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L'origine del pregiudizio

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L'intelligenza

L'origine del pregiudizio

di Daniele Monzani

Il pregiudizio è stato spesso considerato una parte essenziale del confronto tra culture e popoli differenti, una espressione della tendenza degli uomini a privilegiare il proprio gruppo sociale di appartenenza a discapito degli “altri”.

Il pregiudizio è un atteggiamento negativo, una predisposizione a percepire, giudicare, agire in maniera sfavorevole verso gruppi etnici differenti.

Ancora una volta sono state formulate diverse teorie per cercare di spiegare questo fenomeno. La teoria della frustrazione-aggressività di Dollard ipotizza che in presenza di una frustrazione si crei uno stato di malessere psicologico e una tensione volta ad aggredire ed eliminare l’oggetto della frustrazione. Quando non è possibile individuare o agire su questo oggetto la frustrazione viene scaricata su oggetti che possono avere ben poco a che fare con questo malessere. Le minoranze, in quanto parti deboli della società, facilmente rivestono il ruolo di capri espiatori di disagi nati altrove.  

Altri psicologi tentarono di spiegare il pregiudizio riconducendolo alla teoria dei tratti: il pregiudizio sarebbe infatti legato a specifiche strutture di personalità, ossia costellazioni di tratti, disposizioni e orientamenti, predittivi di ostilità nei confronti del diverso. Negli anni ’40 Adorno scrisse un famoso articolo in cui introdusse l’espressione “personalità autoritaria” per definire gli atteggiamenti e i comportamenti di fascisti e nazisti e il loro pregiudizio nei confronti degli ebrei.

Le teorie più convincenti sembrano però trovare la loro origine nei processi cognitivi “normali”, ossia nei modi in cui l’individuo organizza le proprie conoscenze circa il mondo. A questo proposito è fondamentale il contributo di Gordon Allport, autore che non esito a definire uno dei più grandi psicologi della storia. Allport sottolineò la necessità da parte di tutti gli individui di far fronte alla complessità del reale attraverso processi psicologici di semplificazione e organizzazione delle conoscenze. Sono sostanzialmente due i meccanismi che permettono di semplificare la percezione del mondo esterno:

1.       la categorizzazione: raggruppare stimoli ed eventi abbastanza omogenei ci permette di interpretare con maggiore facilità gli eventi nuovi e di organizzare rapidamente le risposte comportamentali. Queste categorie sono sostanzialmente stabili nel tempo. Esiste la tendenza a prestare attenzione e ad elaborare solo le informazioni che in un modo o nell’altro sono coerenti con queste convinzioni. Spesso si giunge a negare evidenze empiriche che evidenziano la loro falsità.

2.     la generalizzazione: la tendenza della mente a estendere ad ampi gruppi sociali le osservazioni effettuate su poche persone o eventi. Da qui la tendenza a considerare i tratti distintivi di un gruppo molto più diffusi nel gruppo stesso di quanto non lo siano in realtà.

Categorizzazione e generalizzazione sono responsabili di un fenomeno molto vicino al pregiudizio: lo stereotipo. Allport lo considera come la dimensione morale e affettiva legata alla categoria; un insieme di attribuzioni, di immagini, di valutazioni e di aspettative che utilizziamo per descrivere un gruppo e per giustificare il nostro comportamento nei suoi confronti.

Uno degli aspetti più interessanti emersi nel corso del dibattito in psicologia sul pregiudizio riguarda il rapporto tra questi atteggiamenti e il comportamento. Studi sperimentali ed osservativi hanno messo bene in evidenza lo scarso collegamento tra il pregiudizio e i comportamenti di discriminazione. Uno degli studi più interessanti in questo campo è stato compiuto da LaPiere (1934) che dopo aver viaggiato in lungo e in largo per gli Stati Uniti con una coppia di amici cinesi senza avere avuto particolari problemi, scrisse ai proprietari degli alberghi e dei ristoranti dove avevano soggiornato chiedendo loro se avrebbero avuto difficoltà ad ospitare dei cinesi. La quasi totalità dei proprietari rispose che avrebbero rifiutato la presenza di cinesi nei propri locali. Questo dimostra, in fondo, come il pregiudizio sia un problema più mentale che comportamentale.

Ciò che sorprende del pregiudizio è la sua stabilità nel tempo e il suo forte radicamento nelle convinzioni di una persona. Oltre alla già citata tendenza ad elaborare le informazioni conformi al sistema di conoscenza, spesso si giunge a stimolare nelle persone oggetto del pregiudizio un comportamento conforme al pregiudizio. E’ la classica profezia che si auto-avvera.  

Un fenomeno che contribuisce a formare, a sedimentare e a confermare il pregiudizio e lo stereotipo è la correlazione illusoria.  Con questo termine Hamilton e Guilford definirono la tendenza, sperimentalmente dimostrata, di percepire come più frequente di quanto non sia nella realtà la presenza associata di fenomeni particolarmente salienti (magari perché poco frequenti). Due eventi anomali come l’appartenenza a una minoranza etnica e i comportamenti criminali o indesiderati vengono associati (in modo “illusorio”) solo per il fatto di essere entrambi poco frequenti. Gli stessi comportamenti messi in atto in un gruppo più numeroso, a parità di proporzione, vengono considerati poco indicativi del comportamento del gruppo. Facciamo un esempio: in un gruppo di 10 soggetti 2 persone compiono atti violenti; in un gruppo di 100 soggetti 20 persone compiono gli stessi atti violenti. E’ chiaro che in entrambi i gruppi il 20% dei soggetti è violento. Per il fatto di “essere minoranza” il primo gruppo viene considerato più violento del secondo. In base al processo di generalizzazione sopra descritto, il primo gruppo verrà classificato come il gruppo dei violenti. Questa ipotesi è stata ampiamente confermata da osservazioni e da esperimenti di laboratorio.

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Pagina aggiornata al 11/05/2007

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