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La ginnastica del cervello

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La memoria

Ce l'ho sulla punta della lingua

con la collaborazione di Anna Fata

Avete presente quando la parola giusta sta in un angolo del cervello ma non c’è verso di farla uscire? Ci ricordiamo esattamente del suo significato, della sua forma e spesso anche dei termini che le assomigliano, ma non c’è niente da fare. Oggi un’équipe di psicologi americani ha una spiegazione per questo curioso fenomeno…

Soprattutto durante una conversazione animata o in una riunione di lavoro, non riuscire a trovare “la parola giusta” è veramente imbarazzante e frustrante. Gli scienziati ritengono in genere che questo tipo di blocco è il risultato di un difetto di trasmissione tra le zone intellettuali del cervello che evocano l’idea della parola, e quelle incaricate più prosaicamente di ritrovarne la forma. Due psicologi americani, Lori James e Deborah Burge stanno per confermare queto meccanismo a partire da due esperimenti. Al primo hanno partecipato 72 volontari, per metà studenti e per l’altra metà persone di una certa età, al secondo 36 volontari di età variabile. I risultati confermano che all’origine delle parole rimosse ci sarebbero problemi di trasmissione, e contrariamente a quanto si è pensato fino a oggi, poter enunciare sinonimi della parola che sfugge aiuta a diminuire l’intensità del fenomeno, riattivando le reti di connessione cerebrale. Per gli anglosassoni il termine “abdicare” sembra essere quello che più tende a “restare sulla punta della lingua”; i ricericatori hanno perciò chiesto a tre gruppi di volontari quale termine significasse rinunciare al trono:

  • il primo gruppo non aveva avuto alcun aiuto, ma le perone trovavano la risposta con successo variabile

  • al secondo gruppo era stata fatta leggere una lista di parole che avevano un’affinità sonora con il termine “abdicare”, e in questo caso il successo è stato maggiore

  • il terzo gruppo doveva leggere parole senza alcuna relazione con la risposta; in questo caso, le persone facevano una grande fatica a rispondere brillantemente

Anche il secondo esperimento ha confermato che quando i partecipanti non erano più in grado di esprimere spontaneamente il termine corretto, la pronuncia di parole simili o di significato simile li aiutava a ritrovare il termine giusto, e questo potrebbe spiegare perché le parole perdute ci ritornano in mente di colpo. Durante un’altra conversazione o mentre stiamo leggendo, dopo aver guardato la televisione, avremmo infatti incontrato un altro termine che evoca la struttura di quello che tanto inutilmente abbiamo cercato, perciò, per premunirci contro le parole mancanti non ci resta che arricchire il nostro vocabolario, dato che dimentichiamo soprattutto i termini poco usati piuttosto che quelli che usiamo tutti i giorni. Una vita sociale attiva, la lettura e le cruciverba ci possono aiutare a mantenere il cervello in allerta, e ci permettono di comunicare tranquillamente con gli altri. Una conclusione che riguarda soprattutto i meno giovani, quelli ai quali più spesso le parole restano sulla punta della lingua. Insomma, per invecchiare restando giovani bisogna tenere il cervello in esercizio! 

Figuracce
Durante una serata tra amici o a una festa incontrate lo sguardo di qualcuno che sembra conoscervi, ma malgrado tutti i vostro sforzi non riuscite proprio a dare un nome al suo viso. Imbarazzante? Anche se non è ancora stato identificato il meccanismo cerebrale responabile di questo declino, la teoria più plausibile rinvia alla perdita della capacità delle cellule nervose di comunicare tra di loro attraverso i neurotrasmettitori. La quarantina, che secondo alcuni è l’inizio di una nuova vita, per gli scienziati è l’età che segna l’inizio del nostro declino cerebrale. In uno studio inglese gli scienziati sostengono che le capacità di reazione, di concentrazione e di memorizzazione declinano regolarmente dopo i quarant’anni, proseguendo questo cammino verso il basso fin verso gli 80. Sarebbero queste le conclusioni di uno studio condotto su 2282 volontari di età compresa tra 18 e 87 anni. Eppure, non tutto è perduto. Secondo il professor Semple, direttore della ricerca, gli ultraquarantenni compenserebbero la diminuzione delle capacità cognitive con un’accresciuta esperienza, e nei senior, anche se il cammino per riportare in vita i ricordi è più lungo, il cervello ha imparato una serie di scorciatoie. Insomma, la riduzione della resa intellettuale rivelerebbe semplicemente che il cervello non viene sollecitato a sufficienza.

connessione tra due neuroni:

normale funzionamento della sinapsi:  

1 - influsso nervoso
2 - neurotrasmettitore
3 - recettore specifico

La perdita della memoria: un declino inevitabile?

Se pensate che gli anni la memoria diventi meno affidabile avete ragione solo in parte. E’ vero che con l’età i ricordi si formano più difficilmente, ma gli studi più recenti dimostrano che la situazione può migliorare e che è possibile conservare i neuroni praticamente intatti… Oggi l’invecchiamento fa sempre meno rima con la perdita della memoria. Un nuovo studio americano dimostra infatti che i nostri ricordi sono sempre più efficienti. Le ricerche, condotte su 15.000 soggetti di più di 70 anni hanno dimostrato che i disturbi della memoria sono sempre meno frequenti nelle persone della terza età: il 6% dei seniors che accusavano questo tipo di problema nel 1993 è sceso a meno del 4% nel 1998, e i progressi sarebbero ancora più spettacolari dopo gli 85 anni. Secondo gli scienziati questo miglioramento è legato soprattutto a una migliore prevenzione e cura dei problemi neurologici o psichiatrici, un risultato rassicurante in vista dell’allungamento continuo della vita: non solo vivremo più a lungo, ma manterremo intatte per più tempo le nostre capacità intellettuali.

E se Freud avesse ragione?
Un esperimento americano tende a provare che si possono eliminare i ricordi indesiderabili, come del resto Freud aveva sostenuto quasi un secolo fa. Zoom su uno studio piccolo, ma promettente.

Se ci sono cose che sicuramente ci piacerebbe dimenticare, ebbene, le nuove ricerche stanno per stabilire che siamo capaci di avere una memoria selettiva. Secondo Anderson e Green, ricercatori statunitensi, ci sono prove chiare della capacità umana di evacuare certi ricordi dalla memoria. Questi scienziati dell’Oregon University hanno reclutato 32 tudenti ai quali hanno domandato di memorizzare una quarantina di coppie di parole senza alcun rapporto tra di loro, poi hanno loro mostrato delle parole e hanno chiesto sia di ricordare la parola associata, sia di dimenticarla. Risultato: più si chiedeva di dimenticare certe parole (tra 0 e 16 volte), meno i soggetti dello studio si rivelavano capaci di ricordarsele più tardi, anche se ricordarle sarebbe stato economicamente remunerativo. In un commento che accompagnava la pubblicazione di questo studio nella prestigiosa rivista scientifica Nature, il dr. Cornway, psicologo dell’Università di Bristol in Inghilterra sosteneva che questa inibizione del ricordo supporta la teoria freudiana, secondo la quale la mente è capace di reprimere selettivamente alcuni ricordi, soprattutto quelli inutili o dolorosi. Riguardo al carattere di “inutilità” di certi ricordi, il fenomeno compare nella vita quotidiana, non sarebbe infatti controproducente ricordare il numero di targa della nostra prima macchina, della seconda, della terza, e cos’ì via? Per quanto riguarda invece le implicazioni più gravi, i risultati dello studio sembrano confermare i lavori precedenti secondo i quali i bambini fanno più fatica a ricordarsi degli abusi sessuali se l’aggressore è un parente o un protettore piuttosto che un estraneo, verosimilmente perché questo oblio è necessario per sopravvivere. Ovviamente la memorizzazione di coppie di parole è molto lontana dai traumatismi delle sevizie sessuali durante l’infanzia, e niente consente oggi di estendere i risultati di questo studio alla memorizzazione di episodi traumatici. Tuttavia, gli autori ritengono che il loro studio sia un buon punto di partenza per dimostrare la validità della teoria freudiana della rimozione. Le prossime tappe della ricerca avranno la finalità di determinare se questo fenomeno può essere associato a eventi dal contenuto emotivo più “ricco”, e in seguito, grazie anche ai nuovi procedimenti di medicina per immagini, sarà possibile stabilire in quale parte del cervello ha luogo questa inibizione del ricordo.

Il declino comincia a 20 anni

Anche se la situazione migliora, non si può però negare che la perdita di memoria legata all’età sia una realtà. Uno studio ha dimostrato che la memoria inizia a declinare regolarmente dalla fine dell’adolescenza, forse perfino da prima. Condotta su 350 uomini tra i 20 e i 90 anni di età, l’indagine consisteva nel completare questionari e test in otto ore, con un risultato senza equivoci: più l’età dei soggetti dello studio cresceva, più la performance declinava, ma i test hanno anche mostrato che la ricchezza del vocabolario e la capacità di esprimersi miglioravano a partire dai 70 anni. La stimolazione intellettuale rallenta il declino delle capacità cognitive, o in altre parole far lavorare regolarmente il cervello consente di limitare i danni. Bisogna anche ricordare di aggiungere alla ginnastica del cervello quella per il corpo: uno studio condotto dall’università del North Carolina ha indagato proprio i benefici combinati dell’attività fisica e dei farmaci in caso di depressione. Anche se i vantaggi del trattamento farmacologico non risultavano evidenti, i ricercatori hanno constatato un notevole miglioramento delle funzioni cognitive in alcune aree del cervello, come quelle preposte alla memoria e al senso dell’organizzazione, unicamente attraverso l’aumento dell’attività fisica. Secondo gli specialisti, l’attività fisica regolare migliora la circolazione sanguigna e favorisce una migliore ossigenazione delle cellule cerebrali. (Fonte: Journal of Gerontology, American Psychological Association, Journal of Aging and Physical Activity)

Come potenziare la memoria a breve termine

Fate fatica a ricordare un numero di telefono che vi hanno appena detto, o vi capita di entrare in una stanza e di dimenticare che cosa ci siete venuti a fare? Non c’è dubbio, avete qualche problema con la memoria a breve termine. Qualche piccola astuzia per sviluppare questa parte essenziale delle meningi.

Per memoria a breve termine si intende la capacità di immagazzinare immediatamente e in modo effimero le informazioni. Questa memoria è essenziale nella vita quotidiana, ecco cosa fare per migliorarla:

  • veloci è meglio
    questa memoria ha una vita brevissima, ricorderemo le informazioni solo per qualche decina di secondi. Perciò, è meglio non lasciar passare troppo tempo tra la memorizzazione dell’informazione e il suo uso

  • ripetere
    per prolungare di qualche secondo la durata della memoria a breve termine, un piccolo trucco: ripetere mentalmente o ad alta voce le informazioni che si vogliono ricordare. In questo modo una manciata di secondi per ricordare diventa una manciata di minuti, non molto, ma già qualcosa

  • la regola del sette
    la memoria a breve termine ha una proprietà sorprendente: non ricorda bene più di 7 informazioni alla volta. Perciò, cercare di memorizzare una lunga lista della spesa è perfettamente inutile…

  • raggruppare
    se le cose da ricordare sono tante, è meglio cercare di raggrupparle per memorizzarle meglio. Un esempio tipico è la divisione dei numeri di telefono: sarà più facile ricordarli se li dividiamo in gruppi di due o tre cifre, piuttosto che ricordarli come un’unica sequenza numerica

  • i suoni sono meglio delle immagini
    la memoria a breve termine è più abile a ricordare i suoni che le immagini. Ecco perché le informazioni ripetute ad alta voce o dire a se stessi che cosa si deve fare è più efficace che guardare un oggetto e sperare di ricordare tutto il resto del ragionamento

  • concentrare
    non c’è una memoria più facile da distrarre di questa. Quando cercate di memorizzare qualcosa, cercate di
    evitare di farne un’altra nello stesso momento. Evitate o eliminate tutto quello che rischia di interferire con l’attenzione, come la musica, i rumori, ecc.

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Pagina aggiornata al 16/11/2007

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