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La solitudine come scelta di vita: estroversi, introversi e artisti

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La solitudine

La solitudine come scelta di vita: estroversi, introversi e artisti

di Anna Fata

Soli per mestiere? Il silenzio e la concentrazione della solitudine creativa.

La tendenza a trascorrere una maggiore quantità di tempo da soli, piuttosto che con gli altri si evidenzia fin dall’infanzia. Questa propensione si deve attribuire sia alle differenze individuali, geneticamente determinate, sia ai fattori ambientali che influenzano lo sviluppo. Jung, a tale proposito, distingue i termini ‘introverso’ ed ‘estroverso’. Nell’atteggiamento estroverso il soggetto è essenzialmente alla ricerca di oggetti, e, perciò, in moto verso di essi, mentre l’atteggiamento introverso vede il soggetto come bisognoso, innanzi tutto, di stabilire la propria autonomia ed indipendenza e, quindi, di allontanarsi dagli oggetti.

Estroversione e introversione sono fattori caratteriali all’opera fin dai primi anni di vita. Essi coesistono in diversa misura in tutti i soggetti. La persona ideale dovrebbe adottare entrambi gli atteggiamenti in modo equilibrato, ma, nella pratica, uno predomina. Eppure, anche i più introversi hanno bisogno del rapporto con gli altri, così come i più estroversi hanno la necessità, di tanto in tanto, di dare un ordine alla propria esistenza, tramite dei momenti di ritiro in se stessi. Può sembrare strano, paradossale, a prima vista, che anche gli estroversi abbiano la necessità di stare da soli, dal momento che, per definizione, sono persone socievoli, aperte, fiduciose nel prossimo.

Il loro rischio, invece, è di perdere il contatto con le proprie esigenze soggettive e di lasciarsi coinvolgere eccessivamente dagli oggetti o di smarrirsi in essi.

In ogni soggetto esiste un universo interiore fantastico e gli ambiti in cui la fantasia e la creatività entrano in gioco sono, per molti soggetti, altrettanto importanti quanto le relazioni interpersonali al fine di attribuire significato alla propria esistenza.  Nella nostra vita quotidiana, ad esempio, esistono numerose attività che si possono svolgere in solitudine. La pesca è una di esse. I pescatori si isolano l’uno dall’altro, o, nel caso di vicinanza, è raro vederli parlare tra loro, perché la pesca è uno sport che richiede il silenzio. Un altro esempio è dato dal giardinaggio.

Si tratta di attività ‘creative’ che impegnano il nostro tempo libero, che ci realizzano e ci fanno sentire soddisfatti di noi stessi e di ciò che facciamo.

Altre persone, invece, danno sfogo alla loro creatività e immaginazione nelle arti letterarie. Per un bambino che, nel corso della sua infanzia, ha trascorso molto tempo da solo, la creazione di un mondo fantastico può avergli garantito un rifugio dall’infelicità, può avere compensato una perdita ed avere posto le fondamenta di sviluppi creativi, che possono raggiungere il loro apice durante la vita adulta.

Il poeta, nell’atto di produrre poesia è ‘solo’. Tramite l’intuizione, la fantasia, l’immaginazione, l’ispirazione poetica, egli trasmette una sua interpretazione della realtà. Nel corso di questo processo, egli è distaccato dalla realtà contingente e tale distanza è tanto maggiore, quanto più alto e originale è il mondo poetico da lui creato. La solitudine del poeta nell’atto creativo è necessaria e inevitabile. In questa fase, egli è solo con il suo mondo interiore e con tutto ciò che esso contiene. La capacità del poeta di guardare dentro e fuori di sé è il frutto di un processo di introspezione, compiuto tramite un percorso solitario, che termina con la comunicazione agli altri del risultato della propria ricerca.

La solitudine entra nella vita e nell’attività del poeta secondo forme differenti che riguardano:

  •  la natura e la funzione del poeta

  • il linguaggio, cioè la peculiarità della sua espressione

  • il suo rapporto con il pensiero filosofico, cioè il suo retroterra filosofico, scientifico, metafisico, estetico: in sintesi, la sua poetica

  • la separazione, la diversità che rappresenta il poeta nella società in cui vive

  •  la particolare impronta che alcuni poeti hanno dato, nella loro opera, al tema della solitudine.

Il valore della solitudine per il poeta viene descritto già nei testi biblici, così come nelle opere letterarie greco-romane e, successivamente, medioevali. In esse la solitudine era considerata un mezzo per lo sviluppo della propria interiorità, per l’arricchimento personale, per poter dialogare sia con le parti più profonde di sé, sia con gli altri, tramite le opere filosofiche, scientifiche e artistiche che venivano prodotte da questa ricerca. Per questo motivo, la solitudine veniva ricercata attivamente.

Anche noi, pur non essendo poeti, possiamo beneficiare degli aspetti positivi che il ritiro può comportare.

Attualmente, non è facile riuscire a vivere questa condizione, in quanto siamo continuamente circondati da rumori più o meno intensi, dai telefoni, al traffico, alla filodiffusione a cui siamo quasi ormai abituati, al punto che la loro assenza ci provoca, a volte, disagio. Nel momento in cui riusciamo a ritirarci in noi stessi, tuttavia, ci possiamo rendere conto di come questa condizione sia indispensabile per entrare in contatto con la parte più profonda di noi, per ascoltarci e per andare alla ricerca di quelle verità interiori che normalmente ci sfuggono. La solitudine, inoltre, ci offre una via di fuga dalle tensioni quotidiane e, in questo senso, si offre come strumento di rigenerazione interiore.

La solitudine, inoltre, rappresenta una risorsa anche quando ci troviamo di fronte alla necessità di cambiare il nostro atteggiamento. Nella nostra società, in cui i rapporti interpersonali vengono considerati la risposta corretta a tutti i problemi, è difficile, a volte, acquisire la consapevolezza che la solitudine possa essere una terapia altrettanto valida quanto il sostegno emotivo. Eppure, quando, ad esempio, finisce una relazione, ci troviamo di fronte alla necessità di ‘elaborare il lutto’ della perdita, cioè di raggiungere l’intima convinzione che la vita non è necessariamente legata o, addirittura, costituita dall’esistenza del legame affettivo con la persona da cui ci siamo separati, ma che esistono altri punti di vista. Il significato della vita, infatti, come afferma lo psichiatra Anthony Storr, non risiede esclusivamente nei rapporti affettivi e anche senza di essi l’esistenza può avere un senso.

Tuttavia, i mutamenti di atteggiamento richiedono tempo, perché il nostro modo di guardare alla vita ed a noi stessi tende a trasformarsi in abitudine. Questicambiamenti possono essere favoriti non solo dalla solitudine, ma, in certi casi, anche da un mutamento di ambiente, in quanto, spesso, è anch’esso responsabile del perpetrarsi di determinati atteggiamenti e comportamenti.

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