Quanto è
vero che il nostro rapporto con il denaro ha poco a
che vedere con il nostro reddito, ma molto a che
vedere con la nostra personalità.
Nella
nostra psiche il
denaro ha il valore di linguaggio, serve cioè a
esprimere i nostri desideri e i nostri sentimenti
– teneri o aggressivi – e parla del nostro
rapporto con la vita. In barba alle leggi
dell’economia il nostro modo di spendere è spesso
senza rapporto con il nostro reddito, a
testimonianza della diversità
dei nostri
comportamenti riguardo al denaro. Ci sono
persone che economizzano, e persone non possono
impedirsi di sprecare il denaro, quelli che prima di
spendere ci pensano per ore, e quelli sempre pronti
a farsi piacere, quelli che quando fanno la spesa
confrontano tutti i prezzi, e quelle che comprano
secondo il loro gusto. La nostra soggettività entra
in gioco quando ci domandiamo se esiste un rapporto
“normale” con il denaro. Psicologi e
psicoanalisti concordano su un certo numero di
attitudini-tipo in grado di rendere conto delle
motivazioni che ci spingono all’avarizia, alla
spesa o al disprezzo conclamato del denaro. Insomma,
siamo come
spendiamo…
chi
trattiene…
I comportamenti di ritenzione, tra i quali l’avarizia
è senza dubbio il più rappresentativo – sono
dettati dal bisogno di accumulare e conservare
intatto il proprio capitale. Chi trattiene adora il
denaro nella misura in cui è simbolo di potere,
mentre alcuni soggetti pensano che il denaro risolva
tutti i problemi. Controllare il mondo e dominare
psicologicamente familiari, amici, soci o dipendenti
sarebbero i loro primi desideri. Ma la loro paura di
mancare di denaro finisce spesso per renderli
schiavi, dipendenti
dal denaro. In questi temperamenti osserviamo il
piacere segreto di contare e ricontare, perché
ogni centesimo risparmiato rappresenta una vittoria,
una prova tangibile di autocontrollo. Il bisogno di
conservare i propri beni può anche derivare da
un’insicurezza di base e dalla mancanza di fiducia
in se stessi, in questo caso il denaro diventa il
faro che orienta l’esistenza.
…
e chi no
I dilapidatori sono spesso soggetti ansiosi, senza
essere compratori compulsivi, che in periodi di
angoscia o depressione soccombono al richiamo
dell’acquisto, si separano dal proprio denaro per
alleggerire il peso che li opprime, un tormento
interiore o l’angoscia del futuro. Ma a lato dei dilapidatori
ansiosi esistono le
cicale cieche
che preferiscono non vedersi mentre spendono senza
contare, secondo un desiderio inconscio di
accecarsi, di non sapere nulla per paura del futuro.
Impedirsi di pensare alle proprie spese equivale in
questo caso a proteggersi,
anche se il gusto della dilapidazione può anche
essere l’effetto di un desiderio aggressivo di far
pagare l’altro, come si vede in certe coppie. Se
il fatto di spendere senza contare è segno di un
infantilismo persistente, sapersi
far piacere nel limite del ragionevole è
al contrario
una prova di maturità. La tendenza alla
dilapidazione può anche essere il frutto di un
desiderio inconscio di autopunizione, come si può
osservare in individui che investono freneticamente
sempre in perdita, come se una maledizione impedisse
loro di far fruttare i loro guadagni. Un bisogno
molto simile a quello dei giocatori incalliti, che
in apparenza vogliono guadagnare senza far fatica,
ma in realtà desiderano perdere. Ecco perché non
smettono mai di giocare quando hanno vinto.
I
risvolti della generosità
Spesso
i generosi eccessivi sono mossi da un sentimento di
colpa, da cui deriva la moltiplicazione dei
comportamenti riparatori che mirano a farsi
perdonare. La
vera generosità è rara, sostengono gli
psicologi, e appartiene ai pochi che sanno dare
senza pensieri reconditi di sottomettere colui al
quale donano.
Elogio
della povertà
Secondo Cameron e Bryan, “porsi ai margini
del sistema ed esserne orgogliosi, occupare
il posto del censore virtuoso
che condanna gli eccessi dei suoi contemporanei,
sono segni di rifiuto di diventare adulti e di
assumere le proprie responsabilità modificando un
meccanismo sociale che disprezziamo, oppure di
accettare il mondo per quello che è. Avere paura
del denaro, insomma, significa aver paura di
crescere
Anoressia
monetaria
Per Cameron e Bryan certi asceti sono né più né
meno che anoressici del denaro. Questa patologia si
manifesta con due tendenze contraddittorie: il
desiderio di avere denaro e simultaneamente un senso
di colpa che impedisce di ottenerlo.
Manifestazioni: incapacità di arricchirsi, di
chiedere un aumento, di chiedere il rimborso di una
somma prestata… e soprattutto, l’incapacità di
farsi piacere senza provare rimorso. Per
rassicurarsi, l’anoressimo monetario mente a se
stesso affermando che non vuole denaro e che il
sacrificio per lui è una gioia suprema.
In
conclusione, secondo le parole dello psicoanalista
Blanton, avere un rapporto sano e maturo con il
denaro “significa stimarsi
a sufficienza per guadagnarne senza vergogna e per
goderne senza sensi di colpa. Significa
autorizzarsi piaceri futili. Vivere al di sopra dei
propri mezzi? Perché no, risponde Blanton, niente
è peggio della privazione, perché privarsi
significa fuggire la vita e il piacere. In altre
parole, una relazione sana con il denaro implica
prima di tutto una relazione sana con se stessi.