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Cosa
pensavano, ma soprattutto, come
pensavano i grandi filosofi? Dai pozzi di Talete
alle bambole di Popper, un viaggio divertente e
istruttivo nei più utili strumenti del pensiero dei
Grandi di tutti i tempi.
Il
martello di Nietzsche
Abbattere gli idoli
Nietzsche cerca di dimostrare che i fondamenti sui quali
costruiamo le nostre verità più sacre, i nostri
“idoli”, per dirlo con le sue parole, sono
prodotti della Storia. E la Storia di cui si tratta,
pensava il filosofo, è la storia triste di
un’illusione. “Questo piccolo scritto è una grande dichiarazione di guerra”,
scrive Nietzsche all’inizio de Il
crepuscolo degli idoli, in cui si impegna a
filosofare con un “martello”
che userà per far “suonare vuoti” gli “idoli
eterni”, fino a quando le vibrazioni li ridurranno
in polvere. “Dio è morto”, famosissima frase
nietzschiana, è soprattutto la diagnosi di
un’epoca, la nostra. La sua morte significa che
“i valori superiori si deprezzano, i fini mancano;
non c’è risposta a questa domanda: a che pro?”.
Secondo Nietzsche, la ragione non deve venire
utilizzata per comprendere la vita e la natura, ma
il potere di decisione. Non perché ne trarremo
un’immagine più chiara del mondo, ma solo perché
agendo
saremo fedeli alla nostra natura e alla nostra
“volontà di potenza”, quell’”insaziabile
desiderio di manifestare la propria potenza, o
l’uso e l’esercizio della potenza
come sforzo di creazione”. Per Nietzsche, la
volontà di potenza non ha alcun rapporto con la
lotta per la vita di ispirazione darwiniana, anzi
non è altro che pura volontà di creare, e il
creatore è “l’uomo in cui la potenza
trabocca”. Tutto in noi desidera oltrepassare i
propri limiti, ed essere potenti significa essere
creatori, superarsi senza sosta in direzione di
possibilità inesplorate e di prospettive
sconosciute”. E “chi raggiunge il proprio
ideale, scrive Nietzsche, proprio con ciò lo
oltrepassa”. Secondo Nietzsche, la decadenza umana
è così avanzata che ci vorrebbe la distruzione
totale del nostro sistema di valori perché possiamo
ritrovare la nostra volontà di potenza in tutta la
sua gloria passata. E’ solo in quel momento che il
mondo diventerà abitabile per l’Űbermensch,
il Superuomo.
La fama nietzschiana di
ispiratore del nazismo è dovuta più che altro
all’opera della sorella del filosofo, Elisabeth,
che ne era anche l’infermiera. In quanto
depositaria legale delle opere del fratello,
Elisabeth riscrisse le sue note, aggiungendovene di
personali per esprimere le proprie idee, e rifiutò
l’accesso pubblico all’archivio degli scritti.
Quando Hitler giunse al potere, Elisabeth diede la
benedizione postuma di Nietzsche al regime nazista.
L’Űbermensch,
tuttavia, è un tipo umano e non un tipo razziale. Nietzsche
non era antisemita, e anzi fu proprio
l’antisemitismo di Wagner che alla lunga rovinò
la loro amicizia. Nietzsche ammirava gli Arabi e i
Giapponesi per la loro nobiltà di spirito, e
disprezzava i Tedeschi. Contemporaneo di Freud,
Nietzsche è in un certo senso un precursore
della psicoanalisi. “Tutti i nostri motivi
coscienti sono fenomeni di superficie. Dietro di
loro si combatte la lotta dei nostri istinti e dei
nostri stati: la lotta per la potenza”. E
“volontà di potenza” è il nome che Nietzsche dà
all’inconscio. Secondo il filosofo, l’essere
umano è composto da “una pluralità di forze
quasi personificate, delle quali ora l’una, ora
l’altra, sale sul proscenio e assume l’aspetto
dell’io”. Noi non siamo un “soggetto”, un io
coerente, ma un campo di battaglia, il luogo di
incontro di una molteplicità di prospettive sul
mondo e sulla vita. Nietzsche pensava che la verità
non fosse qualcosa che si può scoprire, ma che essa
si imponesse al mondo grazie alla “volontà
di verità” di un individuo. I nostri sistemi
di comprensione del mondo non sono altro che
monumenti commemorativi della volontà dei filosofi,
e non furono costruiti secondo la logica, ma
piuttosto secondo un processo simile alla creazione
artistica. Solo il Superuomo è capace di affrontare
il caos che lo circonda e di imporgli un ordine per
mezzo della sua Volontà di Potenza, e poiché le
idee false, come l’amore di Dio per le sue
creature, ci confortano, mentre la realtà è spesso
dolorosa, il riferirsi incondizionato degli
scienziati al “vero” in opposizione al “non
vero” non è altro che un pregiudizio morale.
Tuttavia Nietzsche non pensava che tutte le
interpretazioni si equivalessero, perché
considerava la verità come una quantità morale. Le verità e le interpretazioni di un individuo felice, sano e forte
sono da preferire a quelle di un individuo debole e
vile. Nietzsche scoprì con grande disgusto che
i valori occidentali sembravano essere stati
prodotti da individui dell’ultimo tipo. Come hanno
potuto i deboli compiere un’azione simile? La
risposta di Nieztsche è che la
mediocrità ha prevalso grazie alla forza del numero.
Alleandosi nel quadro della fede giudaica, gli
“schiavi” che hanno seguito Gesù Cristo hanno
rovesciato la morale dei loro “maestri”, e hanno
sostituito le virtù aristocratiche con il
linguaggio del risentimento. Il cristianesimo ha
condannato i nobili, i belli e i potenti alle fiamme
di un inferno fittizio, lasciando la Terra ai deboli
e agli infermi. I valori sono stati corrotti e
invertiti: la fiducia in sé diventa arroganza,
l’incapacità di vendicarsi dei nemici diventa
perdono, la sana fierezza è sostituita dall’umiltà,
e la competizione feconda lascia posto alla carità.
Comincia così l’era della morale, il regno non
dell’individuo, ma del “gregge”, che ci impone
le sue nozioni di “bene” e di “male” senza
lasciarci la possibilità di crearcene di proprie.
Il poco di individualismo che sopravvive è corroso
dalla frustrazione, la non sottomissione alle
“greggi” provoca rigurgiti di colpa e di cattiva
coscienza che impediscono il
libero gioco degli istinti. La predominanza
della colpa distrugge la stima di sé e ci trasforma
in “cammelli”, lo statuto che abbiamo accettato
per amore di una vita facile. Tutto ciò che
possiamo raggiungere, tuttavia, non è che
l’illusione della tranquillità, poiché “in
tempo di pace l’uomo guerriero si accanisce contro
se stesso”. “Tutti
i creatori sono duri, scrive Nietzsche, e solo
colui che è il più nobile è veramente duro”.
“Quello che
non mi uccide mi rende più forte”, affermava,
e poiché non possiamo evitare le ingiurie
della vita, non resta che trasformare “è
successo” in “l’ho voluto”. Nietzsche
ci insegna a non piegarci davanti all’avversità,
e anzi a manipolarla a nostro vantaggio: “non
punto il dito in segno di rimprovero contro i mali e
i dolori dell’esistenza, anzi spero che la vita
diventi un giorno ancora peggiore e più piena di
sofferenze di quanto non sia mai stata". La
“grande salute” nietzschiana consiste
nell’accogliere la molteplicità che ci compone,
la contraddizione e il tragico dell’esistenza.
Troppo spesso, scrive il filosofo, vogliamo il bene
senza il male, la luce senza le tenebre. Come
Dioniso, invece, dovremmo accogliere
incondizionatamente le polarità opposte: bene e
male, vita e morte, creazione e distruzione. Solo al
di là di queste polarità si offre la gioia
tragica, quella della lucidità e del “sì” alla
vita: “voglio imparare ogni giorno di più a
vedere il bello nella necessità delle cose: sarò
così uno di quelli che imbelliscono le cose. Non
voglio fare la guerra al brutto. Non voglio accusare
neppure gli accusatori. Che guardare altrove sia la
mia unica negazione. In ogni circostanza, non
voglio essere altro che l’uomo
che dice “sì”.
Friedrich
Nietzsche nasce nel 1844 a Röcken-bei-Lützen, nei
pressi di Lipsia. Il padre era un pastore luterano,
come i nonni. Il padre morì quando Friedrich aveva
quattro anni, e il suo giovane fratello morì sei
mesi più tardi. La famiglia si stabilì a Naumburg,
dove Nietzsche era l’unico uomo in una famiglia di
cinque donne. A 14 anni ottenne una borsa di studio
per Schulpforta, il più prestigioso pensionato
protestante della Germania, dove si distinse nelle
lettere classiche. Entrò all’università di Bonn
nel 1864 come studente di filologia e teologia.
Avendo litigato con due professori, passò
all’università di Lipsia un anno dopo, per
studiare sotto la direzione di Ritschl,
specializzato negli autori antichi. A Lipsia conobbe
e fece amicizia con il compositore Richard Wagner, e
la sua reputazione fu tale che gli venne offerta una
cattedra in Svizzera; Nietzsche aveva solo 24 anni,
e non aveva ancora completato la sua tesi di
dottorato. La carriera accademica fu interrotta dal
servizio militare, durante il quale, cadendo da
cavallo, si ferì gravemente al torace, e in seguito
alla sua partecipazione come infermiere alla guerra
franco-prussiana del 1870, Nietzsche contrasse la
dissenteria e la difterite, dalle quali non guarì
mai del tutto. Nel 1879 le precarie condizioni di
salute lo costrinsero a rinunciare alla professione
accademica, e da lì in poi visse praticamente in
solitudine, errando tra l’Italia, le Alpi svizzere
e la Riviera francese. Nietzsche fu perseguitato da
feroci mal di testa e da una vista declinante,
tuttavia i
primi dieci anni del suo isolamento rappresentano il
suo periodo più fecondo, durante il quale
scrisse Così
parlò Zarathustra (1883-1885), L’Anticristo
(la cui pubblicazione fu vietata fino al 1895), e Il
crepuscolo degli idoli (1889). Nietzsche si
considerava un grande incompreso dai
suoi contemporanei, ma ciò non gli impedì di
pubblicizzarsi da solo. Tre capitoli dell’Ecce
Homo, scritto nel 1888, si intitolavano così: Perché
sono così intelligente, Perché
sono così saggio,
e Perché scrivo dei libri così buoni. Il 3 gennaio 1889, a Torino
Nietzsche vede un cavallo frustato dal suo
cocchiere, si getta sull’animale abbracciandolo
per proteggerlo, e scoppia in lacrime. E’
l’inizio di undici anni di follia, che
termineranno solo con la sua morte, nel 1900. Da
molte parti si è tentato di attribuire la follia di
Nietzsche alla potenza della sua mente e a due
delusioni amorose, ma non bisogna dimenticare che il
filosofo era malato di sifilide, e che abusava
dell’idrato di cloro come sedativo.
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