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La tartaruga di Zenone

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La tartaruga di Zenone

L'interrogazione socratica

Cosa pensavano, ma soprattutto, come pensavano i grandi filosofi? Dai pozzi di Talete alle bambole di Popper, un viaggio divertente e istruttivo nei più utili strumenti del pensiero dei Grandi di tutti i tempi.

L’interrogazione socratica
Far apparire la verità attraverso le domande

Nei paesi anglosassoni, si usa far seguire agli aspiranti politici dei corsi specializzati nei quali si impara, tra le altre cose, a non rispondere mai a una domanda diretta. Uno degli esercizi del livello avanzato dei corsi consiste in un faccia-a-faccia nel quale si chiede al candidato “che ore sono?”; chi resiste per 15 minuti senza rispondere è promosso al livello successivo. Nell’antichità, illusionisti di questo tipo hanno praticato la propria arte senza problemi fino all’arrivo di Socrate, che scoprì, o riscoprì, un concetto elementare: la verità. Socrate somministrava questo veleno per mezzo di uno strumento che chiamiamo oggi “interrogazione socratica”: una scarica di domande senza sosta, destinate ad affondare la posizione dell’interlocutore utilizzando precisamente le sue parole e i suoi stessi presupposti.  

Secondo Socrate, la verità è presente nel mondo e negli uomini, e per raggiungerla basta ricorrere a un’interrogazione ragionata. Perciò, invece di proporsi come modello di saggezza, Socrate si paragonava a una levatrice che fa nascere la verità. Secondo il suo metodo, le prime basi di un’argomentazione vengono costruite, passo dopo passo, riflettendo lungamente su ogni dettaglio. Il filosofo procede per piccole osservazioni dall’aspetto innocente, che l’interlocutore accoglie con benevolenza. Domanda dopo domanda, Socrate arriva a trovare un presupposto dell’interlocutore che è allo stesso tempo vero, e in contraddizione con quanto sostenuto all’inizio. Alla fine, si può trovare un accordo su una definizione accettabile per entrambi. Ciò che interessava Socrate non era ciò che gli uomini potevano pensare, ma cosa pensavano effettivamente. L’obiettivo della filosofia è di migliorare l’anima degli uomini, e non solo di affinare un metodo di pensiero. Più concretamente, Socrate voleva impedire ai suoi interlocutori di recitare le risposte preconfezionate che hanno imparato parola per parola dai cosiddetti “esperti”. “Un libro non risponde alle domande”, diceva. Socrate voleva che gli uomini pensassero “con la loro testa”. Tutti ci interroghiamo prima o poi sui nostri obiettivi, le nostre motivazioni e le nostre credenze. Il genere di interrogazione praticato da Socrate riguarda le verità più generali, in un orizzonte di interrogazione che non ha limiti. Nella vita di tutti i giorni, rimettere in questione le basi della nostra concezione del mondo non ci aiuta molto a trovare spunti pratici. Arrivare alla rappresentazione di ciò che siamo e alla direzione che dovremmo seguire è un processo lungo e incessante, e tutti i cambiamenti della nostra vita si basano su ciò che abbiamo vissuto prima. Per esempio, se chiediamo consiglio a un amico su come dovremmo presentarci a un colloquio di lavoro, ci aspettiamo che ci suggerisca di comprare un abito nuovo o di andare dal parrucchiere, ma non vogliamo che ci dica di cambiare tutto il nostro guardaroba o di cercare un lavoro diverso. D’altro canto, il ragionamento che sottende il metodo socratico è che una visione del mondo veramente giusta non può conservare il sé le contraddizioni che l’interrogazione socratica ha portato in superficie. Se troviamo un punto di vista perfettamente coerente, allora, e solo allora, avremo trovato la verità.

Socrate nasce ad Atene nel 469 a.C., e di sicuro aveva la costituzione adeguata a condurre le più ardue sfide mentali. Era capace di meditare per giorni a piedi nudi nella neve, o di sprofondarsi nei suoi pensieri per ore, sulla soglia di casa di un amico. Molto robusto, nella giovinezza si distinse per le sue prodezze militari, e vantava una straordinaria resistenza all’alcool. Morì a 70 anni lasciando due figli piccoli. Di Socrate era leggendaria anche la bruttezza. Si racconta che un giorno un viaggiatore lo descrisse come un mostro capace di ogni crimine, ma secondo il giovane e vigoroso Alcibiade, Socrate era come una statua di Silene, orribile all’esterno ma capace di aprirsi per lasciar vedere le bellezze nascoste all’interno. Contrariamente ai sofisti, Socrate non si faceva pagare, e si dichiarava inadatto all’insegnamento. Egli manifestava in maniera molto candida la sua posizione: sapeva di non sapere nulla. Per questa bizzarra confessione, l’Oracolo di Delfi lo designò come l’uomo più saggio di tutta la Grecia. Tuttavia, l’aspirazione degli Ateniesi a migliorarsi si esaurì, e la ricerca della verità fu considerata pericolosa per il tessuto sociale della città. Socrate fu accusato di corrompere la gioventù, e nel 399 a.C. fu condannato a morte tramite avvelenamento. Quando la cicuta iniziò a fare effetto, i suoi amici si raccolsero intorno a lui per coglierne le ultime parole di saggezza: “dobbiamo un gallo a Esculapio, disse Socrate, non dimenticate di pagare il nostro debito”.

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