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Cosa
pensavano, ma soprattutto, come
pensavano i grandi filosofi? Dai pozzi di Talete
alle bambole di Popper, un viaggio divertente e
istruttivo nei più utili strumenti del pensiero dei
Grandi di tutti i tempi.
Il
principe di Machiavelli
“Governare
è far credere”
“Meglio essere temuti che amati, meglio mostrare crudeltà
che compassione”, scriveva Machiavelli. Sono
proprio espressioni come queste ad aver reso
sulfureo per secoli il termine “machiavellico”.
Le sentenze e il pensiero che costruirono la
terribile reputazione di Machiavelli compaiono ne Il
Principe, scritto per Lorenzo de’ Medici nel
1513. Si tratta di un testo che prescinde dalla
morale, non è una giustificazione dei poteri dello
stato, né un trattato sui fini etici che il
principe deve perseguire, ma un puro manuale nel
quale si spiega come
conquistare e mantenere il potere politico. Le
strategie illustrate da Machiavelli considerano gli
uomini così come essi sono, e non come dovrebbero
essere: “il modo in cui gli uomini vivono è così
lontano dal modo in cui dovrebbero vivere, che
chiunque abbandoni ciò che è per ciò che dovrebbe
essere cerca la propria perdita, e non la propria
preservazione”. Autore della celeberrima sentenza
“il fine giustifica i mezzi”, Machiavelli ritiene che persino i
mezzi più rudi per restare al potere siano sempre
giustificati, perché la crudeltà di chi governa è
sempre un’inezia rispetto alla crudeltà dei
governati. I precetti machiavellici sono sempre
adorabilmente lucidi e succinti. Un sovrano che
voglia idealmente essere temuto e amato dovrebbe
senz’altro scegliere di essere temuto, perché le
persone sono “ingrate, incostanti e bugiarde,
codarde di fronte al pericolo e coraggiose di fronte
al guadagno, e fino a quando siete loro utili, sono
tutte per voi e vi offrono il loro sangue, i loro
beni, la loro vita e i loro figli, dato che il
pericolo è lontano… e quando si avvicina, vi si
rivoltano contro”. In altri termini, per essere
realisti e aumentare le probabilità di non
soccombere, è meglio far leva sulla parte peggiore
dell’uomo.
Un buon sovrano, secondo
Machiavelli, è un
esperto di menzogna, e tutto sarebbe più facile
per chi governa se il popolo fosse lento di spirito,
perché “la folla è sempre impressionata dalle
apparenze … e nel mondo, non vi è che la
folla”. Perché un metodo funzioni, suggerisce
Machiavelli, bisogna che resti nascosto.
Soprattutto, un sovrano saggio non deve aspettarsi
che le cose si facciano da sé. La
miglior forma di prudenza, scrive Machiavelli, consiste
nel prendere posizione (e nel mutarla non appena
le circostanze lo richiedano). Nessuno stato può
considerare sicuro il proprio cammino, scriveva
Machiavelli. Bisogna piuttosto capire che ogni
scelta comporta un rischio, perché l’ordine delle
cose è tale che non si può mai sfuggire a un
rischio senza correrne un altro, e la prudenza
consiste appunto nel soppesare gli inconvenienti di
ogni decisione e nel considerare buona quella meno
cattiva. A Machiavelli dobbiamo anche il concetto di
virtù
contro fortuna: alla virtù
apparterrebbe ciò che rientra nell’azione
consapevole e nella capacità di intuire le
possibilità che vi sono racchiuse, mentre la fortuna
rappresenterebbe l’insieme degli eventi
imprevedibili e non determinabili dalla volontà.
L’uomo, secondo Machiavelli, non è interamente
arbitro delle proprie azioni ma non è neppure del
tutto in balìa delle circostanze. Bisogna addomesticare la necessità e sfidare la fortuna, le occasioni vanno
colte al volo e modellate, le circostanze vanno
piegate a proprio favore, e le azioni possono avere
successo quanto più assecondano il corso delle
cose. Che
cosa attrae la fortuna? L’ingegno, la
razionalità, il realismo, il coraggio e la
prontezza, e soprattutto la capacità di
interpretare uomini e situazioni.
Machiavelli
nasce a Firenze nel 1469, dal ramo relativamente
povero di una famiglia fiorentina ricca e potente.
La sua educazione poco convenzionale non disturbò
la sua ascesa, e nel 1498, a soli 29 anni, fu
nominato segretario della repubblica. Nonostante
l’ultimo capitolo de Il
Principe sia intitolato “Esortazione a
liberare l’Italia dai Barbari”, nel 1500
Machiavelli trascorse cinque mesi alla corte
francese di Luigi XII, dove poté apprezzare in
tutta la sua pienezza l’efficacia
di un potere centrale forte,
e nonostante l’Italia dell’epoca fosse divisa e
invasa, poiché tutti gli esseri umani hanno le
stesse passioni, ciò che funzionava in una nazione
(la Francia) doveva poter funzionare anche in
un’altra (l’Italia). Il Principe, capolavoro di Machiavelli, risale a questo periodo, e
fu offerto a Lorenzo de’ Medici tra il 1515 e il
1516. Dopo che con la Dieta di Modena la Lega Santa
decise di ripristinare a Firenze la dinastia
medicea, Machiavelli venne condannato a un anno di
confino, dove fu anche sottoposto a torture per
un’accusa di tentata congiura antimedicea. Nel
1520, il cardinale Giulio de' Medici, futuro papa
Clemente VII, gli diede l'incarico di scrivere le Istorie
Fiorentine, che
Machiavelli consegnò un anno dopo. In seguito
all'indebolimento dell’autorità papale dopo il
sacco di Roma del 1527, a Firenze venne restaurata
la Repubblica, ma Machiavelli non fu chiamato a
ricoprirvi incarichi, e morì nel giugno dello
stesso anno.
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