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L'arma imopropria (II parte)

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L'arma impropria (II parte)

In una rovente estate degli anni ‘70, sulle pagine del New York Times ebbe luogo l’incoronazione della figura carismatica della rivoluzione femminista. Per la prima volta a memoria d’uomo, un critico letterario riservò due colonne del New York Times (per due giorni consecutivi) allo stesso libro. “Sexual Politics” - scrisse - “è una visione femminista radicale delle infinite modalità di sfruttamento delle donne a opera degli uomini. […] Il libro è estremamente piacevole, brillantemente strutturato, schiacciante nelle argomentazioni, costellato di arguzia e di logica, e mostra una impressionante padronanza della storia e della letteratura…”. In quel momento iniziò a splendere l’astro di Kate Millett. Sexual Politics rimase a catalogo per tutti gli anni ’70, ma la fama della sua autrice fu distrutta da un intempestivo outing sulla propria omosessualità. La reazione fu immediata. Un giornalista del Time, che tre mesi prima le aveva dedicato la copertina, si presentò a casa di Millett per intervistarla in merito, e la sua confessione, riportata nell’articolo, la screditò come portavoce della causa femminista. Solo le eterosessuali a tempo pieno potevano fare commenti sul pene, e pretendere di essere ascoltate. “Il frastuono sta diventando assordante, riecheggia dalle strade dove si formano i picchetti, dai bar nei quali le donne un tempo non potevano entrare, e perfino dai talami coniugali”, ammoniva Time. Le femministe radicali vogliono “decapitare il sistema patriarcale”, aveva dichiarato Millett. La breve vita mediatica di Kate Millett, la “Mao Tse-Tung del Movimento di Liberazione delle Donne”, e i suoi attacchi al pene e agli uomini in genere, furono seppelliti dalla frase irriverente di un giornalista che probabilmente non condivideva l’opinione del New York Times: “Leggere il suo libro è come stare seduti con i testicoli in uno schiaccianoci”.

Shere Hite era bella, colta, coraggiosa, eterosessuale. Nel 1974 pubblicò i risultati preliminari di un questionario basato su 45 risposte, ma il suo rivoluzionario Sexual Honesty fu ignorato dalla stampa. Un destino completamente diverso sarebbe invece spettato al Rapporto Hite sulla Sessualità Femminile, basato ora su 3.000 risposte, dal quale emergeva (tra l’altro) che ben 7 donne su 10 non riuscivano ad avere l’orgasmo durante la penetrazione. Praticamente nessun uomo è consapevole di questo fatto, sostenne l’autrice, perché il rapporto sessuale si considera “riuscito” quando l’uomo raggiunge il suo orgasmo. L’ineguaglianza erotica si trasformò rapidamente in una questione politica. Il Rapporto, infarcito di testimonianze toccanti in presa diretta dalla camera da letto, e grazie anche all’accettazione di fatto della masturbazione e dell’omosessualità come alternative legittime alla sessualità dominata dal pene, vendette 20 milioni di copie. Il libro rese la sua autrice ricca e famosa, ma ne fece il bersaglio ideale della critica maschile. Alcuni contestarono la metodologia di Hite sostenendo che il Rapporto non aveva basi scientifiche perché il campione non solo non era casuale, ma era dominato da femministe anorgasmiche, fanatiche, terrorizzate dal pene e probabilmente lesbiche. Hite rispose che la sua ricerca intendeva essere “un nuovo tipo di scienza sociale” che “dava alle donne uno spazio in cui esprimersi liberamente. […] Nessuno può essere certo che la percentuale del 70% riferita alle donne che non raggiungono l’orgasmo durante la penetrazione sia esattamente corretta”. Tuttavia, il Rapporto “è stato pubblicato in 17 paesi, e in nessuno le donne hanno contestato i suoi risultati di base”. Stanca dei continui attacchi, dai toni sempre più feroci, Hite si trasferì in Europa e proseguì le sue ricerche, ma l’obiettivo del massacro di cui fu oggetto era antico quanto la battaglia dei sessi: se non puoi uccidere il messaggio, uccidi il messaggero. I suoi detrattori avevano tentato, né più né meno, di castrare metaforicamente la sua credibilità.

Fuor di metafora, un’immigrante ecuadoregna decise di risolvere l’annosa questione dell’oppressione maschile facendosi giustizia da sé. Poco prima di andare in cucina la notte fatidica del 23 giugno 1993, poco dopo che il marito ubriaco l’aveva costretta per l’ennesima volta a subire un rapporto sessuale, Lorena Bobbitt era sdraiata al buio, e pensava. “Ricordo molte cose” - disse in seguito alla giuria nel suo inglese stentato - “Ricordo la prima volta che John mi ha violentata. Ricordo la prima volta che mi ha costretta al sesso anale. Ricordo l’aborto. Ricordo ogni cosa”. Fu proprio dopo aver ricordato tutto, testimoniò la donna, che al ritorno nella stanza dove il marito stava dormendo sollevò il lenzuolo, e seguendo “un impulso irresistibile” gli tagliò il pene con un coltello da cucina. Nell’aprile del 2000 Andrea Dworkin, brillante autrice di Pornography (“La violenza è maschile; il maschio è il pene; la violenza è il pene o il seme che viene eiaculato.”), convertita tardiva ma ardente alla causa femminista e a sua volta vittima della brutalità del marito, dichiarò in un’intervista di continuare a credere nella propensione maschile per la violenza. “Ritengo più vero che falso che le donne sperimentino il pene come elemento invasivo. Non sto dicendo che tutte le erezioni sono “cattive”, conta ciò che ci si fa. Lorena Bobbitt non è la mia eroina, ma la capisco. La maggior parte degli uomini è solo a caccia di un buco in cui infilarlo, e non gli importa che la proprietaria lo voglia oppure  no. […] Fino a quando non ho scoperto il femminismo, credevo che oppressione significasse l’apartheid in Sud Africa ... Adesso ho capito. Ho fatto il voto, che ho mantenuto, di fare tutto ciò che potevo per contribuire alla liberazione delle donne. Io so cosa significa essere picchiate da un uomo ubriaco di testosterone e ossessionato dal suo pene”.

La bisbetica domata?
Prima di mollare le redini, facevo tutto io per un semplice motivo: volevo che tutto fosse fatto a modo mio. Non lasciavo a mio marito nessuna possibilità di fare alcunché, perché sapevo che lui non avrebbe fatto le cose come volevo io. Ogni volta che cercava di rendersi utile rifiutavo il suo aiuto, per un motivo o per un altro. Alla fine lui smise di offrirsi di aiutarmi. Dopo un po' arrivai alla conclusione che era pigro e senza un briciolo di buon senso, e lo detestavo perché lasciava fare tutto a me. Allora non riuscivo a capire una cosa ovvia: ero stata io a costruire la nostra infelicità...”. e altre piccole perle tratte dal best-seller di Laura Doyle, “The surrendered Wife”.

Il controllo

“Smettete di imporre a vostro marito quello che deve fare, indossare o dire, anche se pensate che lo state aiutando. Per quanto possibile, occupatevi dei fatti vostri”. Le donne che non si comportano così, per Laura Doyle fanno parte del gruppo delle “controllore”, e dovrebbero allenarsi a ripetere sono d’accordo con te ogni volta che il loro marito parla delle sue idee o fa qualcosa. Che si tratti di un dettaglio, di una decisione familiare importante o di un fatto veramente insopportabile, le donne dovrebbero sempre reagire positivamente e con tutta la gentilezza possibile. Ovviamente cercando di essere, o almeno di sembrare, molto sincere.

Il denaro
“Se volete aumentare l’intimità e ridurre lo stress, lasciate che sia vostro marito a occuparsi delle finanze. Gli uomini hanno bisogno di tenere i cordoni della borsa per sentirsi orgogliosi e virili”. Ovviamente non importa chi dei due guadagna di più. Se dovessimo dar retta a Laura Doyle, la donna dovrebbe dimenticarsi del libretto degli assegni, versare il suo stipendio in un conto congiunto che solo il marito potrà amministrare, lasciargli l’onere di tutti i pagamenti e il piacere di tutti gli investimenti. Laura stessa afferma di consegnare tutti i suoi diritti d’autore al marito, che le passa solo una cifra mensile per le sue spese: “questa decisione mi ha liberata da un sacco di preoccupazioni e di stress”. Se lo dice lei…

I figli
“Lasciate che vostro marito sia il padre dei vostri figli. Nemmeno la migliore delle madri può essere un buon padre. Vostro marito non sarà sempre un padre perfetto, ma il fatto di avere il vostro rispetto e il vostro sostegno nelle sue decisioni eviterà le lotte di potere di inutili e preserverà l’armonia familiare”. Ovviamente Laura Doyle non ha figli.

Il rispetto
“Quando le cose vanno male a causa delle decisioni di vostro marito, mantenete la calma e ricordatevi che come tutti, anche lui sta imparando”. Da evitare assolutamente: come hai potuto, e te l’avevo detto

Il sesso
“Adottate un approccio femminile: invece di dirgli  facciamo l’amore oppure non lo facciamo da due settimane, seducete vostro marito con il vostro profumo, il vostro corpo e la vostra voce”. Ecco i 7 metodi consigliati da Laura Doyle:

1.       toccategli un braccio e ditegli mmmhhh, come sei forte!

2.       indossate un baby-doll e sdraiatevi sul divano con un libro

3.       ditegli che lo trovate sexy e toccategli il sedere

4.       tenetelo tra le braccia e dategli un lungo bacio

5.       schiacciatevi contro di lui nel letto

6.       ditegli che stasera è davvero irresistibile

7.       spogliatevi completamente e scivolate nel letto o sotto la doccia con lui

Le donne si ricordino il comandamento fondamentale di Laura Doyle: “dite sì all’amore fisico, rendevi disponibili almeno una volta alla settimana, che ne abbiate voglia o no”.

Il 1998 segnò l’inizio di quello che forse sarà il capitolo finale nella storia del travagliato rapporto tra il maschio e il suo pene. Dopo essersi domandato per migliaia di anni: “Chi comanda qui?”, grazie alla chimica l’uomo ha finalmente scoperto come rispondere: “Io”.


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Pagina aggiornata al 27/04/2009

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