Il concetto di rancore risulta in buona parte connesso a
quanto scritto in precedenza
relativamente al rapporto amore-odio: due facce
della stessa medaglia in cui a volte prevale l’una
altre volte l’altra e in cui comunque non vi è
separazione netta, ma un compenetrarsi di opposti,
un po’ come accade nel modello filosofico
orientale dello Yin e dello Yang.
In tale modello non esiste una contrapposizione, una dualità
tra gli opposti, contrariamente a quanto il pensiero
occidentale tende spesso a sostenere, ma una
tensione dinamica in cui a volte prevale un polo, a
volte l’altro. E anche quando si raggiunge lo
zenit, gradualmente comincia a riaffiorare
l’estremo opposto per dare modo ad esso di
manifestarsi.
Opporsi a questo processo è inutile, porta a disperdere
energie: l’ideale sarebbe una condizione di
accettazione pacifica di quella che di fatto è
l’essenza vitale dell’universo, così come
dell’individuo che ne è parte e che come tale, in
piccolo, lo rappresenta.
Riprendiamo l’esempio dell’amore e dell’odio.
Essere consapevoli che anche nell’amore più
grande c’è sempre e comunque un pizzico del suo
opposto e viceversa, e che si tratta sostanzialmente
di una condizione di prevalenza dell’uno o
dell’altro, consente di riconoscere e di accettare
la presenza naturale del conflitto, in generale,
nella vita. Negarlo porterebbe ad idealizzare una
condizione di amore statico, cristallizzato, in
sostanza: morto.
E non solo, nel momento in cui cominciasse a prevalere il
suo opposto porterebbe alla distruzione della
relazione e probabilmente anche degli amanti stessi,
in senso totale o parziale, simbolico e/o concreto.
Se i conflitti, le asperità, le difficoltà non vengono
riconosciuti e affrontati si sedimentano. L’odio
cresce a dismisura e alimenta il rancore.
Peculiare è l’origine etimologica di tale termine:
concretamente si riferisce all’odore acre e
nauseabondo che emana l’olio rancido.
Simbolicamente il rancore è l’odio non ripulito,
sedimentato dentro di noi, che imputridisce, che fa
imputridire noi e la relazione con l’altro.
Se continuiamo il parallelismo con le discipline orientali
(che peraltro, in tal senso, seppure con parole
differenti, fanno riferimento a teorie, vissuti e
concetti ben rintracciabili e delineati anche nella
realtà occidentale), la medicina indiana rinviene
odio, rabbia e rancore soprattutto nel quarto chakra,
anche se risulta evidente una necessità di un buon
funzionamento di tutti gli altri chakra per un
equilibrio complessivo che si riflette anche sul
quarto.
Il chakra è graficamente rappresentato da una ruota o
disco con un numero variabile di petali. Esso
rappresenta un centro energetico le cui
localizzazioni sono disposte lungo l’asse della
colonna vertebrale.
Il quarto chakra è legato all’amore, nei confronti
propri e degli altri. È uno dei chakra che più di
frequente è danneggiato dai traumi, dalle violenze
e da tutto ciò che può arrecare dolore non solo
fisico, ma anche e soprattutto psicoemotivo.
Soprattutto nel caso in cui di fronte al dolore si
reagisce con la fuga e il ritiro, ci si chiude e si
resta bloccati nel passato. A quel punto
l’empatia, la comprensione, la compassione
svaniscono e lasciano il posto ai vissuti legati al
tradimento, all’abbandono. Avanzano così
l’amarezza, l’odio, il cinismo,
l’intolleranza, il rancore.
L’abbandono da parte
dell’altro coincide con l’abbandono di se
stessi.
Come fare, dunque, ad uscire da questa spirale di
odio e di rancore? Varie possono essere le
possibilità:
-
conoscere
maggiormente se stessi, la molteplicità di
“personaggi” che ci compongono e che
costituiscono la nostra identità;
-
imparando ad
accettare prima di tutto se stessi, i propri
pregi e i propri limiti. Quanto più si riescono ad
integrare le parti che ci compongono, tanto più si
sarà capaci di rapportarsi agli altri con amore,
comprensione e tolleranza;
-
cercare di sbloccare le emozioni represse di fronte all’evento doloroso (ad es.: con
esercizi bioenergetici, rebirthing, psicoterapia
psicoanalitica, teatroterapia);
-
imparare a perdonare
noi stessi per quelli che a posteriori viviamo come
“errori”, per i nostri limiti ed imperfezioni.
Questo ci renderà più dolci e disponibili verso
noi stessi e gli altri;
-
esercitarsi a coltivare tutti i tipi di relazioni,
d’amicizia, d’amore, professionali, ecc.,
cercando di fare leva su un dialogo aperto e
profondo, in grado di identificare e porre rimedio
ai punti deboli del rapporto e di valorizzare quelli
più forti. Questo impedisce che i malintesi e i
conflitti irrisolti non si sedimentino e non minino
le basi del legame.
In sintesi: non esistono ricette “miracolose” per
eliminare sentimenti, vissuti e situazioni negative.
Essi rappresentano l’altra faccia della medaglia
con cui si deve costantemente fare i conti.
In questo
senso la consapevolezza, la comprensione e
l’accettazione di tale realtà permette di fare in
modo che questi, opportunamente gestiti, diventino
delle occasioni per rafforzare ulteriormente il
rapporto con l’altro.