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Soli
per mestiere? Il silenzio e la concentrazione della
solitudine creativa.
La
tendenza a trascorrere una maggiore quantità di
tempo da soli, piuttosto che con gli altri si
evidenzia fin dall’infanzia. Questa propensione si
deve attribuire sia alle differenze individuali,
geneticamente determinate, sia ai fattori ambientali
che influenzano lo sviluppo. Jung, a tale proposito,
distingue i termini ‘introverso’ ed ‘estroverso’.
Nell’atteggiamento estroverso il soggetto
è essenzialmente alla ricerca di oggetti, e, perciò,
in moto verso di essi, mentre l’atteggiamento
introverso vede il soggetto come bisognoso,
innanzi tutto, di stabilire la propria autonomia ed
indipendenza e, quindi, di allontanarsi dagli
oggetti.
Estroversione
e introversione sono fattori caratteriali
all’opera fin dai primi anni di vita. Essi
coesistono in diversa misura in tutti i soggetti. La
persona ideale dovrebbe adottare entrambi gli
atteggiamenti in modo equilibrato, ma, nella
pratica, uno predomina. Eppure, anche i più
introversi hanno bisogno del rapporto con gli altri,
così come i più estroversi hanno la necessità, di
tanto in tanto, di dare un ordine alla propria
esistenza, tramite dei momenti di ritiro in se
stessi. Può sembrare strano, paradossale, a prima
vista, che anche gli estroversi abbiano la necessità
di stare da soli, dal momento che, per definizione,
sono persone socievoli, aperte, fiduciose nel
prossimo.
Il
loro rischio, invece, è di perdere il contatto con
le proprie esigenze soggettive e di lasciarsi
coinvolgere eccessivamente dagli oggetti o di
smarrirsi in essi.
In
ogni soggetto esiste un universo interiore
fantastico e gli ambiti in cui la fantasia e la
creatività entrano in gioco sono, per molti
soggetti, altrettanto importanti quanto le relazioni
interpersonali al fine di attribuire significato
alla propria esistenza.
Nella nostra vita quotidiana, ad esempio,
esistono numerose attività che si possono svolgere
in solitudine. La pesca è una di esse. I pescatori
si isolano l’uno dall’altro, o, nel caso di
vicinanza, è raro vederli parlare tra loro, perché
la pesca è uno sport che richiede il silenzio. Un
altro esempio è dato dal giardinaggio.
Si
tratta di attività ‘creative’ che impegnano il
nostro tempo libero, che ci realizzano e ci fanno
sentire soddisfatti di noi stessi e di ciò che
facciamo.
Altre
persone, invece, danno sfogo alla loro creatività e
immaginazione nelle arti letterarie. Per un bambino
che, nel corso della sua infanzia, ha trascorso
molto tempo da solo, la creazione di un mondo
fantastico può avergli garantito un rifugio
dall’infelicità, può avere compensato una
perdita ed avere posto le fondamenta di sviluppi
creativi, che possono raggiungere il loro apice
durante la vita adulta.
Il
poeta, nell’atto di produrre poesia è ‘solo’.
Tramite l’intuizione, la fantasia,
l’immaginazione, l’ispirazione poetica, egli
trasmette una sua interpretazione della realtà. Nel
corso di questo processo, egli è distaccato dalla
realtà contingente e tale distanza è tanto
maggiore, quanto più alto e originale è il mondo
poetico da lui creato. La solitudine del poeta
nell’atto creativo è necessaria e inevitabile.
In questa fase, egli è solo con il suo mondo
interiore e con tutto ciò che esso contiene. La
capacità del poeta di guardare dentro e fuori di sé
è il frutto di un processo di introspezione,
compiuto tramite un percorso solitario, che termina
con la comunicazione agli altri del risultato della
propria ricerca.
La
solitudine entra nella vita e nell’attività del
poeta secondo forme differenti che
riguardano:
-
la
natura e la funzione del poeta
-
il
linguaggio, cioè la peculiarità
della sua espressione
-
il
suo rapporto con il pensiero filosofico, cioè
il suo retroterra filosofico, scientifico,
metafisico, estetico: in sintesi, la sua
poetica
-
la
separazione, la diversità che
rappresenta il poeta nella società in cui vive
-
la
particolare impronta che alcuni poeti hanno
dato, nella loro opera, al tema della
solitudine.
Il
valore della solitudine per il poeta viene descritto
già nei testi biblici, così come nelle opere
letterarie greco-romane e, successivamente,
medioevali. In esse la solitudine era considerata un
mezzo per lo sviluppo della propria interiorità,
per l’arricchimento personale, per poter dialogare
sia con le parti più profonde di sé, sia con gli
altri, tramite le opere filosofiche, scientifiche e
artistiche che venivano prodotte da questa ricerca.
Per questo motivo, la solitudine veniva ricercata
attivamente.
Anche
noi, pur non essendo poeti, possiamo beneficiare
degli aspetti positivi che il ritiro può
comportare.
Attualmente,
non è facile riuscire a vivere questa condizione,
in quanto siamo continuamente circondati da rumori
più o meno intensi, dai telefoni, al traffico, alla
filodiffusione a cui siamo quasi ormai abituati, al
punto che la loro assenza ci provoca, a volte,
disagio. Nel momento in cui riusciamo a ritirarci in
noi stessi, tuttavia, ci possiamo rendere conto di
come questa condizione sia indispensabile per
entrare in contatto con la parte più profonda di
noi, per ascoltarci e per andare alla ricerca di
quelle verità interiori che normalmente ci sfuggono.
La solitudine, inoltre, ci offre una via di fuga
dalle tensioni quotidiane e, in questo senso, si
offre come strumento di rigenerazione interiore.
La
solitudine, inoltre, rappresenta una risorsa anche
quando ci troviamo di fronte alla necessità di cambiare
il nostro atteggiamento. Nella
nostra società, in cui i rapporti interpersonali
vengono considerati la risposta corretta a tutti i
problemi, è difficile, a volte, acquisire la
consapevolezza che la solitudine possa essere una
terapia altrettanto valida quanto il sostegno
emotivo. Eppure, quando, ad esempio, finisce una
relazione, ci troviamo di fronte alla necessità di
‘elaborare il lutto’ della perdita, cioè di raggiungere
l’intima convinzione che la vita non è
necessariamente legata o, addirittura, costituita
dall’esistenza del legame affettivo con la persona
da cui ci siamo separati, ma che esistono altri
punti di vista. Il significato della vita,
infatti, come afferma lo psichiatra Anthony
Storr, non risiede esclusivamente nei
rapporti affettivi e anche senza di essi
l’esistenza può avere un senso.
Tuttavia,
i mutamenti di atteggiamento richiedono tempo, perché
il nostro modo di guardare alla vita ed a noi stessi
tende a trasformarsi in abitudine. Questicambiamenti
possono essere favoriti non solo dalla solitudine,
ma, in certi casi, anche da un mutamento di
ambiente, in quanto, spesso, è anch’esso
responsabile del perpetrarsi di determinati
atteggiamenti e comportamenti.
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