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Noi e il denaro: un rapporto complesso

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Vivere meglio: il denaro

Noi e il denaro: un rapporto complesso

"l'avaro è un cieco, non vede la ricchezza; il prodigo è un cieco, non vede il domani"
Victor Hugo

Perché esistono i ricchi avari e i poveri spendaccioni? Che cosa rappresenta il denaro per  ciascuno di noi? Come e perché il nostro rapporto con il denaro è il riflesso della nostra personalità e non del nostro reddito.

Che cosa significa il denaro per te?

  1. come si affronta la questione del denaro nella tua famiglia? Rispondi a queste domande:
  • chi gestisce il denaro nella tua famiglia?
  • nella tua famiglia si valorizza il risparmio?
  • che cosa significa per te “spendere bene il proprio denaro”?
  • che cosa significa per te “gettare il denaro dalla finestra”?
  1. che cosa significa davvero il denaro per te?
  • potenza
  • amore
  • indipendenza
  • sicurezza
  • status
  • rispetto
  • competenza
  • valore
  1. cosa provi quando non hai tutto il denaro di cui pensi di aver bisogno?
  • ansia
  • impotenza
  • colpa
  • frustrazione
  • scontentezza
  • paura

Il denaro ha un simbolismo molto potente. Per alcuni è sinonimo di forza, consente di esercitare un potere sugli altri, nella coppia, in famiglia o in azienda. Ma il denaro rappresenta anche la sicurezza, la protezione, soprattutto nelle persone di una certa età. Infine, il denaro è fonte di piacere, un piacere che può però assumere una dimensione malsana, per esempio quando serve a colmare un vuoto interiore: in questo caso, al pari del cibo o dell’alcool, il denaro svolge la funzione di riempire questo vuoto, con il rischio di produrre dipendenza. Peggio ancora quando il fatto di essere ricchi compensa una mancanza narcisistica, e si finisce per pensare che il denaro renda degni di amore.

Oggetto ambivalente, il denaro è un’invenzione formidabile, uno strumento senza pari per regolare i rapporti tra gli individui, e una conquista della civilizzazione che è senz’altro da proteggere. L’organizzazione delle relazioni per mezzo di un terzo mediatore, il denaro, ci obbliga a considerare gli altri come nostri simili, anzi, come nostri pari; paradossalmente, il denaro impiegato unicamente come strumento di misura ci impedisce in qualche modo di prevaricare sul nostro prossimo. Questo almeno in via teorica, dato che come tutti i sistemi umani anche questo è imperfetto. Il meccanismo salariale, per esempio, sanziona l’impiego della forza lavoro senza compensazione economica. Si può essere in disaccordo sulla somma erogata, ma non sul principio. In effetti, l’espressione “guadagnarsi da vivere” è relativamente recente ed è il frutto della società degli scambi, nella quale l’individuo “affitta” la sua forza lavoro e riceve in cambio un salario che gli consente di acquistare ciò di cui ha bisogno o semplicemente voglia. Non più tardi di 500 anni fa, “guadagnarsi da vivere” aveva un significato del tutto diverso: chi prestava la propria opera doveva rendere al signore un certo numero di servigi, e l’organizzazione sociale era tale che ciascuno, bambino o adulto, fosse obbligato a delle servitù. Esistevano perciò compiti ai quali bisognava sottomettersi per avere il diritto a un tetto, al cibo o semplicemente alla sopravvivenza. Ovunque e in tutte le epoche il lavoro è l’elemento essenziale della vita della società, ma il fatto di venire compensati in denaro per le proprie prestazioni aumenta il grado di libertà degli individui perché almeno teoricamente, chiunque riceva un compenso lo può spendere nel modo che desidera. Tuttavia, il denaro continua a suscitare enormi ambivalenze: se la società del consumo lo venera, le religioni lo disprezzano. Nelle religioni monoteistiche occidentali, e soprattutto in quella cattolica, il denaro viene condannato in quanto può potenzialmente trasformarsi in una specie di divinità pagana. Al di là della pratica dell’usura, la religione cattolica combatte l’attaccamento eccessivo al denaro quando questo funge da protezione fallace contro le angosce metafisiche.

Secondo la psicologia il possesso è l’ambito attraverso il quale entriamo nella realtà. Il neonato non si interroga sul suo essere, ma evolve nella sfera dell’avere: aver fame, aver sete, aver bisogno della madre. Nell’età adulta questa problematica si sposta sul denaro, emblema per eccellenza del regno del possesso. Al di là della sua funzione razionale di strumento di misura e di mezzo di scambio, il denaro possiede significati inconsci per ciascuno di noi. Non si potrebbero comprendere comportamenti come l’avarizia patologica o il bisogno di tesaurizzare se non riferendosi alla paura di “mancare” di qualcosa, retaggio della prima infanzia. Allo stadio del complesso di Edipo il bambino si trova a confrontarsi con la differenza dei sessi e delle generazioni, impara a riconoscere i limiti di ciò che è possibile cercando non di trasgredirlo, ma di tollerarlo mantenendo intatto il suo desiderio, e introiettando la nozione di “alterità”. Il desiderio del bambino deve confrontarsi con quello dell’altro, e in senso più ampio anche il denaro diventa uno strumento di scambio e di comunicazione. Si accetta di dover pagare un prezzo, e che una certa cosa valga tanto, né più ne meno, come si accetta che il mondo non sia comandato dai propri desideri.

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