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Quando il capo è tossico

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Il lavoro

Quando il capo è tossico

Autoritari, narcisisti, manipolatori… I capi tossici avvelenano il quotidiano dei loro dipendenti e spesso li spingono ad andarsene. Come riconoscerli, come difendersi, cosa fare quando si raggiunge il limite.

Un capo veramente tossico è quello che ha il talento di avvelenare la vita dei suoi impiegati e in fin dei conti, di nuocere al buon funzionamento dell’impresa. Uno studio condotto sugli operatori della salute pubblicato nel giugno 2003 nel prestigioso Journal of Occupational & Environmental Medicine, rivela che chi percepisce negativamente il proprio capo ha una pressione arteriosa superiore alla media. Una situazione conflittuale con il boss e la percezione che il proprio lavoro non è riconosciuto, fanno aumentare di circa il 16% il rischio di sviluppare una patologia coronarica, e del 33% quello di crisi cardiache. Infatti, una cattiva relazione con il proprio superiore è una delle principali cause di dimissioni, come prova un’inchiesta americana Gallup pubblicata in First, Break All the Rules: What the World's Greatest Managers Do Differently. Per raggiungere questa conclusione, i sondaggisti si sono basati su numerosi studi realizzati in più di vent’anni in moltissime aziende (80.000 dirigenti e più di 1.000.000 di lavoratori).

E’ evidente che i superiori svolgono un ruolo determinante nella nostra facoltà di essere soddisfatti al lavoro. Possono fare della nostra vita un paradiso, oppure un inferno. Un potere del quale spesso si dimenticano… Mancanza di motivazione, caduta della performance individuale e di gruppo, inadeguatezza tra gli obiettivi fissati e i risultati, congedi ingiustificati, dimissioni,
burn-out o malattia: le conseguenze di una cattiva gestione del potere possono essere catastrofiche, tanto per i dipendenti, quanto per le organizzazioni. Il compito di un datore di lavoro non è di rendere felici i suoi collaboratori, ma di renderli produttivi. E un esperto ci ricorda che anche noi abbiamo una responsabilità nella qualità della relazione. Non lavoriamo nei gulag, suggerisce un guru del reclutamento, ma in una società democratica nella quale i lavoratori possono ricorrere alle proprie risorse personali o a quelle dell’organizzazione – come i sindacati – per regolare i conflitti. Almeno in teoria…

Secondo un esperto di Adecco, un buon capo dovrebbe riunire almeno quattro caratteristiche : l’integrità (onestà e buona fede), l’autenticità (sincerità, azioni coerenti con i discorsi), il senso della comunicazione (facilità a stabilire i contatti, capacità di esprimere i sentimenti) e l’empatia (capacità di ascolto, comprensione). Queste qualità sono giudicate prioritarie dai giovani lavoratori intervistati per una ricerca interna della stessa Adecco, interessata a stilare uno studio sul profilo dei leader. Secondo altre indagini, il buon capo è quello capace di circondarsi di persone che hanno capacità e difetti diversi dai suoi. Sa dirigere le persone, riconoscere le loro capacità e metterle al servizio dell’organizzazione. Un buon capo, insomma, è come un buon amante: i lavoratori vanno spontaneamente nella sua direzione, vogliono lavorare con lui. In sua presenza, hanno qualcosa da dire e si sentono considerati. Un capo così sa creare il clima favorevole all’emergere delle nuove idee.

12 capi imperfetti
Nei pensieri si sogna di strangolarlo, crocifiggerlo, annegarlo in un bagno di acido, ma nella realtà, spesso lo si sopporta. Tuttavia, è possibile trarre dei vantaggi anche dalla relazione con un capo molto imperfetto. Per farlo, prima di tutto bisogna conoscere con chi si ha a che fare. Una psicologa ha tracciato il profilo di 12 stili di leadership capaci di rovinare la giornata ai loro collaboratori. Spesso un dirigente avrà un profilo principale e altri profili secondari, basta imparare a riconoscerli e a capire quello che meglio si adatta al proprio capo per riuscire finalmente a venirci a patti.

Il narcisista. Orgoglioso, protegge soprattutto il proprio Io. Il suo lavoro lo valorizza. Ma in fondo in fondo, la sua autostima non è poi così solida. Tende a non congratularsi con i collaboratori per un lavoro ben fatto e spesso tenta di prendersi il merito dei successi altrui.

Istruzioni per l’uso: poiché non ama sentirsi minacciato da un collaboratore competente, meglio giocare il suo gioco e dargli l’impressione che è lui l’origine delle nostre riuscite. E’ l’approccio migliore, secondo la nostra esperta. Alla lunga, il narcisista finirà per riconoscere le vostre capacità e a mollare la presa nei vostri confronti


Il tecnocrate. Personalità piuttosto fredda, si basa sui fatti, i risultati, le pianificazioni rigide. Tecnicamente molto competente, lo è molto meno sul piano umano. Individualista, manca di sensibilità relazionale. Spesso vive nella sua “bolla” personale dove è impossibile raggiungerlo

Istruzioni per l’uso: far prova di autonomia assicurandosi di tanto in tanto che il lavoro risponda alle sue aspettative. Se siete a caccia di riconoscimenti, chiedetegli senza mezzi termini se è contento del vostro lavoro. Con questo soggetto bisogna cercare la retroazione, fargli dire a chiare lettere se è contento del vostro orientamento

Il casinista. È quello che favorisce le buone relazioni con i suoi collaboratori. È impulsivo, ha spesso ottime idee, a volte degli autentici colpi di genio. Ma è un disordinato, disorganizzato ed è incapace di stabilire le sue priorità. Privilegia una visione a breve termine piuttosto che di lungo respiro

Istruzioni per l’uso. Cercate di incitarlo a essere più organizzato e a impegnarsi con maggiore costanza. Per esempio, chiedetegli che cosa si aspetta esattamente da voi e per quando, chiedendogli un piano di lavoro o una distribuzione dei compiti per iscritto

L’autoritario. Non è mai conciliante, è un irrequieto che fa fatica a fidarsi. È portato a dare ordini, ignorando l’opinione altrui. Può ferire senza neppure accorgersene tanto è bravo a criticare gli aspetti negativi del lavoro dei suoi collaboratori, senza mai, ma proprio mai, riconoscere le loro capacità

Istruzioni per l’uso. Di fronte ai suoi metodi dittatoriale, restate distaccati. Riformulate i suoi ordini in termini più positivi, per esempio: “lei vuol dire che il rapporto non è completo ma che siamo sulla strada giusta?”. Se vi sentite insultati, diteglielo chiaramente

L’inclusivo. Riconosce senza problemi il contributo dei suoi collaboratori e non lesina la valorizzazione del lavoro altrui. È un uomo da lavoro di gruppo, un dirigente gregario che si appoggia molto sugli altri. Ma talvolta fatica ad assumersi la leadership e a dare direttive chiare. Non gli piace dire di no né confrontarsi con gli altri

Istruzioni per l’uso. Fategli capire chiaramente le vostre aspettative e i vostri bisogni, sottolineando che apprezzate le sue qualità umane. Quando tentenna, ricordategli che avete bisogno di sostegno, di visione o di un inquadramento, perché lui è la persona giusta per essere all’ascolto delle vostre domande. Perciò, approfittatene!

Restare o andarsene?
Subire per un po’
, soprattutto se il capo è di fresca nomina, se non altro per confermare le vostre prime impressioni

Venire a patti con il suo stile di leadership. Il vostro superiore può cambiare comportamento se scopre dei vantaggi personali, come un aumento della produttività del suo gruppo di lavoro. Tuttavia, sarebbe illusorio pensare che potreste modificare il suo stile di colpo. Piccoli gesti e attitudini ripetute nel tempo possono migliorare velocemente il vostro rapporto con lui

Disintossicare il rapporto

- Se continua a maltrattarvi, sforzatevi di osservare in cosa il suo stile vi condiziona o condiziona il vostro lavoro. Trovate quali sono le situazioni concrete che spiegano il vostro disagio

- Proponete un incontro nel quale gli spiegherete che volete discutere di un aspetto importante per il vostro lavoro

- Durante l’incontro, fate prova di apertura di spirito. Abbiate fiducia in voi stessi e nella capacità del vostro capo di trovare una soluzione. Attenetevi strettamente ai fatti ed esprimete ciò che sentite. Spiegate che cosa causa i vostri problemi e le ripercussioni su di voi e sul vostro rendimento al lavoro

- Cercate insieme le soluzioni. Per esempio, se il vostro capo vi sta sempre addosso, proponetegli di validare gli obiettivi del vostro prossimo compito, stabilendo responsabilità, limiti, scadenze dei quali vi assumerete l’onere in prima persona

Mollare la presa. Se nonostante tutto lo stile del vostro capo vi è veramente insopportabile, chiedetevi se siete in grado (e se avete voglia) di proseguire il rapporto con lui. Se la risposta è sì, o se non avete per le mani un’alternativa migliore, smettete di combattere e rivedete obiettivi e aspettative

Guardarsi intorno nella stessa impresa. Se non c’è verso di trovare un’intesa, perché non cercare un’altra posizione all’interno della stessa azienda?

Andarsene. E’ un gesto estremo e gravido di conseguenze, che va ponderato molto bene. Una volta presa la decisione, al prossimo colloquio di lavoro cercare di informarsi sullo stile di leadership della nuova azienda, tanto per non collezionare un capo tossico dopo l’altro…


L’esclusivo. E’ un isolato, che delega poco. Fa fatica a mollare la presa delle sue responsabilità, spesso è sommerso dalle pratiche che continuano ad accumularsi e che lui vuole gestire in totale solitudine. Non è molto portato a riconoscere le qualità altrui e si sente minacciato se uno dei suoi collaboratori commette un errore. Individualista, spesso nervoso, il suo acutissimo senso della responsabilità gli provoca sofferenze indicibili

Istruzioni per l’uso. Confermargli che il lavoro va avanti, che tutto va bene, e che non c’è ragione di preoccuparsi. Ricordategli che può contare sul vostro gruppo di lavoro, e chiedetegli con chiarezza cosa pensa del vostro lavoro

Il messaggero. È il classico yes-man, che cerca di indovinare e prevenire le aspettative dei suoi superiori. Può sentirsi un po’ impostore, perché non ha grande fiducia nelle sue capacità, infatti i suoi collaboratori lo percepiscono come una marionetta. Si sottomette alle decisioni venute dall’alto senza il minimo senso critico e con lui ci si sente sempre abbandonati, perché mai e poi mai difenderà i vostri interessi con chi di dovere

Istruzioni per l’uso. Cercare di “farlo fuori” bypassandolo e rivolgendosi direttamente ai suoi superiori per criticarlo può essere una pesisma idea. Meglio dirgli chiaramente che cosa pensate e verificate che abbia effettivamente trasmesso le vostre richieste ai suoi superiori. Può rappresentare un serio ostacolo alla vostra carriera


Il pattinatore. E’ un dirigente con un senso politico molto sviluppato, raramente risponde sì o no, ma tende piuttosto a scivolare su informazioni vaghe. Fugge le responsabilità e non si lascia coinvolgere nel lavoro altrui. Con lui non si sa mai cosa pensare, è la classica persona che vi risponderà “te l’avevo detto che sarebbe finita bene” se avete avuto successo, e “te l’avevo detto che non poteva funzionare” se invece avete sbagliato qualcosa

Istruzioni per l’uso. Senza rimproverargli direttamente la sua ambivalenza, ingegnatevi a coinvolgerlo, a responsabilizzarlo, a stabilire dei limiti chiari, per esempio scritti. Ponetegli domande dirette e perseverate fino a quando non avrete ottenuto una risposta adeguata

Il monopolista. Trattiene tutte le informazioni per sé, e non ama condividere le responsabilità con i collaboratori. Contrariamene al capo esclusivo, che si isola e si sovraccarica di lavoro, il monopolista procede come un panzer per ottenere sempre più potere. Le informazioni più preziose sono sempre e solo sue, e bisogna consultarlo in continuazione, alimentando così il suo potere

Istruzioni per l’uso. Moltiplicare gli scambi e fargli toccare con mano i vantaggi della distribuzione delle informazioni ai collaboratori. Per esempio, fargli osservare come una pratica è andata avanti e a che punto vi ha aiutato fornendovi determinate indicazioni

Il manipolatore. Uno stratega finissimo. Mentre vi fa un complimento sulla qualità del vostro lavoro, in realtà vi sta chiedendo uno sforzo ancora maggiore. Ha un talento notevole per arrivare ai suo fini senza aver l’aria di strapazzare i suoi collaboratori, giocando abilmente con i loro punti di forza e le loro debolezze. Per esempio, può minacciarvi sottilmente dicendovi che bisogna lavorare di più perché tira aria di licenziamenti nel vostro reparto. Una cosa è certa, i suoi interessi vengono sempre prima dei vostri

Istruzioni per l’uso. Prendere coscienza della manipolazione e determinare quali sono i propri interessi. Non fidarsi ciecamente di lui ed evitare qualsiasi confidenza. Appena possibile, scrivergli piuttosto che parlargli, e conservare tutte le copie

Il paternalista. Protettivo e condiscendente, è il tipo che ricorda tanto un papà che quando eravamo piccoli “sapeva tutto”. Vicino a lui, ci si sente piccoli. Le sue tirate paternaliste ci fanno sentire disprezzati, anche se non sempre questa è la sua vera intenzione

Istruzioni per l’uso. Affermarsi. Esigere che ci dica le cose chiaramente assicurandogli che si è capaci di capire che cosa pensa del nostro lavoro. Adottare con lui un tono professionale e obiettivo. Se il suo comportamento è insopportabile, dirgli a chiare lettere che si detesta sentirsi chiamate “ragazzo mio” o “figliolo”

Il pompiere. Spegne i fuochi. Manca di visione a lungo termine e non cerca mai di risolvere i problemi di fondo. L’intuizione non è tra le sue qualità, preso com’è dal turbine dell’azione. È’ un iperattivo che carbura solo sui percorsi brevi. Per i suoi collabori, è l’inferno: le pratiche non vanno avanti, i problemi strutturali si ripresentano senza sosta

Istruzioni per l’uso: spiegategli le situazioni come le vivete sul campo. Per esempio, ditegli “abbiamo risolto questo problema nel breve termine ma si ripresenterà; come pensa che potremmo risolverlo una volta per tutte”. Costringetelo a riflettere

Gary et Ruth Namie, The Bully at Work: What You Can Do to Stop the Hurt and Reclaim Your Dignity on the Job, Sourcebooks Trade
Peter J. Frost, Toxic Emotions at Work: How Compassionate Managers Handle Pain and Conflict, Harvard Business School Publishing

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