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Lo specchio di Wittgenstein

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La tartaruga di Zenone

Lo specchio di Wittgenstein

Cosa pensavano, ma soprattutto, come pensavano i grandi filosofi? Dai pozzi di Talete alle bambole di Popper, un viaggio divertente e istruttivo nei più utili strumenti del pensiero dei Grandi di tutti i tempi.

Lo specchio di Wittgenstein
Ciò che si può mostrare ma non si può dire

I migliori romanzieri sono quelli che ci mostrano ciò che quelli meno dotati ci possono solo dire, così come le emozioni svelano meglio la loro potenza quando ci è dato vederle, nella rappresentazione come nella vita, perché se vengono espresse perdono il loro valore. Nella sua giovinezza, Ludwig Wittgenstein dichiarò che ciò era vero per tutte le verità che i filosofi cercavano di scoprire, si trattasse di verità intellettuali o morali. La filosofia è uno specchio che può riflettere il mondo, ma non articolarlo nel linguaggio. L’essenza del mondo e l’essenza dei nostri pensieri, sosteneva Wittgenstein - non sono cose di cui si può parlare, ma solo cose che possono essere mostrate. Più di cento anni prima, Immanuel Kant aveva capito che per comprendere i mondo, dobbiamo capire le nostre facoltà percettive e i processi del pensiero che fanno da mediatori tra noi e il mondo; Wittgenstein aggiunge che poiché la comprensione avviene attraverso il linguaggio, solo studiandolo si potrà avere una visione più giusta del mondo. Le domande filosofiche devono essere formulate con parole, perciò se si trovano i limiti del linguaggio, si troveranno anche i limiti delle domande che si possono porre in filosofia, e delle risposte che questa può dare.

Mentre era sul fronte dell’Est, Wittgenstein sentì parlare di un caso giuridico nel quale era stato presentato il modello di una strada per spiegare gli eventi che avevano portato a un incidente d’auto. Fu questo piccolo episodio a dargli l’idea che le parole funzionano come piccole automobili e come le figurine di un modello, organizzate per fabbricare un’immagine della realtà. Tutto il sistema di rappresentazione, sostiene il filosofo, deve funzionare attraverso analogie simili. Anche se le nostre parole non assomigliano agli oggetti ai quali si riferiscono - non sono altro che simboli arbitrari sui quali ci siamo accordati per designare certi oggetti - la somiglianza appare quando osserviamo le relazioni tra le parole in una frase e gli oggetti in una situazione. La relazione di un enunciato con la situazione è come quella di una mappa con il terreno che rappresenta. Anche se la carta è molto più piccola del terreno, le distanze tra i diversi luoghi disegnati sono analoghe a quelle che esistono tra i loro corrispondenti nel mondo reale. E così come non possiamo parlare di un luogo che non può essere cartografato, allo stesso modo non possiamo parlare di una situazione che non può essere rappresentata nel linguaggio. Reciprocamente, come una mappa di “nessun luogo” non rappresenta nulla, gli enunciati che non si riferiscono a qualcosa nel mondo non hanno senso. L’ultima frase del Tractatus logico-philosophicus, l’opera più importante di Wittgenstein, dice che “di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere”. Il Tractatus mostra che le risposte alle grandi interrogazioni della vita non possono essere tradotte in parole, e perciò “di una risposta che non si può formulare, non si può formulare neppure la domanda. Non vi è enigma. Se una domanda può essere formulata, è anche possibile rispondervi”. Non a caso, secondo Wittgenstein, “la soluzione del problema della vita si percepisce alla scomparsa del problema (non è forse questa la ragione per la quale gli uomini che dopo aver lungamente dubitato hanno trovato la chiara visione del senso della vita, non hanno potuto dire in cosa questo consistesse?)”. In altri termini, se dobbiamo considerare la nostra esistenza come un segno dotato di senso, il senso della vita deve per forza trovarsi al di fuori della vita. Cercare di parlare del problema della vita - o di valori etici o estetici - equivale a sbattere contro i muri del linguaggio. Tuttavia, se si disegnasse la mappa dell’interno di una gabbia, si renderebbe manifesto anche il suo esterno. In una lettera allo scrittore von Ficker, Wittgenstein dichiara: “volevo scrivere che la mia opera è composta di due parti: quella che è qui, e quella che riunisce tutto ciò che non ho scritto. E ovviamente, la seconda parte è quella più importante. Perché l’Etica è delimitata dall’interno, per così dire, dal mio libro; e io sono convinto … che non può essere delimitata che in questa maniera. In breve, penso che tutto ciò di cui si discute oggi, io l’ho approfondito nel mio libro, tacendo al suo riguardo”. I limiti dell’espressione esplicita sono evidenti nella vita di tutti i giorni. Per esempio, se prometto che rientrerò presto dal lavoro, non possono convincere la persona a cui sto parlando della mia sincerità semplicemente ripetendo lo stesso concetto, come se la sincerità fosse una seconda frase che si aggiunge alla prima. E neppure posso tener più fede alla mia promesse dichiarando “eccomi” quando arrivo. La mia sincerità non è nemmeno un’intenzione, poiché essa non avrebbe gran valore se facessi tardi. Là dove la parola non vale granché, il pensiero non vale nulla. Quando Wittgenstein applicò questa analisi alla filosofia, dove i pensieri invece valgono molto, fece apparire gli stessi limiti per qualsiasi enunciato pretendesse di esprimere le “grandi” verità come la natura di Dio o il valore della vita umana. Ogni volta che vi è rappresentazione, sosteneva Wittgenstein, le verità più importanti sono quelle che possono solo essere mostrate e che non possono essere dette.

Ludwig Wittgenstein nasce a Vienna nel 1889, ed è l’ultimo di otto fratelli. La sua famiglia era una delle più ricche d’Europa, e il padre Karl era un magnate del ferro e dell’acciaio e uno dei più potenti capitani d’industria dell’impero austro-ungarico. Fino all’età di 14 anni, Wittgenstein fu educato nella casa di famiglia, un centro di musica e di cultura che accoglieva personaggi del calibro di Johannes Brahms tra i suoi frequenti ospiti. I fratelli e le sorelle di Ludwig avevano ciascuno un proprio talento, ma l’instabilità doveva essere un tratto di famiglia tanto evidente quanto il genio, dato che tre dei quattro fratelli di Ludwig morirono suicidi. Nel 1908 Wittgenstein lasciò l’Austria per l’università di Manchester, in Inghilterra, dove studiò aeronautica e matematica. Abbandonati gli studi di ingegneria, si trasferì a Cambridge, dove divenne il protetto del filosofo Bertrand Russell. Nello spazio di due anni, Russell si rese conto che un giorno l’allievo lo avrebbe superato, mentre Wittgenstein dichiarò che proprio la fiducia che Russell aveva avuto nelle sue capacità l’aveva salvato dal pensiero della propria inanità, che l’avrebbe certamente condotto al suicidio. Allo scoppio della prima Guerra Mondiale, Wittgenstein si arruolò, sperando che l’intensità dell’esperienza avrebbe fatto di lui “una persona diversa”. Nelle trincee, Ludwig continuò a studiare filosofia, prendendo appunti per l’unico libro pubblicato in vita, il Tractatus. Wittgenstein aveva un’indifferenza aristocratica per il benessere materiale, e dopo aver ereditato una fortuna, ne offrì la maggior parte alle sorelle, spingendosi fino a chiedere la cittadinanza sovietica per andare a vivere in Russia come un paesano. Le autorità russe gli offrirono un posto come insegnante, ma Wittgenstein rifiutò l’offerta, trascorrendo nel lusso tutto il resto della sua vita. Nel 1920, due anni prima della pubblicazione del Tractatus, Wittgenstein si ritirò nelle Alpi per diventare istitutore in una scuola media. Aveva solo 31 anni, ma riteneva di aver già risolto i problemi della filosofia nelle settantacinque pagine del suo primo libro. Nove anni dopo, ritornò a Cambridge per risolverli di nuovo. Al rientro al Trinity College, il grande economista John Maynard Keynes, fervente ammiratore di Wittgenstein, scrisse alla moglie: “ebbene, è arrivato Dio. Sono andato a prenderlo al treno delle 5 e 15”. Più avanti negli anni, Wittgenstein smise di proporre teorie filosofiche, e tutto il secondo periodo del suo pensiero consiste in un insieme di strumenti e metodi proprio per sbarazzarsene. Non credeva più che la filosofia fosse una ricerca della verità, ma riteneva che essa dovesse invece chiarire la confusione che creava. La filosofia è la ricerca della chiarezza piuttosto che un tentativo di scoprire nuove verità sulla vita e sul mondo. Il suo obiettivo, secondo Wittgenstein, consiste nel “mostrare alla mosca come liberarsi dalla carta moschicida”. Come i medici ricercano i vaccini, i filosofi devono cercare di abolire se stessi. Praticata correttamente, la filosofia “lascia tutto nello stesso stato”, non dovendo né teorizzare, né scoprire nuove verità. Il suo consiglio è infatti: “non pensate, guardate!”. Nel 1947, Wittgenstein rinunciò alla cattedra per consacrarsi alla scrittura, ritirandosi nella campagna irlandese dove veniva considerato un eccentrico. Due giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, nel 1951, morì a Cambridge, di un cancro della prostata. Si dice che le sue ultime parole siano state: “dite loro che ho avuto una vita meravigliosa”.

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