Sta
per iniziare una lotta senza quartiere tra
psicoterapeuti e medici, oppure no? Conversazione
con Nada Loffredi, psicoterapeuta e sessuologa
Dottoressa Loffredi, cosa
ne pensa del trattamento farmacologico delle
disfunzioni sessuali femminili?
Il trattamento delle disfunzioni sessuali femminili,
come tutti i trattamenti psicofarmacologici, può
diventare un ausilio importante
per chi si occupa della parte prettamente
"psicologica" della disfunzione, ma solo a
patto che venga
fatta una diagnosi corretta in precedenza. Ogni
farmaco, infatti, ha una sua peculiare indicazione e
la sessualità femminile, come quella maschile, è
costituita da almeno tre fasi. Considerando il fatto
che il farmaco (per esempio il futuro Viagra rosa)
non agisce su tutte e tre le fasi, non
può essere consigliato in maniera indistinta ma
va correttamente valutata la sua indicazione e il
farmaco stesso utilizzato, nel caso del nostro
esempio, solo per disfunzioni relative alla fase
dell'eccitazione. E questo neppure basta...
L'eccitazione nella donna, caratterizzata da
inturgidimento, vasodilatazione e lubrificazione
vaginale è influenzata dall'eventuale presenza di
conflitti inconsci, da difficoltà relazionali
oppure dalle cosiddette cause immediate delle
disfunzioni sessuali, come fenomeni ansiogeni che
agiscono nel momento del rapporto: fenomeno dello spectatoring
o autoosservazione ossessiva, ansie di far provare
piacere al partner, ecc.. L'utilizzo di un farmaco
che agisca dunque a livello dell'eccitazione in una
donna può, da una parte, ripristinare
la fiducia e funzionare da starter
per ricominciare ad avere una sessualità più
libera dalle ansie, ma favorire anche un processo di
pensiero molto riduttivo, secondo il quale la
sessualità dell'essere umano è svincolata da tutto
il resto. Da non dimenticare, invece, che la
sessualità è un fenomeno psicosomatico o
somatopsichico in cui le due componenti non vanno
considerate antinomiche oppure alternative, ma
sempre sempre concomitanti (anche quando il disturbo
è esclusivamente a partenza dell'organo!). Per
rispondere, dunque, direi che il
farmaco
utilizzato correttamente può rappresentare una
"conquista" anche per il sessuologo di
formazione psicologica che si ritrova uno
strumento in più per accompagnare la paziente in un
percorso che è quasi sempre relativo alla terapia
della parola. In sessuologia è fondamentale che si
lavori in équpe proprio per questo motivo.
Lei
pensa che le donne prenderanno queste medicine? E
come potrebbero reagire gli uomini di fronte a una
partner sessualmente “dopata”?
Non
sono affatto sicura del gradimento delle donne
rispetto a questo genere di farmaci, perchè è già
difficile l'accettazione da parte degli uomini ad
assumere il Viagra (motivano questa difficoltà
perchè sentono il sesso meno spontaneo). La scarsa
compliance delle donne, più degli uomini,
annullerebbe l'effetto del farmaco anche a livello
fisico (potenza della psiche!). La reazione degli
uomini, d'altro canto, credo sia molto relativa al
loro status
culturale perchè esiste
ancora molta diffidenza nei confronti della libertà
e dell'assunzione di responsabilità sessuale,
soprattutto nei confronti delle donne.
Stiamo
andando verso un mondo di sesso medicalizzato per
tutti, o questa è solo una fase della nostra
storia?
Il
rischio che si corre è di dare troppa importanza
alla "medicina" perchè troppo abituati a
spingere il bottone e avere tutto risolto, anche la
spesa a casa. Le persone rischiano di inseguire
la chimera, appunto, che non serve mettere in
discussione se stessi per ottenere dei risultati,
anche nel caso della conquista di un benessere
psichico, fisico e sessuale: tutti mangiamo molto e
poi utilizziamo farmaci contro il colesterolo, e la
pretesa diventa questa anche nel campo sessuale in
cui diventa praticamente impossibile...
Secondo
lei è vero che i dati relativi alla prevalenza
delle disfunzioni sessuali femminili sarebbero
artificialmente gonfiati per convincere le donne di
essere malate e quindi spingerle a desiderare di
curarsi farmacologicamente?
I
dati sulle disfunzioni sessuali femminili non
sono poi così allarmanti o gonfiati, così come
è avvenuto per gli uomini in cui sembra esserci
stato un aumento delle disfunzione erettile molto
grave: aumento non reale ma determinato spesso dalla
possibilità di far
emergere un fenomeno nascosto per "falsi
pudori". Consideri che per le donne sarà
ancora più difficile far emergere la situazione
reale perchè le difficoltà a raccogliere campioni
significativi sono molte, e le
ricerche non hanno quasi mai un buon esito, ne
so qualcosa personalmente. Anche qui l'osservazione
del clinico è fondamentale, perchè il questionario
somministrato ai fini della ricerca non ci dice
molto: ho conosciuto moltissime di donne che si
definivano anorgasmiche perchè non provavano
l'orgasmo coitale... Quindi, nell'osservare i dati
di una ricerca epidemiologica, è necessario avere
una buona capacità critica e molte conoscenze di
base, perchè in sessuologia di miti ne esistono
tanti, e di "normalità" ben poca, anzi,
speriamo di arrivare a eliminare proprio questo
concetto di normalità.
fuori
dal coro: la voce scomoda di Thomas Bodenheimer.
“I veri pazienti corrono veri pericoli a causa
degli studi manipolati che offrono informazioni
false o incomplete, comprese quelle relative ai
legami economici che intercorrono tra medici e
industrie farmaceutiche. La riforma deve
cominciare proprio dalla sperimentazione dei
farmaci, dove deve essere attivata una
forma credibile e indipendente di controllo da
parte di terzi, e solo gli scienziati esterni
alle case farmaceutiche dovrebbero avere
l’ultima parola riguardo a come vengono
strutturate le prove. Tutti i legami di natura
economica che qualunque azienda farmaceutica
intrattiene a qualsiasi livello devono diventare
di dominio pubblico”. Con queste parole il dr.
Bodenheimer, ora consulente del Governo degli
Stati Uniti, ha condannato pubblicamente in un
famoso articolo le manipolazioni che le aziende
farmaceutiche fanno con i dati delle
sperimentazioni. Gli effetti sono preoccupanti
perché i pazienti che si arruolano
volontariamente per la sperimentazione sono
disinformati, i rischi connessi alla
sperimentazione possono venire occultati, e i
legami economici tra enti sperimentatori e
industrie farmaceutiche sono tenuti segreti. Le
ricerche finanziate dalle aziende farmaceutiche
tendono a favorire i loro prodotti, come già
rivelava nel 1998 il New
England Journal of Medicine: il
98% degli autori pubblicati che scrivevano a
favore di un determinato farmaco erano finanziati
dall’azienda
che lo
produceva, e solo il 37% di loro aveva il
coraggio di pubblicare studi contrari al prodotto
che stava sperimentando. Troppo spesso, denuncia
Bodenheimer, “le aziende farmaceutiche
possiedono e controllano i dati raccolti durante
la sperimentazione, alla quale neppure gli
scienziati universitari che conducono la
sperimentazione hanno accesso completo. Talvolta
le aziende pubblicano i dati favorevoli al loro
prodotto e
occultano
quelli avversi”, e sottrarsi a questo
condizionamento è costosissimo. James Kahn ha
pubblicato uno studio nel prestigioso Journal
of the American Medical Association in cui
sosteneva che un vaccino contro l’AIDS non era
efficace, ma l’azienda che aveva finanziato la
sperimentazione si era rifiutata di consegnargli
tutti i dati della ricerca, e poi aveva tentato
inutilmente di bloccare la pubblicazione
dell’articolo. Quando l’articolo fu
pubblicato, l’azienda trascinò Kahn in
tribunale chiedendo danni per 10 milioni di
dollari sia a lui, sia all’università per la
quale lavorava. Inoltre, sempre più spesso le
industrie farmaceutiche tendono ad affidare le
prove sperimentali dei nuovi farmaci non più alle
università, ma a società private (le CRO,
Contract Research Organizations) che organizzano
la sperimentazione e raccolgono i dati in funzione
dell’approvazione da parte dell’FDA. Le CRO
sono spesso più rapide e più economiche delle
scuole di medicina, e questo le rende molto
attraenti per l’industria farmaceutica. Ma le
voci critiche si fanno sempre più forti, perché
le CRO lavorano direttamente per le aziende e come
scrive Bodenheimer, “hanno bisogno dei contratti
per sopravvivere”. Uno studio pubblicato dalla
Northwestern University ha dimostrato che le
sperimentazioni condotte in centri come le CRO
riportano risultati negativi solo nel 5%
dei casi, contro il 38%
in quelle condotte presso altri enti autonomi,
come per esempio le università