La
dea bendata Le lotterie di stato rappresentano un buon
esempio di felicità “che viene dall’esterno”.
Vincere una
grande somma di denaro non ha un’influenza
duratura sulla felicità, e questo non dovrebbe
sorprenderci. Secondo Brickman e Coates, “a meno
che i vincitori non impieghino la loro nuova fortuna
in attività più gradevoli di quelle che svolgevano
prima, non vi sarà alcun aumento durevole della
loro felicità.” Le stesse considerazioni valgono
anche per i sussidi
di stato, perché chi li riceve non può
attribuirsene alcun merito. Un’estesa ricerca
condotta da Oswald nel 1997 ha rivelato che negli
Stati Uniti la
disoccupazione è la prima causa diinfelicità,
perché “preclude anche la partecipazione ad altre
attività significative, e aumenta la dipendenza dai
meccanismi sociali esterni.” Anche la ricchezza
ereditata, l’appartenenza all’aristocrazia e
al sistema delle caste sono altrettanti meccanismi
esterni permanenti che secondo Averill “creano
tanti problemi quanti ne risolvono”. Insomma, con
la sola eccezione della povertà estrema, “le
variabili socioeconomiche come il reddito, la casa,
ecc. hanno una relazione minima con la felicità
dichiarata dalle persone.”
Il
volontariato Le attività volontarie e filantropiche sono
diverse dal lavoro vero e proprio e dal
divertimento, perché “non sono per il
profitto”, e “non sono per ridere”. Chi vi si
dedica ammette di trarne una grande felicità, e per
molti queste attività sono forse l’unica
occasione per un’espressione
virtuosa di sé. Visitare i malati, aiutare i
poveri, guidare gruppi giovanili, collaborare ai
servizi sociali, insomma regalare il proprio tempo e
le proprie capacità alle organizzazioni
caritatevoli può contribuire alla felicità in
maniera molto significativa, perché “dà alle
persone la possibilità di essere
buone, invece di sembrarlo o di sentirsi
tali.”
Shopping Perché vogliamo sempre più cose, perché ogni
giorno sentiamo il desiderio di acquistare qualcosa
di nuovo anche se non ne abbiamo bisogno? “Forse
non bisognerebbe interpretare il desiderio di
benessere economico sempre e solo come una smania
per il lusso – scrive Alain De Botton -ma anche, cosa più importante, come la
speranza di essere apprezzatie
trattati meglio”. Insomma, la smania del
ventesimo maglione potrebbe avere un significato più
profondo di quanto pensassimo, perché “gli
oggetti costosi possono apparirci soluzioni
plausibili a bisogni
che in realtà non comprendiamo. Gli oggetti
ripropongono sul piano materiale ciò di cui abbiamo
bisogno sul piano psicologico: dobbiamo fare ordine
nella nostra mente e invece ci sentiamo attratti da
nuovi scaffali; compriamo un maglione di cachemire
mentre avremmo tanto più bisogno del calore degli
amici”.
Una
ricerca di Myers e Diener, durata trent’anni,
conferma in maniera indiretta la tesi di Alain de
Botton: “nel mondo industrializzato circa l’80%
delle persone dichiara di essere almeno ‘abbastanza
soddisfatto della vita’, e circa il 30%
si dichiara ‘molto
felice’. Le percentuali sono le stesse in
tutte le età, in entrambi i sessi, per bianchi e
neri, e lungo quarant’anni di crescita economica.
Osservano i ricercatori: “Rispetto al 1957, gli
americani hanno il doppio delle automobili per
persona, e più forni a microonde, televisori a
colori, videoregistatori, condizionatori d’aria,
segreterie telefoniche e scarpe da ginnastica di
marca per 12 miliardi di dollari all’anno. Allora,
sono più
felici che nel 1957? No.”