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Odio-amore, amore-odio

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Odio-amore, amore-odio...

Odi et amo. quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

“Odio e amo. Non chiedermi il perché
Non saprei dirtelo.
Ma sento che accade
e mi tormento”.

Una grande storia d’amore, quando si conclude, è sempre e necessariamente destinata a rivolgersi nel suo opposto, una forma esasperata di odio?

“La fine delle mie prime relazioni erano costantemente connotate da un odio profondissimo nei confronti di quello che era stato il mio partner che credevo di avere amato per anni. Faticavo io stessa a comprendere come un sentimento così dolce, intenso e profondo potesse lasciare il posto a qualcosa che mi sembrava avesse dei connotati quasi del tutto opposti.

Col tempo mi sono resa conto che quelle storie che consideravo dei grandi amori, con persone che ai miei occhi erano ‘perfette’ e che arrivavo quasi a venerare, in realtà, facevano acqua da tutte le parti. Semplicemente mi limitavo a non vedere, non ne volevo prendere coscienza, finché non si presentava la cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso. In genere si trattava di eventi tutto sommato di poco conto, ma che andavano ad inserirsi in un contesto non così sereno pacifico e idilliaco come mi ostinavo io a credere che fosse.

Ecco, quindi, che l’amore o quello che ritenevo tale si sgretolava ogni giorno sempre più e lasciava il posto ad un fastidio, un’amarezza, una scontentezza di fondo che poi alla fine sfociava nell’odio.

Oggi sono più consapevole di questi meccanismi, e grazie a ciò sono pian piano diventata capace di diluire nel tempo le piccole controversie quotidiane e di prendere atto che una relazione, un compagno perfetto, non esistono, allo stesso modo in cui l’imperfezione regna sovrana anche in me. E mi sono scoperta capace anche di amare queste piccole grandi imperfezioni che mi stanno dentro e intorno. Credo che ciascuno di noi possa compiere questo cammino, anche se evidentemente il cosa siamo disposti a tollerare è variabile a seconda della persona”, Lucia, 42 anni, insegnante di lettere.

Cos’è?
L’odio è un sentimento personale, è rivolto contro una persona. E’ legato all’amore. E’ una forma di legame con un’altra persona. Come nell’amore l’oggetto amato occupa spazio nella mente dell’amante, al punto che quest’ultimo arriva a pensare di non poter vivere senza l’amata, anche nell’odio la persona odiata occupa uno spazio mentale e impedisce a colui che odia di focalizzarsi su altro e altri. Spesso amore e odio su susseguono, si alternano, a volte possono diventare due facce della stessa medaglia, talvolta prevale l’uno, talvolta l’altro.

Allo stesso modo in cui si può arrivare ad odiare una persona che in passato si pensava di avere amata intensamente, così può accadere di arrivare ad amare una persona che si è odiata. Un esempio estremo di quest’ultima possibilità è quanto avviene nella Sindrome di Stoccolma: una persona sequestrata può scoprirsi innamorata del gruppo dei sequestratori oppure di uno di essi. Tra l’amore e l’odio vi è un elemento intermedio, la gelosia. La gelosia viene scatenata quando si ritiene che vi sia qualcuno che potrebbe espropriarci dell’oggetto d’amore che viviamo come nostro. L’odio può anche essere una forma di difesa dall’amore: odio ciò che non sono in grado di ottenere, ciò che non posso fare mio. Pur di stabilire un legame con l’oggetto desiderato si può arrivare ad instaurare un legame negativo improntato sull’odio.

E’ possibile ‘decidere’ di non odiare?
L’odio è un sentimento, come tale non si può decidere sul piano razionale se odiare o meno. Si può, invece, decidere il comportamento in relazione ai vissuti di odio. Come individuo razionale posso scegliere cosa fare del mio odio, della mia rabbia, se utilizzarli per danneggiare l’altro, me stesso (nel caso della repressione), oppure posso propendere di canalizzarli in altre attività più produttive per me (ad es.: mi iscrivo ad un corso di body building o di pugilato) e/o per gli altri.

Nel momento in cui si è in grado di riconoscere e accettare le proprie emozioni, queste cessano di essere ‘pericolose’. In caso contrario è come se fossero delle mine esplosive sulle quali si rischia di mettere il piede e di farle scoppiare da un momento all’altro. Accettare, comprendere, non giudicare. Non ci sono emozioni, vissuti ‘buoni’ né ‘cattivi’, dipende da noi e dall’uso che ne facciamo. Bando, quindi, ai sensi di colpa, alle autocritiche feroci, al ‘buonismo’ a tutti i costi. In tutte le situazioni, in ogni persona c’è il versante positivo, così come quello negativo.

L’odio ha delle radici molto lontane nel tempo. Anticamente aveva un valore adattivo, perché indicava ciò da cui era opportuno allontanarsi perché potenzialmente minaccioso per la propria sopravvivenza. In questo senso anche la simpatia o l’antipatia che istintivamente proviamo nei confronti di persone che ci vengono presentate ex novo si può ricollegare in parte a situazioni di sicurezza e di paura.

L’odio, in questo senso, ha anche la funzione di proteggerci e questo può essere valido anche oggi. Proviamo odio nei confronti di una persona che ci ha ferito, che ci ha maltrattato, che ci ha mancato di rispetto. L’odio porta ad allontanarsi dal persecutore, pur continuando a mantenere un legame con lui. L’odio si può provare non solo nei confronti di un singolo individuo, ma anche verso un gruppo sociale. In quest’ultimo caso risultano molto influenti le convinzioni socioculturali del contesto in cui si vive.

Odiare se stessi: come è possibile?
In ciascuno di noi vi sono l’io reale e l’io ideale. Il primo rappresenta ciò che si è al momento attuale, il secondo raffigura ciò che si vorrebbe essere. Quando vi è un notevole scollamento tra i due, quando quello che si vorrebbe essere è molto distante, quasi irraggiungibile, irrealizzabile rispetto a ciò che si è effettivamente si può reagire con odio nei propri confronti.

Il rischio maggiore in questi casi è che l’odio nei propri confronti possa poi essere esteso a chi ci sta intorno e che in qualche modo incarna quegli aspetti di noi che meno ci piacciono.

“Quem metuunt, oderunt”
“Si odia chi si teme”

Se si parte dal presupposto che alcune parti di noi non ci piacciono e che le rigettiamo nell’ombra, pur di non vederle, queste comunque in un modo o nell’altro riemergono. Spesso vengono proiettate su chi ci sta intorno e ciò induce ad essere poco tolleranti nei confronti di coloro che rispecchiano quelle parti di noi che abbiamo rifiutato. A quel punto scattano le reazioni di rifiuto che al limite possono assumere la forma di odio.

Quanto più la nostra personalità è integrata, quanto più siamo consapevoli di noi stessi, quanto meno zone d’ombra abbiamo, tanto più amorevoli e compassionevoli siamo nei nostri confronti tanto più riusciamo ad esserlo anche con gli altri. L’odio fa parte di noi, così come l’amore. In questo senso, l’elenco di ciò che amiamo va di pari passo con ciò che odiamo e costituisce la nostra essenza. Ciascuno ha una sua lista personale di ciò che ama e che odia. Nel tempo, però, può essere una buona sfida da porre a se stessi fare in modo che la lista di ciò che si odia si riduca a favore di quella in cui si elenca ciò che si ama.

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Pagina aggiornata al 11/05/2007

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