo nero nel corpo doveva esserlo per forza nello spirito. Alla fine del XIX secolo un medico, anch’egli ebreo, concluse che vi era un legame tra l’idea del pene e l’origine di alcune malattie, ma questo fatto, insisteva, non era vero solo per gli Ebrei, una razza separata dalle altre dalla circoncisione, e neppure solo per gli Africani ipersessuati e macrofallici. Per Sigmund Freud, questo fatto riguardava l’intera razza umana…

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