Dopo
quasi un secolo di accanite controversie con gli
psichiatri per la supremazia nel settore, solo
in tempi recenti l’impotenza è diventata un
serio argomento di indagine per gli urologi.
Dopo il dr. Freud, la maggior parte dei pazienti
e dei medici considerava la disfunzione erettile
un problema mentale. Dopo il Viagra, fu chiaro
che niente sarebbe più stato come
prima.
La farmacologia ha inaugurato un’idea
completamente nuova del membro maschile. Oggi il
pene è un organo medicalizzato che ha perso
mistero e significato psichico per trasformarsi
in una minuscola rete di vasi sanguigni,
neurotrasmettitori e tessuti molli il cui
esoterico funzionamento è noto solo ai
professionisti della medicina. La sua natura
intrinsecamente bizzosa - una costante della
storia umana - è stata ridefinita in termini di
patologia, trattabile solo con i farmaci e/o la
chirurgia. Questo pene è impermeabile
agli insegnamenti religiosi, alle intuizioni
freudiane, agli stereotipi razziali, e perfino
alla critica femminista. Oggi andrologi e
urologi passano la loro vita tra i peni eretti,
li creano nei loro ambulatori e insegnano ai
pazienti come ricrearli tra le mura domestiche.
L’alleanza tra medici e farmacologi ha
prodotto una vera e propria industria
dell’erezione alla costante ricerca di farmaci
sempre più efficaci, più veloci nell’azione
e più stabili nel risultato. Ma dall’altro
lato della barricata, tra le discipline
psicologiche che hanno dovuto cedere il passo
alla chimica, si alza qualche voce critica come
quella della sessuologa Leonore Tiefer: “Tutto
questo è ridicolo, stiamo inseguendo il pene
perfetto”
Molto famosa negli Stati Uniti, Tiefer si oppone
alla medicalizzazione della disfunzione erettile
per una varietà di ragioni: perché è motivata
più dalla ricerca dei profitti che
dall’intento terapeutico, si rifiuta di
considerare le cause interpersonali
dell’impotenza, riduce il mistero del sesso a
uno standard anatomico universale, perché parte
dall’idea che creare un’erezione equivalga a
creare l’illuminazione sessuale. E infine,
perché tutto questo non rappresenta un
gigantesco passo avanti nell’eterna marcia del
progresso scientifico - come sostengono i medici
- ma è più che altro una costruzione sociale
del tardo XX secolo e una reazione
antifemminista dei Baby Boomers convinti
del proprio diritto di essere in erezione per
sempre.
“Le erezioni vengono presentate non solo come
obiettivo”, scrive, “ma come esperienza in sé
(e per sé), svincolata dalla persona e dalla
relazione”. Ora che il paziente della
disfunzione sessuale non è più la coppia,
visto che ”l’unico paziente è il pene”,
le donne non sono più partecipanti al
rapporto sessuale, ma semplici spettatrici.
Né solo natura, né solo cultura, per Tiefer
“il sesso è un talento, come il ballo.
Alcune persone sono dotate, altre meno, ma la
maggior parte può migliorare. Questo è
precisamente il modo in cui la terapia
sessuologica può aiutare gli individui in un
modo precluso ai farmaci”.
“Da dove viene questa ossessione per la
rigidità?”, si domanda la sessuologa, dato
che essa “non è un parametro indispensabile
per un rapporto sessuale soddisfacente”?
Esternazioni di questo tenore hanno convinto i
medici che Tiefer si intende di uomini e di
sesso molto meno di quanto pensa. L’urologo
Arnold Melman, che la conosce bene per averla
assunta nella clinica da lui diretta, conclude
riferendosi a lei che “chiunque pensi che un
uomo non ha bisogno di una solida erezione, non
capisce gli uomini”. Pur concordando con
Tiefer sul fatto che in alcuni casi
l’impotenza è un problema di relazione
che non scompare con i farmaci, Melman conserva
intatti tutti i suoi dubbi di positivista in
merito all’efficacia della terapia
sessuologica, come conferma in un’intervista:
“Ho controllato i risultati ottenuti sui
pazienti mandati in terapia, e in pratica solo
un paziente su quaranta ha ottenuto un buon
esito. Ho chiesto ripetute volte ai colleghi
sessuologi di presentare i loro dati perché
volevo analizzare i risultati comparati di tutte
le terapie per la disfunzione erettile, ma
nessuno di loro ha accettato. Non sto dicendo
che sono ciarlatani, ma so per certo che non
vogliono divulgare i loro dati. Gli urologi
invece non vedono l’ora di farlo, perché i
loro metodi funzionano. I pazienti vogliono i
risultati, vogliono l’erezione, e la vogliono
in fretta. Questa è la natura umana, o almeno, questa
è la natura maschile”.
Grazie
ai farmaci come il Viagra, la distanza che
separa ogni uomo dalla felicità si è ridotta a
una ricetta. Perfino un medico è in grado di
cogliere l’impatto psicologico di un fenomeno
di questa portata… Uno specialista
confessò per esempio di essersi accorto che per
un uomo perdere la potenza sessuale equivale a
perdere una parte dell’ identità. L’uomo
che può tenere in mano la propria virilità ha
bisogno di sentirla forte e capace, e questo
bisogno è più che mai urgente ora che la
tecnologia ha reso obsolete quasi tutte le
definizioni precedenti della mascolinità. Se un
uomo non si misura più in base alla forza
fisica e i muscoli sono ormai più decorativi
che utili, il pene eretto è diventato il
“muscolo” più potentemente simbolico di
tutti.
Alcuni osservatori temono che l’industria
dell’erezione abbia sostituto l’idea del
pene con un’anti-idea, una parte del corpo con
una ”cosa”. La scienza dei nostri tempi ha
alterato per sempre il legame mentale uomo-pene
distruggendone la parte più intrigante, quella
mistica del controllo che ha forgiato questo
rapporto, nel bene e nel male, lungo tutta la
storia umana. Oggi, quando nella quiete della
sua casa il maschio moderno prende la “sua”
compressa, è certo che il suo membro lavorerà
per lui. Il pene che aveva una mente a parte
oggi non esiste più, l’industria
dell’erezione lo ha ridisegnato sostituendo al
capriccioso originale un modello più
affidabile. Quali altre sorprese ci riserva il
futuro?
Ho appena compiuto 60 anni. In pratica,
un terzo della mia vita è finito.
Woody
Allen