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Tra medie, simmetrie ed eccezioni

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Il peso delle apparenze

Tra medie, simmetrie ed eccezioni

Che cosa sono, chi li crea, chi li impone e come ci influenzano gli standard di bellezza? Quanto contano i nostri tratti somatici nel nostro destino? Un viaggio appassionante tra medie, stereotipi, visi e corpi di uomini e donne del nostro tempo.

Un corpo da sogno
Per entrambi i sessi esiste una norma estetica relativa al peso: un’eccessiva magrezza e la grassezza non sono apprezzate. Un’inchiesta organizzata in Francia dai Cahiers internationaux de psychologie sociale ha dimostrato che esiste una differenza tra i gusti degli uomini e delle donne in materia di silhouette femminile: posti di fronte a corpi femminili di profilo, gli uomini preferiscono le figure con un indice di massa corporea di 20.4, le donne quelle con un indice di massa corporea di 19.3 – cioè quelle più magre. L’indice di massa corporea è un criterio di bellezza anche per gli uomini, ma non è così importante come per le donne. Per gli uomini sembra infatti contare di più il rapporto tra vita e torace, e uno studio pubblicato dall’autorevole The Lancet indica che questo rapporto ha un peso del 56%, rispetto agli altri parametri, nell’apprezzamento di un bel corpo maschile, contro solo il 12.7% dell’indice di massa corporea.  Nelle donne, invece, il rapporto ottimale tra vita e fianchi è compreso tra 0.6 e 0.8, e una donna sarà tanto più attraente agli occhi di un uomo quanto più le sue misure rispetteranno la norma di questo rapporto. Devendra Singh ha dimostrato che gli uomini preferiscono le donne sottili con un rapporto vita-fianchi pari a 0-7, e tra queste, quelle che hanno il seno più grande. Per contro, le donne che si allontanano dal rapporto ideale vita-fianchi sono giudicate poco attraenti indipendentemente dalla dimensione del loro seno. Diversamente dai risultati dello studio compiuto sull’indice di massa corporea, tutte le ricerche condotte sulla relazione tra rapporto vita-fianchi e bellezza hanno prodotto lo stesso risultato indipendentemente dal sesso del valutatore: insomma, la convergenza delle preferenze conferisce al rapporto vita-fianchi un ruolo centrale, e un potere quasi dittatoriale. Non solo le donne si uniscono agli uomini nel loro giudizio, ma si sottopongono a regimi ancora più severi per raggiungere un ideale di magrezza che come abbiamo visto, non necessariamente è quello preferito dagli uomini. Sin dall’infanzia le donne cominciano a preoccuparsi del loro aspetto: fino a circa 7 anni bambini e bambine non sembrano preoccuparsi della loro apparenza, e in genere hanno un’opinione positiva di se stessi, ma questo giudizio si deteriora con il passare degli anni per le bambine, mentre rimane pressocché invariato nei maschietti quasi fino al raggiungimento dell’età adulta. La percezione che in genere le donne hanno del loro aspetto è fortemente negativa, e più della metà di loro, secondo le ultime indagini, si ritiene ‘troppo grassa’.

Curiosità: poiché le ricalcano, i criteri di buona salute conferiscono alle norme estetiche una grande forza: così una figura a forma di mela, dove il peso è concentrato intorno alla vita, sarà correlata a rischi di malattia più elevati che una figura a forma di pera, dove il peso è prevalentemente localizzato intorno ai fianchi. Sul piano della salute il rapporto massimo vita-fianchi è di 0.8 per una donna, e di 0.99 per un uomo, e come abbiamo visto nei capitoli precedenti, questi indici sono identici a quelli del rapporto estetico ideale. Le norme estetiche sono molto standardizzate, e in genere gli studi empirici confermano l’esistenza degli stessi criteri di valutazione in tutte le classi sociali, e perfino in tutte le età. I bambini sanno distinguere bellezza e bruttezza molto presto, a partire dai tre anni, e a 6 sono già in grado di classificare gli individui in una scala di bellezza altrettanto bene che un adulto. Insomma, bambini, donne e uomini sembrano esprimere giudizi convergenti. Murstein ha chiesto a un campione misto di valutatori di classificare la società sotto il punto di vista estetico, con una scala che da 1 a 5 esprime una valutazione di bellezza. Questi i risultati ottenuti:

5: apparenza estremamente gradevole: 8% della popolazione

4: apparenza superiore alla media: 17% della popolazione

3: apparenza media: 50% della popolazione

2: apparenza inferiore alla media: 17% della popolazione

1: apparenza molto inferiore alla media: 8% della popolazione

Peso: cosa fare quando è un problema
Forse poche cose nella vita sono meno obiettive di una bilancia, perché tre chili ci appesantiranno di meno se sono stati guadagnati nell’allegria, ma molto di più se sono il risultato di un fallimento o di un dispiacere. All’occhio interno della bilancia che esprime con una cifra il nostro peso se ne aggiunge un altro, sempre più insistente, quello del sociale e dei suoi diktat. La frattura ponderale è tanto più dolorosa perché tutti, ormai, ci assordano con le stesse parole, e perfino i russi, dopo la caduta del muro, hanno perso in media 12 chili di peso a testa. Insomma, non si può più ingrassare nel proprio angolino senza scatenare uno scandalo planetario, eppure chi presti orecchio e attenzione si accorgerebbe della grande bugia che sta dietro ai proclami: la prima, enorme, consiste nel considerare il peso come un fenomeno puramente meccanico, quindi meccanicamente controllabile. O come suggerisce uno specialista nei disturbi dell’alimentazione, “i pazienti, distrutti da tutto ciò che leggono o da quello che hanno già vissuto a livello medico, vi portano il loro corpo da riparare”. La seconda grande bugia collettiva consiste nell’ingiunzione contraddittoria a vivere allo stesso tempo nel piacere e nella costrizione: gioire e controllare. “Al tabù del peso e dell’assenza di controllo che esso sembra rappresentare, se ne aggiunge un altro, di segno opposto: quello della privazione. Bisogna dimagrire e allo stesso tempo crogiolarsi nella soddisfazione sensoriale, come se si potesse ‘dimagrire di piacere’.  Come stanno invece le cose?

le diete sono basate sulla proibizione e sull’esclusione: “non esistono alimenti esclusi”, è questa la grande promessa di tutte le diete. Salvo i “ma…” e i “però sarebbe meglio…”. Le esclusioni a volte sono perfino ridicole, per esempio il dr. Montignac considera la patata “un tubero adatto ai maiali”. Per altri, tutto ciò di cui avete voglia non è commestibile. Segue una serie di sparizioni e di anatemi che conducono l’adepto a una sorta di autoipnosi: la vittima cancella dal suo menù mentale i cibi maledetti. Il problema è che non siamo mai protetti dalla realtà, e così quando ci si accorge che a) le patate esistono; e che b) fritte sono deliziose - si sprofonda in un caos annunciatore di disastri ponderali

gli uomini non sono tutti uguali: la magrezza non è un diritto, ma una predisposizione quasi giansenista: come la grazia, essa viene elargita solo a qualche eletto, un’ineguaglianza che aggrega un numero impressionante di fattori: l’eredità genetica, le particolarità fisiologiche e morfologiche, la storia alimentare, le fragilità. E altri fattori più facili da definire, come l’età

si può dimagrire mangiando di tutto: perfino la Nutella. Ci sono due discorsi che si sovrappongono solo in parte, uno è quello relativo al dimagrimento, l’altro è relativo alla salute. Nessuno pretende che bisogna dimagrire dimenticandosi della salute, ma quello che conta, per perdere peso, è l’apporto calorico calcolato su una settimana, e non la qualità nutritiva degli alimenti. Il resto è il ‘sano e leggero’ propagandato dalla pubblicità del “nutrizionalmente corretto”

si può dimagrire mangiando quando se ne ha voglia: i tre pasti quotidiani sono un’acquisizione recentissima: metà del XIX secolo. E solo in qualche regione del mondo. E se invece dessimo retta al richiamo della fame? Rispettare i bisogni calorici individuali è più importante della regolarità dei pasti – per esempio un’indagine condotta sui musulmani ha dimostrato che nonostante il digiuno del mese di ramadan, il loro peso restava invariato. L’apporto del pasto notturno è sufficiente a compensare i pasti saltati, e alla fine della purificazione i credenti pesano come all’inizio del processo

gli alimenti ipocalorici non ingannano né il corpo, né il cervello: chili di insalata non ci sazieranno, perché quello che conta non è riempirsi lo stomaco: l’appagamento è una questione di calorie e di gusto. La fame si sazia con alimenti che hanno un’autentica funzione di ristoro. Il light, insomma, ci mantiene sempre al di qua della razione logica di calorie che ci spettano, e anche dei sapori. Per questo i risultati non ci sono o sono instabili…

le creme dimagranti non fanno dimagrire: ma questo non ha importanza. Anche lo sport non fa dimagrire, e anche questo non conta. Così come il movimento aiuta a ‘riabitare’ il proprio corpo e a riprendere possesso di questo estraneo indesiderato, a sentire il sangue che circola e i muscoli che si riscaldano, la crema dimagrante non ci farà perdere una taglia, ma ci regalerà una pelle da sogno e ci farà un bene infinito. Il massaggio quotidiano e tutte le cure estetiche che ci dedichiamo ci apportano benessere, ci rimettono in contatto con il nostro corpo e ci valorizzano, esattamente come farebbero un vestito scelto con cura o il nostro profumo preferito. Insomma, per fare la pace con noi stessi meglio non aspettare di essere trasparenti, ma agire al contrario: per vivere magri bisogna uscire dal guscio, e cercare passarsela al meglio

Rifiutare la frustrazione e preferirle le sensazioni e la realtà della funzione alimentare. E’ importante recuperare la percezione della fame e della sazietà. Troppo spesso nelle diete dimagranti si anticipa la fame, che si sa ineluttabile, mangiando prima, ma allo stesso tempo ci si sente sempre ‘vuoti’. Nessun risultato sarà stabile se prima non si ritrova l’equilibrio interiore della fame e dell’appagamento. Per perdere peso, e mantenere i risultati nel tempo, bisogna mangiare quello che si desidera, quando si ha fame, non mangiare quando non si ha fame, non mangiare quando non si ha più fame

Ribellarsi agli altri: smettere di dipendere dal loro sguardo e dal loro giudizio, e ovviamente, disubbidire alle loro prescrizioni. A se stessi: cercare di capire che l’impresa può riuscire solo se è il risultato di una decisione personale, e di uno sforzo altrettanto personale. Il che significa che lungo il cammino, durante lo sforzo insomma, saremo soli, cioè autonomi. Riflettere sulle nostre emozioni, metterci in ascolto delle nostre sensazioni, osservare le nostre reazioni, cercare di capire che cosa il cibo rappresenta per noi: sono questi i nostri nuovi compiti…

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