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Carisma: come fare se non ce l'hai

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Il lavoro

Carisma: come fare se non ce l'hai

Ne hai abbastanza di essere invisibile e di non saperti imporre? Sei pieno di idee, frizzante e creativo, ma sei timido e hai paura di fallire? Piccoli consigli per sviluppare il carisma e imparare ad affermarsi.

Certo, sei simpatico, una qualità che ti riconoscono tutti quelli che conosci già, ma mai una volta che tu riesca gradito agli sconosciuti. Se i tuoi interlocutori ti notano così poco, forse manchi di una qualità essenziale: il carisma. Balbetti quando prendi la parola in pubblico, e preferisci tacere piuttosto che incagliarti. In realtà, non ne puoi più di questo ruolo da figurante silenzioso, e vorresti saper imporre e difendere le tue opinioni. Se il tuo desiderio di cambiare è reale, nulla ti vieta di riuscirci. Ma per imporsi agli altri, bisogna prima imporsi a se stessi, cioè sviluppare un minimo di fiducia in se stessi. Quasi sempre, l’inibizione sociale deriva dalla paura di essere giudicati e criticati, in altre parole, dal timore di non piacere e di non essere amati. Questa dipendenza esprime in primo luogo un problema di autostima, perciò ritrovare la fiducia in se stessi è una tappa indispensabile per sviluppare il carisma.

Secondo due famosi psichiatri francesi, Christophe André e François Lelord, l’autostima in caduta libera si può riportare allo stato ottimale attraverso nove semplici passi che ciascuno di noi può compiere senza troppa fatica. Si tratta di osservarci, di osservare gli altri, e di farli lavorare per noi. Ecco come.

  • Conoscersi meglio. Questa è la regola d’oro dell’autostima: prendere coscienza delle nostre capacità, e ovviamente dei nostri limiti

  • Accettarsi. Non siamo perfetti, e allora? Anche le persone che a noi sembrano senza difetti hanno dovuto scendere a  patti con se stesse. C’è sempre qualcosa di noi che non ci piace, e non è necessario essere perfetti per stimarsi

  • Essere sinceri. E’ inutile fingerci ciò che non siamo, è molto meglio invece assumerci la responsabilità delle nostre emozioni, per esempio esprimere i nostri sentimenti: tengo alla tua amicizia; le nostre esigenze: non posso accettare questa o quest’altra cosa; e le nostre paure: sono preoccupato, temo di non farcela

  • Agire. Le azioni sono la ginnastica di mantenimento dell’autostima. Fissarsi un obiettivo qualsiasi. E tener duro.

  • Zittire la critica interiore. Certi condizionamenti nascono quando siamo bambini, e dobbiamo subire una serie di indicazioni, prescrizioni, critiche, imposizioni, rimproveri. Prendiamo atto dell'origine di questo rumore interiore, perché questo è l’unico modo in cui possiamo affrontarlo

  • Accettare l’idea dell’insuccesso. Chi fa sbaglia, ci ricorda il detto. Ed è proprio così: ogni azione che intraprendiamo, anche con la migliore delle intenzioni, potrebbe fallire. Come diceva Oscar Wilde, “esperienza è il nome che diamo ai nostri errori”...

  • Imporsi. Impariamo a dire di no senza aggredire, a chiedere senza scusarci, a rispondere con calma alle critiche

  • Essere empatici. Anche se non siamo d’accordo con loro, possiamo almeno stare a sentire l’opinione degli altri, e cercare di capire il loro punto di vista

  • Cercare sostegno. Se abbiamo bisogno di qualcosa dobbiamo chiederlo, senza irritarci o sentirci finiti se la risposta non è un istantaneo. Manteniamo attiva la nostra rete di amicizie e frequentiamole, ovviamente non solo per lamentarci delle nostre disgrazie…  

Obiettivo: osare
Lo psichiatra americano Nathaniel Branden si occupa di autostima da più di quarant’anni. Negli Stati Uniti è un divo grazie al suo approccio pragmatico, tipicamente americano, ai problemi collegati alla mancanza di autostima. Fermo sostenitore della necessità ma soprattutto del valore di volersi bene, Branden è stato lungamente attaccato da più parti, non ultimi i religiosi cattolici che lo rimproverano di esaltare l’egoismo a sfavore della carità. A questo proposito la risposta di Branden è netta, e molto convincente: “non dobbiamo confondere autostima ed egoismo. La vita come servizio agli altri è un bellissimo concetto, ma se noi per primi non siamo in pace con noi stessi, il servizio che renderemo agli altri sarà quasi sicuramente scadente. La crescita spirituale non passa per il sacrificio e l’immolazione di sé, ma attraverso la consapevolezza, la responsabilità e l’integrità, pilastri della coscienza umana da cui derivano, in modo del tutto naturale, i valori e le qualità che ci rendono sensibili agli altri: pietà, compassione, rispetto.”

Un sano realismo
Nella visione di Branden l’autostima è un’esperienza, una pratica quotidiana che consiste nel riconoscere con onestà ciò che siamo e ciò che non siamo. E l’autostima non può aumentare se non aumenta anche la coscienza di sé. “La fiducia in se stessi è la sensazione interiore di poter realizzare i nostri desideri, è quella che ci permette di agire, e possederla è una questione di sopravvivenza” - scrive Branden. “Di tutte le opinioni che abbiamo, quelle che nutriamo a proposito di noi stessi sono le più importanti. Tra queste e tutte le altre c’è la stessa differenza che esiste tra la passività e l’azione, o la riuscita e il fallimento.”

La fiducia in se stessi
Branden tiene a sottolineare che questa fiducia “non è euforia, né l’illusione di felicità che apporta puntualmente l’uso di una droga, un complimento, una macchina di lusso, un aumento di stipendio o un nuovo amore. Non viene dall’esterno, e chi vive consciamente si rende presto conto che la sensazione di fiducia che non arriva da dentro è effimera, e per niente soddisfacente.” In questa visione, l’autostima è “una forma di fiducia nell’efficacia della nostra mente e nella nostra capacità di pensare. E quindi di imparare, compiere le scelte giuste e rispondere correttamente ai cambiamenti. La fiducia è un atto di risveglio, e accettare i limiti della nostra realtà è uno dei passi essenziali per costruire infine uno sguardo sano su noi stessi”

Obiettivo: saper osare
Il metodo suggerito da Branden, e che parte dalla sua visione molto particolare dell’autostima, è basato su sei “chiavi” o qualità fondamentali, che sono:

  • la consapevolezza, che consiste nel rispettare i fatti e nell’essere presenti a se stessi e ai propri impegni, e nell’essere aperti e curiosi di ciò che ci circonda e ci interessa, ci tocca o ci arricchisce

  • l’accettazione, cioè darsi il permesso e avere il coraggio di avere opinioni ed emozioni personali, e di agire

  • la responsabilità, che consiste nel capire che tutta la nostra vita è sotto la nostra tutela, che noi creiamo gran parte delle nostre scelte e delle nostre azioni e siamo responsabili della riuscita o del fallimento dei nostri progetti. Passare da è colpa di… a cosa posso/devo/voglio fare per… significa capire fino in fondo che nessuno verrà mai a salvarci dalla nostra vita

  • l’affermazione, cioè l’autenticità nei rapporti con noi stessi e con gli altri, la capacità di sostenere la realtà di ciò che siamo davvero, senza falsarla

  • l’identificazione, ossia l’imparare a stabilire, nel breve e nel lungo termine, quali sono i comportamenti e le azioni necessari e adeguati al raggiungimento dei nostri obiettivi, ma anche verificare periodicamente le tappe per essere certi di proseguire in linea con le mete desiderate, e osservare i risultati conseguiti per decidere se apportare qualche cambiamento

l’integrità, che è molto prossima alla sincerità e all’autenticità, e consiste nel vivere in armonia tra ciò che sappiamo, ciò che raccontiamo, e ciò che viviamo. Dire la verità, mantenere gli impegni presi, dimostrare con l’esempio quali sono i valori importanti per noi

Il carisma del capo...
di Anna Fata
… o dell’arte di imporsi, possibilmente piacendo. Alle radici dell’arte del comando, i significati impensabili di un potere magari fortissimo, ma non dimentichiamolo, sempre relativo. Di Anna Fata.

Il termine carisma deriva dal greco antico e significa dono o favore. Non si tratta necessariamente di doni fisici, ma spesso di doni di matrice sociale. Per certi versi, nelle persone carismatiche si possono individuare delle qualità divine che fanno sì che esse si collochino in una posizione distanziata, inaccessibile agli individui comuni, e che permette loro di essere trattate come una sorta di rappresentanti della divinità o comunque come modelli a cui ispirarsi.

I leader carismatici sono in grado di comprendere, influenzare e modificare i bisogni, i valori, le preferenze e le aspirazioni dei seguaci. Li motivano a sacrificarsi, in nome di una determinata missione, e ad agire ben oltre il senso del dovere. I seguaci, in questo modo, sono meno motivati dagli interessi personali e più orientati verso i bisogni della collettività. In questo processo risultano di fondamentale importanza anche gli aspetti motivazionali ed emotivi, l’identificazione con il leader e la fiducia in lui.

Esistono tre tipi di carisma:

  • come caratteristica di personalità;

  • come relazione tra il leader e i seguaci;

  • come struttura sociale.

Il carisma, inoltre, può essere:

  • puro, cioè derivante dai comportamenti del leader;

  • routinario, che proviene dall’occupare una posizione formale o ereditata.

In molti casi le persone che si trovano in una posizione dominante, di potere (politico, economico, religioso, sociale, ecc.) sono individui carismatici. “Leader si nasce, non si diventa”, recita una nota massima, ma in realtà si tratta di un’assunzione vera solo in parte. È possibile sviluppare le proprie abilità di comando e con esse anche il carisma. Il concetto di carisma è molto diffuso nell’ambito della religione cristiana, ed è proprio da questo contesto che è stato introdotto da Max Weber nella sociologia. Le qualità di un individuo carismatico, inaccessibili a una persona comune, rendono tale una persona soprattutto in virtù di come esse sono valutate dai seguaci. Un leader diventa tale, quindi, in virtù della relazione carismatica che è in grado di instaurare con i suoi seguaci, indipendentemente dai contenuti che propone. Sono stati effettuati numerosi studi sulle caratteristiche dei leader carismatici. Essi si sono focalizzati su:

  • il leader con le sue caratteristiche, in grado di renderlo tale indipendentemente dal contesto. In queste ricerche il leader ha un ruolo attivo, mentre i seguaci rappresentano solo uno specchio passivo che riflette il primo;

  • i seguaci, che rivestono un ruolo attivo, e senza i quali un leader carismatico non potrebbe essere tale;

  • l’interdipendenza in base alla quale il carisma non si può studiare in modo unilaterale, ma secondo la correlazione interattiva che ha luogo tra il leader e i suoi seguaci: se un leader è in grado di fare leva sull’interiorità di alcune persone è perché queste sono predisposte a essere sollecitate.

Questi approcci si focalizzano prevalentemente sulla percezione della leadership, ma prendono poco in considerazione gli aspetti cognitivi connessi. Secondo questi ultimi, gli individui analizzano attivamente le informazioni e si creano le loro immagini della realtà. Per rendere il processo più semplice e veloce, ogni persona possiede e utilizza schemi, categorie e prototipi. Ad esempio, il prototipo di leader carismatico è caratterizzato dalla determinazione, dall’apertura mentale, dall’informazione posseduta, dall’intelligenza, dall’abilità verbale e dal carattere forte. Per certi versi vi è un legame tra il concetto di carisma e quello di stigma.

A livello etimologico, il termine stigma è correlato a punzecchiatura che in origine significava tatuaggio e, in senso ampio, era un marchio che connotava uno schiavo, un criminale o un traditore. In un contesto sociologico, lo stigma si riferisce agli attributi che fungono da segnali all’interno di un gruppo o di una società di ciò che è deviante rispetto alla norma. Lo stigma è qualcosa che distingue, ma in senso negativo. D’altra parte, anche il carisma fa riferimento a comportamenti fuori dalla norma o al limite, ma, in questo caso, essi assumono una connotazione positiva. In questo senso, i comportamenti al limite rappresentano l’occasione per avviare dei cambiamenti sociali, per porre se stessi al centro di tali eventi e per assumere posizioni di elevato valore morale.

Secondo Neuberger, il concetto di leadership fa riferimento agli archetipi junghiani e alla concezione di Trinità del Dio cristiano. In base a ciò, si possono individuare le seguenti figure:

  • il Padre, che da una parte è colui che dispensa amore, affetto, dedizione, cura, saggezza, dall’altra è un’immagine superiore, forte, dispotica, che minaccia, punisce, che predomina e castra. Nella sua immagine confluiscono, così, amore e potere. Il carisma paternalistico comprende il coinvolgimento, l’abilità di promuovere uno sviluppo personale (ad esempio sacrificando se stessi) e comportamenti regolati, e racchiude una componente di esibizionismo;

  • l’Eroe: il termine eroe deriva dalla parola indo-europea “kel”, che significa guidare, e inizialmente indicava il sorvegliante/custode. In seguito il termine indicò un combattente coraggioso consapevole dei suoi compiti. Gesù Cristo può essere un esempio in tal senso. Questo leader carismatico si presenta attento, dispensa cure, è disinteressato, disposto a sacrificarsi e a pagare il prezzo del potere che detiene. Gli elementi che lo caratterizzano sono: l’autenticità, la specializzazione prevalente dell’emisfero sinistro e con esso lo spirito analitico, la creatività, la genialità, l’esibizionismo e la consistenza;

  • il Salvatore: nella teologia cristiana lo Spirito Santo è ciò che anima la Santa Trinità. Allo stesso modo, questa è la figura carismatica che dà vita, anima, istruisce le persone, anche in modo molto pratico, è in grado di avviare un processo di trasformazione e di favorire il superamento dei momenti di crisi. Il carisma missionario è tipicamente persuasivo, consistente, e si basa in prevalenza sull’emisfero destro, per la saggezza, l’intuizione. Un esempio può essere rappresentato dal Dalai Lama;

  • il Re: è un archetipo che si rifà ai racconti popolari d’Europa. Diventare re è l’obiettivo ultimo dell’eroe e del suo processo di maturazione. Non è una questione di nobiltà di origini, ma rappresenta il raggiungimento del massimo sviluppo dei talenti individuali. Secondo Jung il re rappresenta la saggezza del subconscio collettivo. Si manifesta con le sembianze del vecchio saggio, come personificazione del principio spirituale, con un’ampia conoscenza e capacità di comprensione. Il re ha a cuore tutto il suo regno e i suoi abitanti, persegue la pace e la stabilità, è autodeterminato, fiducioso, aperto, tollerante, informato.

Il modo di presentare la propria leadership, quindi, cambia a seconda dell’archetipo a cui si fa riferimento come modello. Quest’ultimo assume valori simbolici nei contesti operativi in cui si esplica. Ad esempio, il Padre simboleggia l’ammissibilità della dimensione emotiva in aggiunta a quella razionale, l’Eroe è il simbolo dell’ideale del successo e della raggiungibilità delle mete sovrumane, dato che gli esseri umani sono in grado di trovare la propria strada anche nei sistemi grandi, anonimi e poco trasparenti. Il Salvatore mette in luce che esistono grandi prospettive che valgono la pena di essere sostenute, e che è possibile trovare soluzioni per i problemi più urgenti. Infine, il Re rappresenta una controparte diametralmente opposta alle forme organizzative della quotidianità.

Come aumentare il carisma ed essere leader più efficaci

  • affinare le proprie abilità oratorie, facendo leva sia sugli aspetti cognitivi, sia su quelli emotivi e motivazionali;

  • migliorare le proprie capacità di ascolto e di comprensione dei messaggi verbali e non;

  • rafforzare la fiducia in se stessi e la propria autostima;

  • tenersi sempre aggiornati, informati, e cercare di ampliare la propria cultura;

  • cercare di rivolgersi a un pubblico il più possibile omogeneo per interessi, aspettative, desideri;

  • essere aperti, tolleranti, anticonformisti e creativi.

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