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Coming out: la famiglia

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"Sono gay": se e come dirlo a...

Coming out: la famiglia

di Anna Fata

La situazione della famiglia italiana è sensibilmente cambiata in questi ultimi decenni, e se possono essere ancora presenti sentimenti di ostilità, di rabbia, sgomento, incredulità o sconforto di fronte alla comunicazione dell’omosessualità di un figlio, rispetto a qualche tempo fa i genitori mostrano in genere maggiore apertura, si interrogano, cercano di capire e di accettarne la scelta di vita.

I ragazzi temono proprio queste reazioni negative dei genitori, che a loro volta si colpevolizzano per paura di aver sbagliato in qualche modo nei confronti dei figli, e considerano che il loro orientamento sessuale può provocare sofferenza, li può etichettare e stigmatizzare agli occhi degli altri. Se affrontare la reazione dei genitori è una difficoltà in più che si somma a quelle personali già affrontate o da affrontare, non si può negare che dopo un periodo di possibile sconforto iniziale i genitori possono diventare dei validi alleati.

Comunicare è estremamente difficile, perché si teme di dire qualcosa di cui non si è ancora pienamente convinti, o di fare un passo senza ritorno oltre il quale non si sa come comportarsi. Tutto sta a superare il momento iniziale: se si riesce a trovare il giusto approccio i genitori possono diventare un sostegno importantissimo nel processo di affermazione di sé e delle proprie scelte. Questo contribuisce a rafforzare l’autostima e a rapportarsi meglio a tutti gli altri individui con cui si verrà a contatto. In questo processo l’aiuto sarà reciproco: i ragazzi dovranno essere in grado di far capire ai genitori che l’omosessualità non si limita al solo aspetto della sessualità ma ne è una parte, un modo differente - rispetto a quello che loro conoscono - di avere relazioni e di volersi bene, e dovranno rassicurarli sul fatto che rimangono gli stessi figli di sempre, che nulla è cambiato e che l’affetto che nutrono per loro è intatto.

Coming out
Non esistono vere e proprie istruzioni per un outing riuscito e per questo è bene prendersi il tempo di valutare l’ambiente, evitando la precipitazione. L’annuncio fatto alla fine di un pasto in famiglia non è per forza il metodo migliore. Sarebbe meglio trovare tra i propri amici o parenti una persona di fiducia alla quale confidarsi all’inizio: oltre a essere una “prova generale”, questa esperienza permetterà di avere un alleato al momento dell’annuncio in casa. Ma attenzione: non è facile indovinare come reagiranno gli altri - anche se spesso hanno parole dure contro gli omosessuali, è possibile che reagiscano in modo completamente diverso di fronte all’omosessualità di una persona che amano, mostrando affetto e comprensione. Così come è possibile che chi è tollerante con gli amici omosessuali non sia capace di accettare l’omosessualità del proprio figlio, e talvolta le reazioni di rifiuto possono essere violente. Non bisogna dimenticare che se l’accettazione della propria omosessualità è un cammino difficile da percorrere, per i genitori questa può essere una prova dolorosissima, quasi intollerabile: anche loro dovranno fare il loro cammino verso l’accettazione, probabilmente passando attraverso fasi di auto-colpevolizzazione o di negazione. Anche loro hanno bisogno di tempo…

“Dove abbiamo sbagliato?”
Sono moltissimi i genitori che si colpevolizzano: “ma dove abbiamo sbagliato per avere un figlio così?”. Ovviamente nessuno è colpevole, né l’adolescente che non ha scelto di essere omosessuale, né i genitori che dovrebbero cercare di affrontare la situazione e allo stesso tempo rimettersi in discussione. Bisogna uscire dalla spirale delle domande inutili sull’origine della sessualità, dato che non c’è alcuna risposta attendibile. La rivelazione dell’omosessualità di un figlio obbliga i genitori a compiere un grandissimo lavoro su se stessi, che parte proprio dall’accettare di non aver alcun controllo sulla sua sessualità

“Cosa penseranno gli altri?”
L’omosessualità patisce ancora le immagini riduttive e caricaturali con cui la nostra società la dipinge. Per esempio moltissimi genitori associano immediatamente omosessualità e AIDS: è un falso problema, perché l’AIDS riguarda tutti. Queste visioni deformate dell’omosessualità nascono dai pregiudizi che i genitori sanno di dover affrontare, per questo far accettare agli altri l’omosessualità del proprio figlio è un passaggio delicatissimo… Eppure, solo lo sguardo benevolo dei genitori, uno sguardo d’amore, di comprensione e di accettazione darà ai ragazzi la forza di sostenere gli sguardi troppo spesso ironici che non mancheranno di incrociare. E saranno tanto più preparati ad affrontarli quanto più i genitori avranno mostrato con i fatti di ritenerli degni di rispetto e di amore, e meritevoli
di felicità. Solo così, in fondo a un percorso non facile, diventerà possibile far accettare anche agli altri la propria situazione

I genitori e l'omosessualità dei figli
Come reagiscono certi genitori quando scoprono di avere un figlio omosessuale? Tra reazioni estreme e accettazioni amorevoli, la testimonianza sconvolgente di Paola Dell’Orto.

“Il problema del dirlo ai genitori è recente, perché in passato non se ne parlava, la parola omosessualità non esisteva, gli omosessuali erano depravati, o gente che pensava solo al sesso, pedofili, e così via. Purtroppo questa concezione non è sparita dalla mente della gente, i media non fanno nulla di buono per cambiare questa mentalità, e anche per questo il genitore che si ritrova un figlio così ci sta male, perché è convinto di avere un figlio pervertito o malato. Le reazioni sono molteplici, e comunque raggiungere i padri e le madri è molto difficile: all’Agedo li raggiungiamo sempre attraverso i figli, perché i figli, soprattutto quando si innamorano, vorrebbero rendere partecipe la famiglia della loro gioia. Il problema di base dei genitori è di riuscire a rivedere nel proprio figlio quello che è sempre stato: improvvisamente, di fronte all’omosessualità, l’idea del figlio con cui parlavano tutti i giorni scompare per lasciar posto a una nuova immagine depravata, negativa. Ci sono genitori che non riescono mai a venirne fuori, mentre altri ragionando, vedendo il figlio, con l’amore, riescono a superarlo. E tutti i genitori pensano: “avrà una vita infelice, sarà preso in giro, sarà schernito”. Ci sono quelli che addirittura vogliono cambiare casa per vergogna dei vicini, perché se sanno che il figlio è così, loro saranno bollati per tutta la vita”.  

Genitori mostruosi
“Esistono anche genitori particolarmente egoisti che incolpano il figlio di farli soffrire. E lì non riesci a tirargli fuori nulla, perché non sono in grado di mettersi dalla parte del figlio che sta male, anche se adesso questi casi sono più rari, almeno in città. Nelle campagne, nelle zone un po’ più isolate, la situazione è sempre la stessa: non c’è Nord e non c’è Sud. Il Nord si sta ‘svegliando’ un po’ di più, ma la discriminazione continua. Si parla di omosessualità, ma solo per fare audience in televisione.”

“Non lo so, quindi non c’è”
“Uno dei meccanismi classici è quello della negazione. Per non soffrire, non accetti che tuo figlio sia omosessuale, quindi dell’omosessualità non si parla, non si vuole sapere. A molti ragazzi fa comodo perché così possono avere una certa libertà, ma per altri questo comportamento è intollerabile, perché non vengono riconosciuti per quello che sono. La loro identità viene negata. Il problema di base è quello dell’autostima, che nel ragazzo omosessuale in linea di massima è scarsa o assente. La maggior parte di loro è così: abbassano fortemente la loro autostima, oppure non l’acquisiscono mai proprio perché si sentono come hanno detto loro di essere le altre persone e la società. I genitori dovrebbero innalzare questa autostima, invece in genere la distruggono. Ci sono genitori che addirittura cacciano i figli da casa”.

Paure e pregiudizi
Il nostro lavoro è quello di aiutare i genitori ad accettare i propri figli, anche se nessuno deve essere accettato da nessuno. A volte scattano meccanismi molto duri, per esempio uno dei problemi grossi è quello della impossibilità di avere dei nipotini. Un altro problema importante è come fanno l’amore i figli: i genitori diventano voyeuristi, impiccioni. Eppure in questo panorama così desolante, in cui neppure le istituzioni che dovrebbero occuparsi di questo problema fanno qualcosa, proprio da dove meno te l’aspetteresti arriva un raggio di luce. Ci sono due sacerdoti che vedono l’omosessualità semplicemente come una relazione, e non importa se il rapporto sia tra maschi o tra femmine, quello che conta è che ci sia un rapporto d’amore, perché dove c’è amore c’è Dio. Ma a volte neanche questo basta, e una madre farà riferimento ai versi della Bibbia. Queste cose sono talmente inculcate che certi genitori, anche se vanno a parlare con questi due sacerdoti, concluderanno che sono i sacerdoti ad avere torto. A volte bisogna arrendersi, a volte i pregiudizi sono incivincibili, e il condizionamento religioso, sociale e culturale è una strada senza ritorno. Per non parlare di quello medico, di quei genitori che mandano i figli dallo psicologo o dallo psichiatra, sperando che li faranno ritornare “normali”. Questa è una cosa gravissima sulla quale vorremmo fare un convegno, perché è ora di finirla con gli psichiatri che riempiono i ragazzi di pastiglie e che dicono ai genitori che l’omosessualità è una malattia”.

La grande domanda: perché?
“Una cosa che adesso va per la maggiore è il genetico. Ci sono genitori che non l’accettano, altri invece sì; ci sono genitori che dicono che gli interessa capire il perché, mentre altri sostengono che non ci sono studi che spieghino come e perché si diventi omosessuali. Altre ricerche sostengono che se il padre è in un certo modo, cioè non c’è; e se la madre è in un altro, allora … ma in Italia il padre è meno presente della madre, e questa è la norma, ma allora dovrebbero essere tutti omosessuali. Ci sono anche famiglie con più di un figlio omosessuale, ma sono dei casi limite. Oppure ci sono casi in cui la famiglia non sa di avere un figlio omosessuale, così continua per tutta la vita a denigrare la categoria e a non educare gli altri figli al rispetto. Ora le persone hanno una maggiore autonomia e autostima, al punto che si sentono di potersi permettere una relazione con una persona del proprio sesso senza doversi sposare come facciata con una del sesso opposto: di famiglie così ce ne sono tante, e anche piene di figli. Così la gente può dire che non è possibile si tratti di omosessuali. E del resto, rimane il problema della procreazione: si credeva, infatti, che l’omosessuale non sapesse procreare…”

Crisi adolescenziale
di Anna Fata

Spesso genitori, insegnanti e addetti ai lavori suggeriscono che l’omosessualità giovanile possa essere considerata una fase di passaggio, un momento transitorio legato alla fase di vita, e fanno appello a una sorta di non meglio definita confusione relativa alla propria identità che si risolverà da sé nel corso degli anni: sembrano non rendersi conto che il più delle volte le loro affermazioni sono dettate dalla paura. D’altra parte, è possibile cambiare prospettiva e considerare l’esperienza omosessuale durante l’adolescenza come un’occasione per capire chi si è veramente.

Non accettare passivamente queste esperienze come qualcosa di cui si sarebbe fatto volentieri a meno, ma attribuire loro un senso e decidere come viverle permette di scoprire e coltivare nuove parti di sé che contribuiranno all’arricchimento e alla crescita interiore.

Due o tre cose che so...
di Barbara Alberti

Mi fanno ridere quelle madri che dicono “mio figlio è omosessuale, e io ho paura che soffra”. Perché, se fosse eterosessuale non soffrirebbe?

Beato chi è diverso
essendo egli diverso
ma guai a chi è diverso
essendo egli comune

Sandro Penna

Madri
Mi fanno ridere quelle madri che dicono “mio figlio è omosessuale, e io ho paura che soffra”. Perché, se fosse eterosessuale non soffrirebbe? Niente e nessuno ci garantisce, e l’invenzione della normalità meno di tutto. (Diversi? Ma dove sono gli uguali? Voi ne avete mai conosciuto uno?)

Domande
Non sopporto quella domanda.  

Ma tu sei omosessuale?  

E che è, una malattia? Intanto la parola, un po’ medicale e un po’ oscena, con tutte quelle esse che scoppiano come per dare l’allarme – e perché ti devo rendere conto? Ma che mi vuoi schedare? Io ti chiedo forse che fai con tua moglie? Sono sempre i normali che si sentono in diritto di impicciarsi. C’è un lato eroico e necessario nell’acting-out, nel dichiararsi, visto che esiste ancora una persecuzione – ma la vera libertà sarebbe non dover rendere conto in alcun modo dei propri costumi sessuali. La vera civiltà sarebbe non farsi schedare – non credete a questa cultura permissiva, è una cultura del linciaggio.

Poi c’è chi lo grida, chi si esibisce – è la sua poetica – assumere il martirio scavalcandolo, con la conquista di una libertà plateale. Ma chi non si manifesta non è un vile, afferma il proprio dirittto a non fare entrare nessuno nella sua camera da letto, se così gli garba – si permette il lusso del segreto.

Quella domanda mi fa imbestialire anche perché mi ferma, mi imprigiona – e se fra un’ora mi innamoro di  un angelo, specie sessuale difficilmente definibile, cosa sono? angelicale? Io mi innamoro sempre degli occhi, il sesso viene dopo. Eros con le sue ali bianche vola dove gli pare, ed è molto più vasto delle nostre definizioni. Dice il diavolo (non il bel Lucifero ornato di fiamme, magari – ma il diavolo gretto della modernità, contabile di conti che non tornano): andate e classificate, ovvero, raggelate.

Donne e froci
Mi ha detto un amico:

disprezzo il linguaggio della tolleranza: colf, anziano, portatore di handicap… meglio serva, zoppo, vecchio. E quanto a me, non voglio essere definito gay! (solo per i cretini è sempre carnevale). Preferisco lo spregiativo e vigoroso FROCIO. Ho molte amiche donne, ma è un guaio, dopo un po’ si innamorano tutte di me. Sapessi che disturbo. Tanto non c’è battaglia: è facile che un etero si scopra omo, ma non è mai successo il contrario.

Hai ragione, amico di cui non faccio il nome. Oggi ci innamoriamo quasi solo di voi. Appena vedi uno che ti piace, sta’ tranquilla: a lui piacciono i maschi.

Cosa ci attira? Che ci tradite a priori. Che non vi mischiate con noi. Fra noi ci possono essere amicizia, amore, dolori, lacrime – ma non ci sarà mai un bucato, un bambino che frigna, il rinfaccio di una promessa rotta. Solo l’incompiuto, che dell’amore è la parte buona, almeno per noi donne che non abbiamo scettro, né spada, né clava. L’una con l’altra ci sussurriamo in segreto la verità scandalosa:

gli ultimi veri maschi sono i froci  

Però non ti lagnare troppo, amico: un’innamorata femmina, se discreta e non molesta, ammettilo, è una tregua. Permette una comoda civetteria senza conseguenze, spesso è un’infaticabile ascoltatrice di affanni d’amore, e all’occorrenza una schiava naturale, come sono in segreto al 90 per cento tutte le donne.

E a volte, senza bisogno di dichiararlo, tu corrispondi al suo amore da monaca, fatto di sacrifici occulti. Eros si nasconde dove vuole, e ride delle definizioni, e di noi povere creature che crediamo di essere diversi o normali, e solo quando ce ne dimentichiamo siamo davvero vivi – per pochi magnifici istanti nel corso delle nostre dormienti vite.

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Pagina aggiornata al 05/10/2005

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