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La forchetta di Hume

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La tartaruga di Zenone

La forchetta di Hume

Cosa pensavano, ma soprattutto, come pensavano i grandi filosofi? Dai pozzi di Talete alle bambole di Popper, un viaggio divertente e istruttivo nei più utili strumenti del pensiero dei Grandi di tutti i tempi.

La forchetta di Hume
Come smascherare le assurdità

Determinare il carattere delle persone è uno dei passatempi preferiti di coloro che hanno un’alta opinione di sé. Secondo una diffusa credenza, è possibile scoprire il “vero carattere” di qualcuno dalla maniera in cui si veste, dal modo in cui stringe la mano, da ciò che lo fa ridere o dal modo in cui affronta una crisi. Non c’è un solo dettaglio del vostro comportamento, per quanto insignificante, che non trovi qualcuno capace di dedurne sapientemente il corso di tutta la vostra vita, dal modo in cui accendete la sigaretta a quello in cui piegate il fazzoletto. La fiducia con la quale vengono affermate queste “leggi della personalità” è in genere del tutto fuori luogo, e l’idea che possederle rappresenti il fiore della saggezza è perlomeno ridicola. Coloro che hanno la reputazione di “conoscere le persone” in questo modo fanno semplicemente leva su una mitologia popolare. Ci sono ben poche probabilità che ci sia un giorno una scienza dei caratteri, e non solo perché, come ha fatto osservare il filosofo Alasdair McIntyre, il nostro desiderio di rendere gli altri prevedibili è uguagliato solo dal nostro desiderio di rendere noi stessi imprevedibili. C’è una ragione profonda per la quale ogni persona resta in qualche misura un enigma per le altre, ed è che niente prova alcunché, fuorché se stesso. Come ci si comporta in una crisi dimostra solo come ci si comporta in una crisi, e come si piega un fazzoletto dimostra solo come si piega un fazzoletto, e nient’altro.

La famosa tolleranza di Hume era riservata ai suoi affari privati, in filosofia egli era molto meno accomodante. Hume rifiuta di dedicare tempo alle speculazioni astratte su argomenti che considera inconoscibili. E secondo le sue concezioni, esistono solo due soggetti di ricerca pertinenti: le relazioni tra le idee, e i dati fattuali. I primi riguardano la geometria e l’aritmetica: che 2 volte 6 equivalga a 12 esprime una relazione tra le cifre che può essere scoperta dal pensiero puro senza ricorso all’esperienza del mondo, e una verità di questa natura può essere stabilita senza aver bisogno di alzarsi dal letto. Ma il modo in cui possiamo provare i dati fattuali è invece molto diverso. Si può dire il contrario di qualsiasi fatto contingente senza contraddirsi. La possibilità che domani il sole non sorga è altrettanto concepibile quanto il fatto che tutti i giorni esso sorga. Per mettersi l’anima in pace, sostiene Hume, non resta che andare nel mondo e interrogare la nostra esperienza. Quanto ai problemi che non possono essere risolti con il ragionamento matematico o con l’osservazione empirica, Hume ha un verdetto molto semplice, conosciuto con il nome di “forchetta di Hume”, che divide la conoscenza in due tipi, ciò che può essere conosciuto a priori, e ciò che si può conoscere solo a posteriori: “quando percorriamo le biblioteche, muniti di questi princìpi, che disastri combineremo? Se prendiamo in mano qualche volume, per esempio un libro sulla divinità o un testo di metafisica, chiediamoci: contiene ragionamenti che riguardano la quantità o il numero? Contiene ragionamenti sperimentali che riguardano i dati fattuali e ciò che esiste? No. Allora diamolo alle fiamme, perché non contiene altro che sofismi e illusioni”. Hume getta così nel fuoco un buon numero delle nostre credenze di buon senso, soprattutto l’idea che dentro le persone vi sia un “io”, che esistano leggi della natura osservabili, e che nel mondo vi sia un meccanismo di cause ed effetti. Di solito noi attribuiamo una necessità ad alcune cose - per esempio pensiamo che le percezioni abbiamo bisogno di qualcuno che percepisca, che le regolarità richiedano delle leggi, che le conseguenze abbiano bisogno delle cause. Secondo Hume, questo procedimento rappresenta un’aggiunta illegittima di un elemento alla descrizione di questi fenomeni. Noi abbiamo delle percezioni, ma non le vediamo essere percepite; osserviamo delle regolarità nella natura, ma non osserviamo le leggi della natura; vediamo che un evento succede a un altro, ma non vediamo un fatto causarne un altro. Hume conclude che la nostra credenza nella necessità non è basata sulla ragione, ma è solo un’abitudine che abbiamo acquisito grazie all’osservazione frequente del fatto che a un evento ne segue un altro. Tutto ciò non significa che ciò che ci aspettiamo, nello svolgersi degli eventi del mondo, non si possa davvero produrre, e di fatto esso si produce nella maggioranza dei casi, altrimenti non ci aspetteremmo che si producesse. Ciò significa solo che ciò su cui si basano le nostre aspettative sono le abitudini, e non la ragione.

“Il suo viso era largo e grasso, la bocca era grande e senza altra espressione che la pura imbecillità. I suoi occhi erano vuoti e senza spirito, e la corpulenza di tutta la sua persona era più adatta a dare l’idea di un consigliere municipale mangiatore di tartarughe, piuttosto che quella di un raffinato filosofo. Ciò che diceva in inglese era reso ridicolo dall’accento scozzese più pronunciato che si possa immaginare, e il suo francese faceva, se possibile, ridere ancora di più; probabilmente la saggezza non si è mai travestita con tratti più grossolani”. Così James Caulefield, conte di Charlemont, descrive Hume, nato a Edimburgo nel 1711. Il padre, piccolo proprietario terriero, morì quando David ha tre anni, e il filosofo crebbe con il fratello e la sorella nelle cure amorevoli della madre, che si preoccupò di fornire ai figli una buona educazione. David frequentò l’università di Edimburgo all’età di 12 anni, e iniziò la sua carriera con qualche passo falso nel commercio e nel diritto. La professione giuridica gli dava “la nausea”, secondo le sue stesse parole, ma ciò che la legge perse, lo guadagnò la filosofia. Nel 1734 Hume era convinto di non poter fare altro che consacrare la propria esistenza alla filosofia. Emigrato in Francia, vi trascorse tre anni a costruire un sistema filosofico completo, il Trattato della natura umana. L’opera è volutamente provocatoria e il suo autore ha fretta di affrontare le critiche che non mancheranno, pensava, subito dopo la pubblicazione. Tuttavia, il Trattato non riuscì a suscitare il minimo interesse, né la minima controversia, e Hume trascorse la maggior parte del resto della sua vita a ripetere gli stessi argomenti dando loro un’aria più attraente, e riscuotendo molto più successo. Hume era un uomo di buon carattere, e a parte il paranoico Rousseau, nella vita personale non ebbe mai nemici. Nella vita professionale, invece, dovette affrontare le accuse di eresia e di ateismo. Molti uomini di Chiesa erano in disaccordo con le tesi di Hume, ma non per questo diventavano suoi nemici, anzi, era impossibile non volergli bene. Tuttavia, furono proprio le opinioni religiose a costargli la cattedra di filosofia morale all’università di Edimburgo, nel 1744. Dopo un’azione militare in Bretagna, Hume divenne il segretario dell’ambasciatore britannico a Parigi, posizione che occupò per tre anni. La Parigi letteraria adorava Hume, che tuttavia rientrò a Edimburgo, dove poteva, nello spazio di pochi minuti, “entrare in contatto con cinquanta sapienti e uomini di genio”. Una malattia gastrica che lo tormentava da anni entrò nella fase terminale nel 1776, e prima di morire Hume dichiarò: “muoio alla velocità che i miei nemici, se ne ho, si augurano, ma dolcemente e con il sorriso che i miei migliori amici desiderano”.

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