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Scontro frontale?

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Donne sull'orlo del settimo cielo

Scontro frontale?

a cura di Luisella Del Bosco, Alessandro G. Littara e Nada Loffredi

Sta per iniziare una lotta senza quartiere tra psicoterapeuti e medici, oppure no? Conversazione con Nada Loffredi, psicoterapeuta e sessuologa

Dottoressa Loffredi, cosa ne pensa del trattamento farmacologico delle disfunzioni sessuali femminili?
Il trattamento delle disfunzioni sessuali femminili, come tutti i trattamenti psicofarmacologici, può diventare un ausilio importante per chi si occupa della parte prettamente "psicologica" della disfunzione, ma solo a patto che venga fatta una diagnosi corretta in precedenza. Ogni farmaco, infatti, ha una sua peculiare indicazione e la sessualità femminile, come quella maschile, è costituita da almeno tre fasi. Considerando il fatto che il farmaco (per esempio il futuro Viagra rosa) non agisce su tutte e tre le fasi, non può essere consigliato in maniera indistinta ma va correttamente valutata la sua indicazione e il farmaco stesso utilizzato, nel caso del nostro esempio, solo per disfunzioni relative alla fase dell'eccitazione. E questo neppure basta... L'eccitazione nella donna, caratterizzata da inturgidimento, vasodilatazione e lubrificazione vaginale è influenzata dall'eventuale presenza di conflitti inconsci, da difficoltà relazionali oppure dalle cosiddette cause immediate delle disfunzioni sessuali, come fenomeni ansiogeni che agiscono nel momento del rapporto: fenomeno dello spectatoring o autoosservazione ossessiva, ansie di far provare piacere al partner, ecc.. L'utilizzo di un farmaco che agisca dunque a livello dell'eccitazione in una donna può, da una parte, ripristinare la fiducia e funzionare da starter per ricominciare ad avere una sessualità più libera dalle ansie, ma favorire anche un processo di pensiero molto riduttivo, secondo il quale la sessualità dell'essere umano è svincolata da tutto il resto. Da non dimenticare, invece, che la sessualità è un fenomeno psicosomatico o somatopsichico in cui le due componenti non vanno considerate antinomiche oppure alternative, ma sempre sempre concomitanti (anche quando il disturbo è esclusivamente a partenza dell'organo!). Per rispondere, dunque, direi che il farmaco utilizzato correttamente può rappresentare una "conquista" anche per il sessuologo di formazione psicologica che si ritrova uno strumento in più per accompagnare la paziente in un percorso che è quasi sempre relativo alla terapia della parola. In sessuologia è fondamentale che si lavori in équpe proprio per questo motivo.

Lei pensa che le donne prenderanno queste medicine? E come potrebbero reagire gli uomini di fronte a una partner sessualmente “dopata”?
Non sono affatto sicura del gradimento delle donne rispetto a questo genere di farmaci, perchè è già difficile l'accettazione da parte degli uomini ad assumere il Viagra (motivano questa difficoltà perchè sentono il sesso meno spontaneo). La scarsa compliance delle donne, più degli uomini, annullerebbe l'effetto del farmaco anche a livello fisico (potenza della psiche!). La reazione degli uomini, d'altro canto, credo sia molto relativa al loro status culturale perchè esiste ancora molta diffidenza nei confronti della libertà e dell'assunzione di responsabilità sessuale, soprattutto nei confronti delle donne.

Stiamo andando verso un mondo di sesso medicalizzato per tutti, o questa è solo una fase della nostra storia?
Il rischio che si corre è di dare troppa importanza alla "medicina" perchè troppo abituati a spingere il bottone e avere tutto risolto, anche la spesa a casa. Le persone rischiano di inseguire la chimera, appunto, che non serve mettere in discussione se stessi per ottenere dei risultati, anche nel caso della conquista di un benessere psichico, fisico e sessuale: tutti mangiamo molto e poi utilizziamo farmaci contro il colesterolo, e la pretesa diventa questa anche nel campo sessuale in cui diventa praticamente impossibile...

Secondo lei è vero che i dati relativi alla prevalenza delle disfunzioni sessuali femminili sarebbero artificialmente gonfiati per convincere le donne di essere malate e quindi spingerle a desiderare di curarsi farmacologicamente?
I dati sulle disfunzioni sessuali femminili non sono poi così allarmanti o gonfiati, così come è avvenuto per gli uomini in cui sembra esserci stato un aumento delle disfunzione erettile molto grave: aumento non reale ma determinato spesso dalla possibilità di far emergere un fenomeno nascosto per "falsi pudori". Consideri che per le donne sarà ancora più difficile far emergere la situazione reale perchè le difficoltà a raccogliere campioni significativi sono molte, e le ricerche non hanno quasi mai un buon esito, ne so qualcosa personalmente. Anche qui l'osservazione del clinico è fondamentale, perchè il questionario somministrato ai fini della ricerca non ci dice molto: ho conosciuto moltissime di donne che si definivano anorgasmiche perchè non provavano l'orgasmo coitale... Quindi, nell'osservare i dati di una ricerca epidemiologica, è necessario avere una buona capacità critica e molte conoscenze di base, perchè in sessuologia di miti ne esistono tanti, e di "normalità" ben poca, anzi, speriamo di arrivare a eliminare proprio questo concetto di normalità.

fuori dal coro: la voce scomoda di Thomas Bodenheimer. “I veri pazienti corrono veri pericoli a causa degli studi manipolati che offrono informazioni false o incomplete, comprese quelle relative ai legami economici che intercorrono tra medici e industrie farmaceutiche. La riforma deve cominciare proprio dalla sperimentazione dei farmaci, dove deve essere attivata una forma credibile e indipendente di controllo da parte di terzi, e solo gli scienziati esterni alle case farmaceutiche dovrebbero avere l’ultima parola riguardo a come vengono strutturate le prove. Tutti i legami di natura economica che qualunque azienda farmaceutica intrattiene a qualsiasi livello devono diventare di dominio pubblico”. Con queste parole il dr. Bodenheimer, ora consulente del Governo degli Stati Uniti, ha condannato pubblicamente in un famoso articolo le manipolazioni che le aziende farmaceutiche fanno con i dati delle sperimentazioni. Gli effetti sono preoccupanti perché i pazienti che si arruolano volontariamente per la sperimentazione sono disinformati, i rischi connessi alla sperimentazione possono venire occultati, e i legami economici tra enti sperimentatori e industrie farmaceutiche sono tenuti segreti. Le ricerche finanziate dalle aziende farmaceutiche tendono a favorire i loro prodotti, come già rivelava nel 1998 il New  England Journal of Medicine: il 98% degli autori pubblicati che scrivevano a favore di un determinato farmaco erano finanziati dall’azienda che lo produceva, e solo il 37% di loro aveva il coraggio di pubblicare studi contrari al prodotto che stava sperimentando. Troppo spesso, denuncia Bodenheimer, “le aziende farmaceutiche possiedono e controllano i dati raccolti durante la sperimentazione, alla quale neppure gli scienziati universitari che conducono la sperimentazione hanno accesso completo. Talvolta le aziende pubblicano i dati favorevoli al loro prodotto e occultano quelli avversi”, e sottrarsi a questo condizionamento è costosissimo. James Kahn ha pubblicato uno studio nel prestigioso Journal of the American Medical Association in cui sosteneva che un vaccino contro l’AIDS non era efficace, ma l’azienda che aveva finanziato la sperimentazione si era rifiutata di consegnargli tutti i dati della ricerca, e poi aveva tentato inutilmente di bloccare la pubblicazione dell’articolo. Quando l’articolo fu pubblicato, l’azienda trascinò Kahn in tribunale chiedendo danni per 10 milioni di dollari sia a lui, sia all’università per la quale lavorava. Inoltre, sempre più spesso le industrie farmaceutiche tendono ad affidare le prove sperimentali dei nuovi farmaci non più alle università, ma a società private (le CRO, Contract Research Organizations) che organizzano la sperimentazione e raccolgono i dati in funzione dell’approvazione da parte dell’FDA. Le CRO sono spesso più rapide e più economiche delle scuole di medicina, e questo le rende molto attraenti per l’industria farmaceutica. Ma le voci critiche si fanno sempre più forti, perché le CRO lavorano direttamente per le aziende e come scrive Bodenheimer, “hanno bisogno dei contratti per sopravvivere”. Uno studio pubblicato dalla Northwestern University ha dimostrato che le sperimentazioni condotte in centri come le CRO riportano risultati negativi solo nel 5% dei casi, contro il 38% in quelle condotte presso altri enti autonomi, come per esempio le università

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