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Atteggiamenti, opinioni e comportamenti

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L'intelligenza

Atteggiamenti, opinioni, comportamenti

di Daniele Monzani

Spesso noi utilizziamo queste parole come sinonimi, ma quali sono le relazioni tra questi tre concetti? E cosa “viene prima” nelle nostre manifestazioni, l’opinione, l’atteggiamento, o il comportamento? Per saperne di più.

Nella prima classica definizione di Thomas e Znaniecki (1918) l’atteggiamento è un processo mentale individuale che determina le risposte attuali e potenziali di ogni individuo al mondo sociale. Si tratta quindi di processi sempre sociali e individuali allo stesso tempo. Gli atteggiamenti sono costrutti della mente che inducono delle predisposizioni nel modo di percepire e valutare la realtà sociale e che guida la condotta individuale.

Gli atteggiamenti possono formarsi sia attraverso l’esperienza diretta sia attraverso la mediazione delle figure parentali, dei gruppi sociali di appartenenza e dei mezzi di comunicazione di massa. Se vi è stata esperienza diretta gli atteggiamenti tendono ad essere più chiari e radicati nel sistema di credenze dell’individuo, probabilmente perché le persone hanno più fiducia in essi e li difendono con più decisione da eventuali controargomentazioni. Nell’esperienza diretta si raccolgono, infatti, più informazioni, anche di carattere secondario o contestuale, che non dal contatto con altre fonti.

Non bisogna però dimenticare che le opinioni degli altri, che degli atteggiamenti ne sono l’espressione verbale, hanno un ruolo importante, quando non essenziale, nella formazione degli atteggiamenti. Questo vale in particolare quando l’oggetto in questione è un fenomeno sociale (ad esempio l’azione politica del governo, la globalizzazione, la riforma della scuola), in cui la componente fisica è pressoché inesistente. I gruppi possono esercitare un’influenza informativa, quando la persona si limita a individuare nel gruppo una fonte di informazioni, o normativa, quando la persona accetta le norme e i valori espressi dal gruppo.

Generalmente gli atteggiamenti non sono informazioni isolate nel nostro sistema di credenze ma tendono a costituire dei raggruppamenti che al loro interno possono essere più o meno armoniosi. Quando questi raggruppamenti acquistano una particolare coerenza e stabilità si tramutano in vere e proprie ideologie. Esiste una tendenza universale a formare dei blocchi coerenti di atteggiamenti. Questa è la motivazione principale che spinge a modificare un atteggiamento che, per essere incompatibile con altri atteggiamenti o convinzioni, provoca disagio psicologico. Le ideologie possono essere considerate come assunzioni di carattere generale nei confronti di argomenti di grande rilevanza sociale (la pena di morte, l’eutanasia, l’aids), da cui derivano atteggiamenti più specifici.

Per molti anni la ricerca psicologica ha dato per scontato un rapporto di causalità diretta tra atteggiamenti e comportamenti. Molti autori sono invece oggi concordi nell’affermare che il comportamento umano non è l’espressione diretta e meccanica degli atteggiamenti. Questa apparente contraddizione è inevitabile se si pensa che la condotta individuale è influenzata da molti fattori, oltre l’atteggiamento. Un elemento che spesso viene sottolineato nello studio degli atteggiamenti e del loro rapporto con il comportamento è l’intenzione. A sua volta l’intenzione ad agire è condizionata da due elementi: uno è l’atteggiamento verso il comportamento (come espressione delle credenze sulle conseguenze del comportamento), l’altro è costituito dalle norme sociali soggettive. Queste ultime sono l’espressione della credenza che gli altri ritengono che quel comportamento sia o no da praticare oltre alla motivazione a compiacere alle opinioni altrui.

Gli atteggiamenti sono sostanzialmente stabili nel tempo, ma ciò non toglie che una persona li possa modificare. Le occasioni di questo cambiamento possono essere i contatti diretti con l’oggetto dell’atteggiamento, l’impiego di comunicazioni persuasive e la modificazione dei costi / benefici associati ai comportamenti.

Gli atteggiamenti possono cambiare anche per ripristinare uno stato di equilibrio e di consonanza nel sistema cognitivo – valutativo – comportamentale della persona. Festinger (1973) afferma che una dissonanza tra questi diversi sistemi provoca una tensione psicologica e una forte tendenza al ripristino della situazione di equilibrio. Il concetto di dissonanza cognitiva implica anche le incongruenze tra vecchi e nuovi comportamenti e vecchie e nuove informazioni.
Le strategie cognitive per ridurre questo disagio sono sostanzialmente tre:

-       la persona può modificare un elemento per renderlo congruente con gli altri. Chi continua a mangiare cioccolata in grande quantità pur sapendo che fa male può smettere di mangiarla;

-       è possibile aggiungere nuovi elementi cognitivi che siano consonanti con uno dei dati dissonanti. La persona, ad esempio, può auto-convincersi che la cioccolata fa bene perché è antidepressiva;

-       si può modificare l’importanza attribuita ai singoli dati cognitivi. Una persona può pensare che è meglio gustarsi la vita fino in fondo piuttosto che rinunciare al piacere di gustarsi tavolette su tavolette di cioccolata, con buona pace del colesterolo e della linea!

Lo strumento con cui si cerca più spesso di modificare gli atteggiamenti di una persona è sicuramente la persuasione. Le ricerche nell’ambito del marketing sono giunte alla sfavorevole conclusione (sfavorevole per chi opera nella comunicazione) che le pubblicità volte a modificare degli atteggiamenti hanno scarsi effetti. Queste è vero soprattutto quando il target individua gli intenti persuasivi nella fonte che, proprio per questo motivo, viene giudicata poco degna di fiducia.

Particolare attenzione è stata rivolta alla comunicazione minacciosa, quella cioè che cerca di produrre dei cambiamenti di atteggiamenti attraverso l’accusa, la minaccia o la manifestazione di un pericolo per gli ascoltatori (si ricordi la pubblicità contro l’abbandono degli animali domestici nel periodo estivo che recitava più o meno “il bastardo sei tu che li abbandoni”).

Le ricerche hanno dimostrato che queste pubblicità suscitano due reazioni: una maggiore motivazione ad accettare le raccomandazioni esposte per evitare il danno (fisico, psicologico e di immagine) espresso nella comunicazione, ma allo stesso tempo una riduzione della voglia di prestare maggiore attenzione ad una comunicazione ripugnante o, quantomeno, psicologicamente impegnativa (proprio perché induce a riflettere).

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Pagina aggiornata al 11/05/2007

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