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La misteriosa alchimia del desiderio

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Donne sull'orlo del settimo cielo

La misteriosa alchimia del desiderio

a cura di Luisella Del Bosco, Alessandro G. Littara e Nada Loffredi

Tra tutti i disturbi sessuali, quelli relativi all’assenza o alla diminuzione del desiderio sembrano più spesso legati a cause psicologiche ed emotive come lo stress, la stanchezza e la depressione, soprattutto nelle donne giovani. Ma nonostante la sperimentazione farmacologica sembri fornire ampie indicazioni che i problemi sessuali femminili sono provocati da qualcosa di molto diverso da un semplice disturbo del corpo, l’industria continua a farne una questione meramente fisiologica.

“L’impotenza femminile non esiste
”, tuona dal British Medical Journal Ray Moynihan, giornalista scientifico. In un articolo che ha fatto il giro del mondo Moynihan sostiene che le disfunzioni sessuali femminili sono poco più di un’invenzione dell’industria farmaceutica per spingere le donne a sentirsi sessualmente malate, disturbate o carenti in confronto a “dati normativi” di riferimento, con l’obiettivo di indurrle a curare le presunte inadeguatezze sessuali con un trattamento farmacologico ad hoc. Questo grido di allarme si aggiunge oggi a tante altre voci che da anni cercano di scuotere le coscienze. Secondo Carol Tavris “ora che gli uomini prendono il Viagra, le donne hanno bisogno di una pillola tutta per loro. Così lui ha un pene da ventenne e lei una vagina da adolescente, e insieme vanno in bancarotta”. Fondatrice di un movimento potente e mediatizzato, la psichiatra e psicoterapeuta femminista Leonore Tiefer scrive parole che fanno riflettere: “se stiamo ai dati, il 43% delle donne americane soffre di un disturbo sessuale. Allora o è scoppiata un’epidemia, o abbiamo definito la sessualità femminile “normale” in un modo tale che quasi metà delle donne non la riconosce come propria”. Non dimentichiamo, scrive, che “l’orgasmo è un concetto molto americano. Perché è come un punteggio. È veloce. Sai quando ce l’hai. E volendo puoi segnare un’altra tacca sul muro”.

Lungo la linea di pensiero tracciata da Tiefer si aggiungono altre testimonianze che sottolineano come i cambiamenti del desiderio siano la norma: “l’insoddisfazione e forse il disinteresse presenti in molte donne non sono segno di una malattia”, sostiene la psichiatra Sandra Leiblum, mentre il direttore del Kinsey Institute contesta l’uso del termine disfunzione - che sarebbe fuorviante - e sostiene che l’inibizione del desiderio sessuale in molte situazioni è una risposta funzionale e sana delle donne che affrontano lo stress, la stanchezza o un partner dai comportamenti inadeguati o minacciosi, e l’incriminata percentuale del 43% potrebbe allora indicare la diffusione delle difficoltà sessuali piuttosto che l’incidenza delle vere disfunzioni. Perfino il dr. Laumann sostiene oggi che molte donne che le ricerche hanno fatto rientrare nel 43% “malato” sono in realtà “perfettamente normali” e che molti dei loro problemi “nascono da risposte perfettamente ragionevoli dell’organismo umano alle sfide e allo stress”. Secondo Leonore Tiefer il modello medico è troppo limitato per affrontare i problemi connessi alla sessualità umana perché separa troppo nettamente la mente dal corpo, attua una forma di riduzionismo biologico che sposta l’attenzione dalla persona alla malattia, e si affida all’aderenza alle norme prescritte, concludendo che la ricerca farmacologica corre il rischio di semplificare eccessivamente le difficoltà sessuali di entrambi i sessi perché “promuove la funzione genitale come luogo centrale della sessualità, e trascura tutto il resto”.

al servizio della sessualità maschile, di razza bianca ed eterosessuale. Leonore Tiefer e il suo gruppo stanno cercando una nuova definizione dei problemi sessuali femminili che renda le donne capaci di opporsi al prevedibile lavaggio del cervello che l’industria farmaceutica ha già iniziato e proseguirà mettendo in campo mezzi di persuasione ai quali non sarà facile opporsi. Quasi tutto quello che l’industria chiama “educazione” per Tiefer è invece una diseducazione pericolosa e oppressiva all’esclusivo servizio del profitto, e si basa su una serie di nozioni errate, false o inadeguate. Il primo principio da contestare è rappresentato dall’errata equivalenza tra uomini e donne: poiché i primi ricercatori avevano sottolineato le affinità nelle risposte sessuali fisiologiche maschili e femminili, si è concluso che anche i disturbi sessuali dovevano essere equivalenti. Inoltre, la ricerca farmacologica tenderebbe a eliminare il contesto relazionale della sessualità, scomponendola in singole parti del corpo che “devono” funzionare efficacemente in rapporto a una norma codificata oppure essere curate: intimità, sentimenti, desiderio di far piacere al partner o in altri casi il timore di perderlo o di irritarlo, insomma tutto ciò che fa della sessualità un rapporto e quindi un problema di relazione scomparirebbe di fronte al tentativo di curare le difficoltà genitali e fisiche trascurando il contesto nel quale il sesso ha luogo. Infine, il nuovo corso della farmacologia livella le differenze tra le donne, che non sono tutte uguali e i cui bisogni sessuali, piaceri e difficoltà non possono essere rigidamente incasellati nelle categorie del desiderio, dell’eccitazione, dell’orgasmo e del dolore. Le cause psicologiche, più sfuggenti e difficili da trattare, verrebbero perciò ignorate: come abbiamo visto, le donne che hanno problemi di questa natura vengono escluse dalle prove cliniche, ma “se i comportamenti di marketing che abbiamo osservato nel caso degli uomini sono indicativi, i farmaci verranno aggressivamente pubblicizzati a tutte le donne sessualmente insoddisfatte”. La nuova classificazione proposta da Tiefer definisce i problemi sessuali femminili come “scontentezza o insoddisfazione riguardante qualsiasi aspetto emotivo, fisico o relazionale dell’esperienza sessuale” che può manifestarsi in uno o più ambiti intercorrelati della vita sessuale femminile. Le difficoltà sessuali potrebbero quindi venire messe in relazione a fattori di natura socio-culturale, politica o economica, a problemi che hanno a che vedere con il partner e la relazione, a fattori psicologici e infine a condizioni mediche che influenzano i sistemi del corpo (neurologico, circolatorio, endocrino…)

Domande e dubbi rispetto al sesso sono carichi di ansie e di secoli di vergogna, e come le femministe sanno molto bene, più si insegue la “normalità”, più si inscatolano gli individui in vite minuscole con aspettative altrettanto ristrette. Non deve sorprendere che le femministe guidino un movimento che si sforza di ridefinire la funzione sessuale e di sottrarla all’impero esclusivo della medicina – un gruppo predominante guidato da uomini bianchi ed eterosessuali “che sembrano credere che la biologia equivalga al destino”. Il sesso è un argomento sul quale convergono moltissime tematiche sociali, “dalla riproduzione alla violenza all’oggettificazione e alla perdita di potere nelle relazioni intime. E’ molto più che raggiungere l’erezione o l’orgasmo. E’ troppo ingenuo ridurre la sessualità alla somma delle sue parti analizzabili, scrive Tiefer, perché se la si guarda come un semplice fatto biologico si perde di vista l’immenso impatto della cultura sui nostri desideri. Io non posso fermare l’industria farmaceutica, ma posso contribuire a educare le persone ad affrontare i messaggi pubblicitari in modi che non rovinino la loro gioia di vivere e di amare, posso aiutarle a mantenere aperta la mente e se possibile, a guardare ai loro problemi con un minimo di sense of humor”.

Secondo Leonore Tiefer il sesso può essere estatico o noioso, ma può anche essere una via di mezzo per confortare se stessi e gli altri, per consolarci delle durezze della vita e affermare la nostra capacità di dare piacere e di essere noi stessi desiderabili. Come si può definire così rigidamente che cosa è sano e che cosa è malato nella sessualità femminile, se “la sessualità conosce enormi fluttuazioni? La sessualità è situazionale, come l’amicizia”. Se la gente sapesse molto di più di sesso sotto il profilo fisiologico, psicologico e sociologico, “sarebbe molto più protetta dalla disinformazione e dall’isteria. Dobbiamo sforzarci di capire il piacere senza medicine, tanto più adesso che le multinazionali del farmaco cercano di spremere fino all’ultimo centesimo tutti gli abitanti del pianeta. Io voglio che siamo preparati ad affrontare tutto questo”. Per ottenere un risultato adeguato non resta che introdurre valori umanistici nel dibattito medico, i soli che per Tiefer “onorano l’unicità delle persone”. Se le differenze di genere si attenuano e i vecchi valori che le definivano – la riproduzione per la donna e la carriera per l’uomo – diventano anch’essi sempre più aleatori, “ecco che diventa necessario definirsi attraverso le proprie prestazioni sessuali, soprattutto attraverso il coito. Parlare di questo in un contesto femminista è cruciale. Quello che alimenta il Viagra e tutti i fenomeni equivalenti è l’investimento del maschio in un certo tipo di virilità”. Invece - prosegue Tiefer – io non credo che ci sia un solo modo di fare esperienza sessuale. Si può fare sesso per una varietà di ragioni e in un’infinità di modi: per darsi sollievo, per volersi bene, per festeggiare. E questo è quello che fa la gente comune, solo che oggi sembra diventata improvvisamente incapace di riconoscerlo”. La promozione delle disfunzioni sessuali femminili non farebbe altro, in conclusione, che “dare alle donne nuove ragioni per sentirsi insicure, e rinforzare definizioni categoriche che ignorare la loro complessa sessualità ”.

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