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Chi sono io?

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"Sono gay": se e come dirlo a...

Chi sono io?

di Anna Fata

E’ un interrogativo comune a tutti i ragazzi, e che negli omosessuali può declinarsi come: “chi sono io con questa cosa così strana?” Questa domanda parte dal presupposto che ci sia “qualcosa che non va”, qualcosa che ci distingue dagli ‘altri’, e perciò ci si chiede che cosa sia l’omosessualità, se durerà per sempre, se ha una causa organica.

Le risposte sono le più diverse: si può convincersi che dentro di sé ci sia qualcosa di ‘sbagliato’ o di cattivo, oppure che si tratti di qualcosa di passeggero, di un’esperienza che ci si sente di fare in quel momento della propria vita - e questo non esclude risposte che portano ad apprezzare se stessi e i sentimenti che si provano. A qualunque età si diventi consapevoli della propria omosessualità, questa consapevolezza andrà di pari passo con l’autostima, cioè con il giudizio di sé e delle proprie emozioni. La risposta alla domanda iniziale, “chi sono io?” consiste nel fatto che si è ciò che si vorrà e si riuscirà a essere, e questo anche in funzione del rapporto con le altre persone, dei vincoli, dei limiti e dei pregiudizi che la società impone, così come delle risorse che offre.

Come devo essere?
I modelli familiari e sociali possono indurre a una profonda svalorizzazione di chi non vi si adegua: chi rifiuta di conformarsi viene considerato diverso, e come tale da condannare. La sfida per un ragazzo omosessuale consiste nell’essere in grado di rispettare se stesso e i propri sentimenti prendendo atto delle idee altrui ma senza lasciarsi condizionare, e restando consapevole della purezza e della straordinarietà di quello che sta provando. Tutti gli adolescenti – omosessuali ed eterosessuali - devono fare i conti con gli altri, i familiari per primi, che si aspettano da loro una determinata direzione di sviluppo: quale genitore non vorrebbe vedere il proprio figlio realizzato a livello professionale, con una sua famiglia, e così via? Per tutti i ragazzi la sfida consiste nell’individuare e seguire una propria direzione di vita, indipendentemente dalle aspettative altrui.

Che cosa significa per me essere omosessuale?
La percezione di diversità, di qualunque diversità si tratti, provoca un senso di sofferenza. In questo caso la sfida consiste nel saper valorizzare proprio quella che la maggior parte delle persone avverte come differenza, cioè nel mettere a frutto la capacità di guardare le cose con occhi che non sono quelli del senso comune. Questo significa allontanarsi dalle opinioni comunemente accettate per trovare un proprio punto di vista e avere il coraggio di imporlo e difenderlo. Quasi sempre questo percorso diventa più facile se si spezza la solitudine in cui ci si è confinati: per questo i gruppi di omosessuali, le associazioni, ecc., costituiscono delle risorse valide proprio in virtù del loro ruolo fondamentale come punto di riferimento e di aggregazione.

Gaya adolescenza
di Giovanni Sabelli Fioretti

Partiamo da un dato di fatto: l’adolescenza è una grande palla. “M’ama o non m’ama?”, “mamma, papà, non avete capito niente di me!”. Queste frasi e tormenti sono all’ordine del giorno dai 14 anni più o meno fino ai venti, all’incirca. Ma non tutti sanno che anche gli adolescenti omosessuali sono soggetti a simili torture.

Certo, è possibile che l’eterna domanda strappa-petali non troverà risposta, perché non siamo sufficientemente coraggiosi da andare di fronte al nostro amato o amata e recitare una dichiarazione d’amore, ed è anche probabile che cercheremo disperatamente di nascondere ai nostri genitori ancora per qualche anno, o magari per sempre, la vera natura del nostro “essere così strani in questo periodo”. Ma sta tutto lì, di fronte ai nostri (e ai loro) occhi: mamma e papà probabilmente avranno capito tutto, forse addirittura prima di noi; il nostro compagno di banco o di squadra, anche lui (o lei). Il difficile è parlarne, e purtroppo è proprio questa difficoltà, aggravata da una certa instabilità emotiva tipica di questo periodo e dalla paura di essere rifiutati, a rendere così diversa l’adolescenza di una persona omosessuale.

Fuochino, fuochino, fuoco!
Fonti ormai indiscusse rivelano che almeno il 10% della popolazione è omosessuale e che la bisessualità è anch’essa pratica diffusa: si parla addirittura del 20%. Se cioè in classe siete in 20, allora è probabile che ci siano due compagni gay, o due compagne lesbiche, o un ragazzo gay e una lesbica, e forse 4 compagni/e bisex. Una minoranza da tenere in considerazione, no? Se la solitudine in cui vive un ragazzo gay o una ragazza lesbica è supportata da un’incredibile difficoltà a parlarne in classe e in famiglia, questa difficoltà non è d’altro canto assolutamente supportata da un’effettiva assenza di gay e lesbiche all’interno delle scuole. Continuando, se nella vostra scuola ci sono 1000 studenti, è probabile, ma non certo, che 100 di questi abbiano tendenze omoerotiche, e che a 200 almeno piaccia, o piacerebbe, fare sesso sia con donne che con uomini. Ciò che invece non è presente nelle scuole è l’idea che queste persone esistano davvero e che possano stare a stretto contatto con “i nostri poveri figlioli”…

La ricchezza della diversità
Fortunatamente però i tempi sono cambiati: partendo dalla tv, per arrivare al cinema, alla stampa e a tutti i mezzi di comunicazione a noi accessibili, assistiamo a un ingresso massiccio del tema “diversità sessuale” all’interno dell’opinione pubblica, e non più solo con toni denigratori o moralistici, ma attraverso uno sguardo più obiettivo sulla non più infelice condizione di gay, lesbiche, bisessuali e transgender. L’essere omosessuale non è brutto “in sé”, ma solo se lo vivi da solo, se ti senti isolato perché omosessuale, insomma, per tutti quei motivi che ti possono portare all’emarginazione. Il bello di essere omosessuale oggi è proprio che finalmente se ne parla, e che attraverso tutte queste chiacchiere tante ragazze e ragazzi hanno la possibilità di non sentirsi più gli unici portatori di una strana malattia che ci fa vedere tutto diverso, e soprattutto, per colpa della quale tutti ci vedono diversi. Il bello di essere omosessuale non deriva però solo da come i mutamenti sociali hanno portato a profondi mutamenti nel modo in cui viene vista l’omosessualità, ma anche, e soprattutto, da come noi, ragazze e ragazzi omosessuali, bisex o transgender siamo in grado di vedere noi stessi. 

Essere portatore di una diversità sessuale è bello NELLA MISURA IN CUI ti può portare a una riflessione su te stesso, a una vera e propria conquista di te stesso e della tua sfera di relazioni, è bello SE ti spinge a guardare il mondo da un punto di vista "eccentrico”, diverso da quello di tutti gli altri, uno sguardo che sia soltanto tuo. Questo risultato è possibile anche per un eterosessuale, come hanno dimostrato tantissime donne (femministe ed eterosessuali), portatrici della differenza sessuale per antonomasia, quella tra uomo e donna. E tuttavia un adolescente omosessuale è spinto più degli altri a questo tipo di riflessioni. Il succo è: è bello essere se stessi, se sai chi sei. Ma arrivare a pensarlo è già una grandissima conquista, che può essere raggiunta attraverso una profonda presa di coscienza di ciò che si è, di ciò che si può essere e di come entrare in relazione con gli altri, creando nuovi tipi di rapporti  e mettendo in gioco, alla fine, tutti se stessi. Certo, è più difficile, ma fidatevi, il risultato dà i suoi frutti.

Lo sguardo degli altri
La rappresentazione degli omosessuali e dei bisessuali nei media e l’assenza di spazi scolastici di discussione e di informazione sulla sessualità possono dare a un giovane omosessuale la sensazione di essere solo al mondo, impressione di isolamento che può solo venire rinforzata quando l’ambiente mostra segni di ostilità riguardo a tutte le relazioni tra persone dello stesso sesso. In certi ambienti marginali – in provincia, in periferia… - l’omofobia quotidiana è una pressione sociale lancinante che spinge a nascondere qualsiasi espressione di attrazione o di desiderio a carattere omosessuale; anche se spesso è invisibile, non bisogna dimenticare che l’omosessualità è presente in tutti gli ambienti, in tutte le regioni, in tutte le classi di età. A scuola probabilmente un altro ragazzo o un’altra ragazza condividono forse le tue stesse angosce, i tuoi stessi dubbi e le tue domande. Ci passi accanto tutti i giorni, e non te ne sei mai accorto…

Parlare o tacere?
Non sempre è facile fare i conti con la propria omosessualità, soprattutto in un ambiente avverso. L’eterosessualità è l’orientamento dominante, e tutti i ragazzi e le ragazze vengono considerati a priori eterosessuali. Per questo domande banali o innocenti come “hai il ragazzo?” o “allora, quando la trovi questa fidanzata?” possono rivelarsi pesantissime quando si sa di essere omosessuali. Tacere, nascondersi o mentire possono allora sembrare le uniche alternative per proteggersi dalle reazioni negative – reali o immaginarie – dell’ambiente. Eppure al di là della menzogna o del silenzio, molti giovani omosessuali si pongono il problema del coming-out, cioè di raccontare a qualcuno le proprie preferenze affettive e sessuali. E questa tentazione diventa tanto più forte quando si è innamorati, e si vorrebbe vivere questo amore alla luce del sole o parlarne al mondo intero.

Genitori: non è necessario “dirlo a qualunque costo”
“Ci sono momenti adatti, e ragioni per dirlo: se ci si sente davvero troppo male nella propria pelle allora forse è meglio parlarne, ma in tutti gli altri casi”, consiglia la psicoanalista Lebourgeois, “è meglio tacere. Questa rivelazione può avere l’effetto di una bomba”. Una terapeuta di un centro di assistenza telefonica all’adolescenza, racconta: “nei genitori all’inizio c’è spesso una grande parte di stupore, l’impressione che si sia la sola famiglia a cui questo può accadere, insomma, una parte di sé è sottosopra. Chiaramente, i genitori devono fare uno sforzo, e i figli cercare di essere pazienti.”

Mostrarsi agli altri
di Anna Fata

Una delle maggiori difficoltà dei giovani omosessuali consiste nella rappresentazione di sé di fronte agli altri. I rischi non sono pochi, e si va dall’adesione a modelli stereotipati alla tendenza a estremizzare certe caratteristiche: così si vedono da una parte le lesbiche mascoline o quelle che non vogliono avere nulla da spartire con i ragazzi, e dall’altra si incontra il gay con caratteristiche femminili portate all’estremo oppure con quelle maschili notevolmente accentuate. Perché? Perché l’eccesso trasmette sicurezza, l’esibizione fornisce la falsa convinzione di rafforzare un senso di identità vacillante. Portare all’eccesso alcune caratteristiche è come sancire l’appartenenza a una comunità piuttosto che a un’altra, e questa appartenenza si esibisce con orgoglio. In questo modo si tende a fare coincidere la propria identità con quello che si mostra agli altri, si tratta insomma di adeguarsi ai ruoli e alle immagini socialmente offerti, finendo per nascondere la propria essenza. Solo con il tempo i gay e le lesbiche riescono a trovare una modalità personale per esprimersi senza farsi traviare dalla aspettative degli altri, e senza cercare di far parte a tutti i costi di una categoria strettamente definita, della quale magari ergersi a portavoce.

Cos'è l'omofobia?
Secondo il sociologo canadese Daniel Welzer-Lang, le manifestazioni di esclusione e di rifiuto degli omosessuali nascono dall’ignoranza e dalla paura. Welzer-Lang ritiene che l’omofobia consista nel denigrare le qualità femminili negli uomini, e quelle maschili nelle donne, come risultato della paura di quell’uomo o di quella donna che sonnecchiano in tutti noi, insomma di quell’omosessuale o di quella lesbica interiori che magari potrebbero risvegliarsi all’improvviso. “L’omofobia – scrive – è la discriminazione verso le persone che mostrano, o alle quali attribuiamo, alcune qualità o difetti dell’altro sesso. L’omofobia al maschile è la stigmatizzazione dei rapporti sensibili – sessuali o meno – tra uomini, e specialmente quando questi uomini sono designati come omosessuali, o si dichiarano tali. L’omofobia al maschile è anche la stigmatizzazione o la negazione dei rapporti tra donne che non rispondono alla definizione tradizionale della femminilità.”

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Pagina aggiornata al 05/10/2005

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