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Un pene da fare invidia (II parte)

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Un pene da fare invidia (II parte)

Il Pene Ebraico
Giunto alla maturità nel tardo ‘800, Sigmund Freud sapeva benissimo che le sue origini ebraiche lo screditavano agli occhi dei suoi vicini cristiani, e altrettanto bene sapeva che quegli occhi erano tutti concentrati sulla “parte” di lui che lo rendeva una pericolosa fonte di contagio per i gentili. L’organo che rendeva possibile tutto questo era il Pene Ebraico. In questa atmosfera Freud divenne uomo, studiò medicina, curò i pazienti, pensò a quello che vedeva e che sentiva, e in un periodo di prodigiosa fertilità intellettuale inventò un nuovo metodo di interpretazione del mondo, centrato sul pene più di qualunque altro sistema intellettuale precedente. Siamo ossessionati dal sesso, nutriamo desideri erotici incestuosi e rispondiamo ai simboli fallici; non siamo così perché siamo ebrei, sosteneva Freud, ma perché siamo umani. Dell’impatto che l’antisemitismo ebbe sul suo pensiero, e del ruolo in esso svolto dal pene ebraico, si trova una traccia illuminante nel caso del Piccolo Hans, dove in una nota Freud osserva che “il complesso di evirazione è la più profonda radice inconscia dell’antisemitismo, giacché fin da piccolo il bambino sente dire che l’ebreo subisce un taglio al pene … e ciò gli dà il diritto di disprezzarlo”. Fiducioso fino all’ultimo che una nazione che aveva prodotto Goethe non potesse andare in rovina, dopo la fuga da Vienna nel 1938 e il trasferimento a Londra, Freud scrisse a Max Eitington dell’”incanto del nuovo ambiente, che potrebbe addirittura farci esclamare “Heil Hitler.””. Le sue opere furono bruciate pubblicamente a Berlino, e tutte le sue sorelle morirono in campo di concentramento.

Di tutte le rivoluzionarie intuizioni di Freud, nessuna fu più importante dell’idea che il corpo è molto più che una fonte di stimoli somatici; il corpo è l’autore del carattere. Le sue pulsioni sono universali e operano sulla mente in modi diversi ma incisivi, anche se non tutti i loro significati sono disponibili alla coscienza. Tutti gli esseri umani attraversano lo stadio anale dello sviluppo, sono perversi polimorfi, e devono affrontare il complesso di Edipo: questi passaggi fanno parte della costruzione mentale comune, comune a tutti noi perché possediamo un corpo.

Molti trovarono ripugnante questo legame tra corpo e mente proprio per l’insistenza di Freud sul fatto che l’organo centrale per la formazione del carattere, lo si possedesse o meno, è il pene: “L’accento cade tutto sul membro maschile, e l’interesse si concentra sopra una sola questione: se ci sia o non ci sia.”. Nato in un mondo di gerarchie ferree (gli aristocratici sui proletari, gli Occidentali sugli Orientali, i Cristiani sugli Ebrei…), Freud dichiarò che una sola distinzione contava davvero: avere un pene o essere castrati.

“Mentre il complesso edipico del bambino crolla a causa del suo complesso di evirazione, il complesso edipico della bambina è reso possibile e introdotto dal complesso di evirazione. Per spiegare questa contraddizione, basta considerare come il complesso di evirazione operi sempre conformemente al proprio contenuto, inibendo e limitando la virilità, e promovendo la femminilità. La differenza fra l’uomo e la donna in questo segmento dello sviluppo sessuale è una comprensibile conseguenza della diversità anatomica tra i genitali e della situazione psichica che a ciò si collega, e corrisponde alla diversità tra un’evirazione compiuta e un’evirazione puramente minacciata”.

Insistendo sulle inevitabili conseguenze dell’angoscia di castrazione, Freud assegnò al pene un ruolo forgiante della personalità umana. Ogni maschietto, sosteneva, suppone che tutti possiedano il suo stesso organo. L’osservazione dello stato “castrato” della madre o della sorella, che il bambino ritiene opera del padre, è una prova terrificante dell’amputazione del pene. Per salvare il proprio, il bambino adotta un’attitudine passiva ma ostile verso il padre e sviluppa un forte attaccamento alla madre; ma pur non osando desiderarla, non può rischiare di non essere desiderato da lei, pena l’essere tradito e consegnato al padre per l’evirazione. Secondo Freud, negli uomini nevrotici la realtà della differenza sessuale può rappresentare uno shock denso di conseguenze: alcuni diventano feticisti, altri omosessuali, mentre in quelli non nevrotici questi conflitti evolvono lentamente in direzione di un’esperienza positiva e umanizzante: “Nei maschi il complesso [di Edipo] … si sfracella letteralmente sotto lo shock della minaccia di evirazione. … Nei casi normali, o per meglio dire nei casi ideali, il complesso … non esiste più nemmeno nell’inconscio.”. Invece di uccidere il padre e di accoppiarsi con la madre, il bambino finirà per desiderare di assomigliare al padre e di legarsi a qualcuno che assomiglia alla madre. L’aggressiva energia fallica infantile si trasforma in un istinto di padronanza che più tardi si esprimerà in una vita adulta adattata, ed è in questa modalità socialmente accettabile che l’uomo penetra l’ambiente e vi imprime il proprio segno.

“… tutti i processi evolutivi … interessano soltanto gli strati superiori della complessa struttura sessuale. I processi fondamentali che danno luogo all’eccitamento erotico sono sempre gli stessi. …. Modificando una nota frase del grande Napoleone, si potrebbe dire a questo proposito: “l’anatomia è il destino”. I genitali stessi non hanno seguito l’evoluzione delle forme corporee verso la bellezza, sono rimasti animaleschi, e così anche l’amore è rimasto nella sua essenza animale come è sempre stato. Le pulsioni erotiche sono difficilmente educabili … Ciò che la civiltà vuol fare di esse non pare raggiungibile senza sensibile scapito di piacere, la persistenza degli impulsi inutilizzati è riconoscibile nell’attività sessuale come mancato soddisfacimento.”

Infatti, qualche anno più tardi questo bambino diventerà un uomo, presumibilmente un membro produttivo della società, un marito amorevole, un padre - e un tiranno che intimidisce il proprio figlio e minaccia il suo pene. Questo, insisteva Freud, è il destino di tutto il genere umano, e una delle ragioni principali dell’enorme angoscia psichica provocata dalla civiltà.

Naturalmente, anche per la bambina il pene rappresenta l’acquisizione più preziosa. Poiché per lei la castrazione non è un minaccia vera e propria ma una realtà freudiana, il suo trauma è ancora più grande: “La bambina ha modo di osservare il pene, grosso e vistoso, di un fratello o di un compagno di giuochi; riconosce subito in esso il corrispettivo, in grande, del proprio organo piccolo e nascosto, ed ecco che nasce in lei l’invidia del pene … Essa l’ha visto, sa di non averlo, e vuole averlo.” Presto o tardi, anche la bambina si arrenderà all’evidenza. Priva di alternative, verrà a patti con il proprio deficit operando una sostituzione: “La libido della bambina scivola necessariamente … in una nuova posizione. Ella rinuncia al desiderio del pene per mettere al suo posto il desiderio di un bambino, e, avendo di mira questo scopo, assume il padre come oggetto amoroso. La madre diventa oggetto di gelosia, dalla bimba è emersa una piccola donna”, il cui desiderio di avere un pene verrà soddisfatto estendendo il suo affetto per l’organo al suo portatore - prima il padre, e poi il marito; ne consegue che l’obiettivo della sessualità vaginale non è l’amore o il piacere, ma molto più semplicemente, la cattura del pene.

Qualche anno dopo, all’interno della comunità psicoanalitica (americana) si leva qualche voce di protesta. Nel 1932 Karen Horney, che in seguito pagò a caro prezzo le sue esternazioni, arguì che se qualcuno era attrezzato male, questo era l’uomo. E’ vero che la prima visione della vagina può provocare un trauma, scrisse Horney ne Il terrore della donna, ma non quello indicato da Freud; anzi, la vera conseguenza è che il bambino “istintivamente giudica che il suo pene è troppo piccolo per i genitali di sua madre, e reagisce con il terrore della propria inadeguatezza”.

L’intuizione geniale di Freud fu che qualunque fosse l’ignota fonte biologica del disagio mentale, i suoi sintomi erano di origine psicologica, avevano un significato, e potevano perciò essere trattati e compresi esattamente come un’idea. Laddove agli inizi della sua teorizzazione il pene provocava la nevrosi attraverso la masturbazione, il coito interrotto o l’abuso sessuale subìto nell’infanzia, il nuovo teorema freudiano era basato sull’idea del pene, che operava adesso attraverso fantasie di penetrazione o di castrazione; così, la sessualità divenne psicosessualità. “L’enorme progresso compiuto dalla psicoanalisi”, scrisse Simone de Beauvoir, fu di comprendere che “ciò che esiste non è l’oggetto-corpo descritto dai biologi, ma il corpo come lo vive il soggetto”.


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