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Cosa
pensavano, ma soprattutto, come
pensavano i grandi filosofi? Dai pozzi di Talete
alle bambole di Popper, un viaggio divertente e
istruttivo nei più utili strumenti del pensiero dei
Grandi di tutti i tempi.
I
fini di Aristotele
Lo scopo della
vita
Secondo Bertrand Russell, “dall’inizio del XVII secolo,
quasi tutti i grandi progressi intellettuali hanno
necessariamente avuto come punto di partenza un
attacco contro una dottrina aristotelica”. Per
quasi duemila anni dopo la morte di Aristotele, i
filosofi hanno per così dire smesso di esaminare i
fatti: la maggior parte della ricerca sarebbe stata
orientata piuttosto a esaminare Aristotele stesso.
Il filosofo elisabettiano Sir Francis Bacon
(1561-1626) racconta la storia di un gruppo di
monaci del Medio Evo che si interrogavano sul numero
di denti presenti nella mascella di un cavallo.
Poiché non riuscivano a trovare la risposta negli
scritti di Aristotele, il più giovane e ingenuo di
loro suggerì di raggiungere la stalla, e di
contarli. Fu immediatamente escluso dal gruppo…
Aristotele non possedeva un metodo unico da
applicare a tutta la sua filosofia, ma al contrario
riteneva che ogni campo di studi avesse le proprie
procedure di ricerca e i propri criteri di
esattezza. Ciò non toglie che il filosofo avesse
una certa idea che secondo lui poteva contribuire a
spiegare molte cose, dal movimento dei corpi celesti
al comportamento degli esseri umani: la teleologia. La natura di una cosa,
sostiene Aristotele, che si tratti di una ghianda o
di un uomo, è
inestricabilmente legata al suo telos,
cioè al suo obiettivo o alla sua finalità. Lo scopo di una ghianda, per
esempio, è di diventare una quercia, e non si può
capire che cosa sia una ghianda senza metterla in
relazione a ciò che essa ha il potenziale di
diventare. Oltretutto, le ghiande si sviluppano solo
per diventare querce e non diventano mai dei meli o
degli ontani, anche se vengono nutrite dalla stessa
acqua e dalla stessa terra. Secondo Aristotele, è
il telos della ghianda, espresso nella sua struttura, a fare la
differenza. Anche gli esseri umani hanno una finalità,
e se potessimo capire in che cosa essa consiste,
saremmo molto più preparati a soddisfarla.
La teoria delle “cause
finali” rappresenta solo una piccola parte della
voluminosa opera aristotelica, ma ne costituisce un
pilastro fondamentale. Secondo Aristotele, i
filosofi che lo hanno preceduto attribuivano un
valore eccessivo a ciò che, in un fenomeno, viene
dal passato, e troppo poco a ciò che invece lo
“spinge” verso l’avvenire. Secondo Aristotele
esistono quattro forme di cause. La causa materiale di una statua, per esempio, è il materiale da cui
viene estratta, poiché la materia contiene, nella
sua massa grezza, la potenzialità della statua; la causa
formale è l’idea o l’immagine a partire
dalla quale la statua verrà scolpita, ed esiste
come piano nella mente dello scultore, il quale a
sua volta è la causa
efficiente, cioè l’agente che provoca le
modificazioni subite dalla materia. La causa finale è l’obiettivo in vista del quale la statua viene
scolpita, per esempio il desiderio di far piacere a
chi l’ha commissionata, o di guadagnarsi la vita
scolpendo. Ogni
azione implicherebbe quindi
la realizzazione, in un modo o in un altro, di una potenzialità già presente nella materia, con una causa
finale come guida. Secondo Aristotele, ogni cosa,
nel mondo fisico, ha il proprio telos
e segue una disposizione naturale che la spinge a
raggiungerlo. Quale sarebbe allora la finalità
dell’essere umano? Per Aristotele, la depravazione
morale è una forma di degenerazione della naturale
funzione umana, una negazione dell’essenza
dell’uomo e della sua finalità. L’individuo
“buono” è colui che compie bene la sua
funzione, che consisterebbe in ciò che è
esclusivamente proprio dell’essere umano. Non può
quindi essere la facoltà di crescere, che
condividiamo con il mondo naturale, né quella di
provare sensazioni, che condividiamo con gli
animali. Ciò
che possediamo
in esclusiva è la ragione. Così come non si può
comprendere che cosa sia un coltello se non si
conosce la sua funzione di tagliare, allo stesso
modo non possiamo conoscerci senza prendere
coscienza della facoltà che ci è propria, e
dell’obiettivo che essa ci assegna: la finalità
ultima dell’uomo, quella in rapporto alla quale
tutte le altre sono solo dei mezzi, è l’eudemonia,
che si potrebbe tradurre con il termine “felicità”,
e che significa semplicemente agire
in accordo con la ragione. L’obiettivo
della vita è di essere buoni, cioè di realizzare
la propria umanità. Tuttavia, anche se un individuo
ha sviluppato tutte le sue virtù morali, è ancora
possibile che le circostanze avverse lo rendano
infelice, e le idee di Aristotele a proposito della
felicità sono chiarissime: per
essere veramente felici bisogna essere sani, ricchi,
e non essere schiavi (o non essere donne). Che
fare, quindi, quando la vita non ci sorride?
Aristotele teorizza una forma di ragionamento
inaccessibile alle vicissitudini della vita: la
contemplazione filosofica. Non possiamo forse
consacrarvi tutta la giornata, ma quando lo
facciamo, garantisce il filosofo, utilizziamo la
parte più nobile di noi stessi, quella che
condividiamo con gli dei.
Aristotele
nacque a Stagira, una piccola colonia greca sulla
costa tracia, nel 384 a.C. A 18 anni si recò ad Atene per studiare
all’Accademia, sotto la direzione di Platone, e vi
rimase per vent’anni, distinguendosi come
l’allievo più brillante, anche se non il più
obbediente. La concezione del filosofo si distingue
notevolmente da quella del suo maestro: “amo Platone, diceva Aristotele, ma amo ancora di più la verità”. Nel 343 Filippo, re di
Macedonia, gli affidò la tutela del proprio figlio,
il futuro Alesando Magno. Questo compito era perfettamente in linea con il
pensiero di Aristotele, che contrariamente a Platone,
riteneva il ruolo di eminenza grigia perfettamente
adatto a un filosofo: “non solo non è necessario
che un re sia filosofo, ma anzi è addirittura un
inconveniente. Il re dovrebbe ricevere consiglio dai
veri filosofi. Allora il suo regno sarà pieno di
buone azioni e non solo di buone parole”. Il
rapporto tra il filosofo e Alessandro Magno proseguì
fino al 328, per rompersi definitivamente quando il
condottiero condannò a morte per tradimento il suo
biografo, Callistene di Olinto, nipote di
Aristotele. Il filosofo si ritirò quindi nella
proprietà di famiglia a Stagira, per ritornare ad
Atene nel 328, dove fondò il Liceo, una scuola di
scienza e filosofia nella quale si dedicò
all’insegnamento per 13 anni. Aristotele
fu senza dubbio il più grande sapiente del suo
tempo in tutti gli ambiti intellettuali,
dall’astronomia alla logica, dall’anatomia alla
geografia. La sua gloria tramontò nel 323, quando
la morte di Alessandro il Grande provocò una
rivolta contro il governo pro-macedone di Atene. Per
i suoi rapporti con l’imperatore Alessandro,
Aristotele fu accusato di empietà e decise di
fuggire “perché gli Ateniesi non pecchino di
nuovo contro la filosofia come già hanno fatto con
Socrate”. Morì a 62 anni nel 322 a causa di una
malattia gastrica, a Calcide, nell’isola
mediterranea di Eubea nella quale si era ritirato.
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