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Le origini della timidezza

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La timidezza

Le origini della timidezza

di Anna Fata

Le prime ricerche sulla timidezza hanno preso in esame solo i bambini. Questo è avvenuto fino al 1970, cioè prima delle ricerche sui detenuti, condotte da Philip Zimbardo. Si è visto che la timidezza si manifesta molto presto, già a due mesi di vita e che predispone alla timidezza anche da adulti. Circa il 75% delle persone mantiene il medesimo atteggiamento dell’infanzia anche nella vita adulta.

D’altra parte, alcuni individui che erano timidi nell’infanzia non lo sono stati da adulti e viceversa. Questo indica l’influenza dei fattori ambientali. Esistono degli studi sulla relazione tra la timidezza nell’infanzia e la possibilità di manifestare dei disturbi d’ansia nell’adolescenza. La persistenza della timidezza nell’infanzia aumenta il rischio d’ansia, in modo modesto, ma statisticamente significativo nell’età adulta. Nello specifico, si è visto che il 42% dei bambini definiti timidi nell’infanzia ha manifestato problemi di ansia nell’adolescenza. Allo stesso tempo, però, tra coloro che hanno problemi di ansia, solo il 20% è stato timido nell’infanzia. La maggior parte dei bambini timidi, quindi, non sviluppa un disturbo d’ansia, così come la stragrande maggioranza degli adolescenti con disturbi d’ansia non è stato timido nell’infanzia.

Sui disturbi di ansia, quindi, sembra influiscano diversi fattori, non solo la timidezza nei primi anni di vita, ma anche altri elementi personali e familiari che moderano l’effetto della vulnerabilità temperamentale. In sintesi, quindi, la predittività da parte della timidezza dei disturbi di ansia nell’adolescenza e nell’età adulta è modesta. Essa è piuttosto evidente nel caso di bambini estremamente timidi, in particolare in aggiunta ad altri fattori intrinseci ed estrinseci.

Le cause della timidezza sono sconosciute. Sono state fatte diverse ipotesi nel tempo, ma non si è ancora giunti ad una conclusione accettata unanimamente. E’ stata individuata una predisposizione genetica, oltre a una certa familiarità: i timidi sembrano avere avuto dei genitori poco comunicativi, o con disturbi simili a quelli dei figli. Secondo altre ricerche, la timidezza sembra essere un sintomo della fobia sociale o una mera caratteristica dell’introversione.

Da sola, però, l’introversione non è in grado di spiegare la timidezza: solo il 25% degli introversi è timido. Questo indica l’influenza anche dei fattori ambientali, come le pratiche educative e familiari, le critiche frequenti, un ambiente stressante a scuola, le difficoltà relazionali con i genitori. L’atteggiamento genitoriale che appare migliore sembra essere supportivo ma non iperprotettivo, e che incoraggia l’approccio di nuove situazioni e comportamenti.

E’ stata riscontrata una relazione tra le scarse abilità psicosociali e alcune caratteristiche del temperamento: l’umore nero, l’elevata intensità delle reazioni e la scarsa adattabilità. Da quanto detto finora, quindi, si può concludere che la timidezza, pur non essendo una patologia, non deve essere trascurata, perché può sfociare nell’ansia sociale che a sua volta aumenta il rischio di altri comportamenti patologici, come la dipendenza da alcool o da droghe o la depressione.

Cielo, e se avessi un complesso?
Anzi, più di uno… Più credi di dover essere perfetto, e più ti abbatti. E finisci per fissarti: sarà il naso, sarà l’età, sarà la pronuncia. Ma credi davvero che gli altri vedano solo questo di te, e da dove viene l’immagine deformata che hai di te stesso?

Le persone che si fissano su un dettaglio del proprio aspetto (o delle proprie origini, o della propria educazione, e così via) hanno in mente un’immagine ideale di sé alla quale si confrontano in continuazione, uscendone ovviamente perdenti. Quello che conta non è tanto l’entità oggettiva del difetto (o dei difetti) che ci si attribuisce, ma come esso viene percepito dalla persona. Ciò che importa è la differenza tra come si vorrebbe essere idealmente, come si è in realtà (cioè come ci si percepisce), e come si immagina che gli altri ci vedano.

La dimorfofobia
E’ la patologia più temuta dai chirurghi plastici: anche di fronte a un risultato spettacolare, il paziente è sempre insoddisfatto. E tenderà a operarsi ancora e ancora, per cercare di avvicinarsi il più possibile  al suo immaginario canone di perfezione estetica.

Secondo gli psicologi il complesso incentrato su un difetto fisico minore non è nient’altro che la traduzione di una sofferenza psichica che ha la sua origine da tutt’altra parte. In effetti, le persone complessate che si guardano allo specchio non si vedono mai nella loro interezza, perché fissano lo sguardo unicamente sul piccolo dettaglio sgradevole dal quale ritengono derivino tutte le loro difficoltà. Senza questo difetto, pensano, la loro vita sarebbe completamente diversa: avrebbero più successo nel lavoro, rapporti migliori con gli altri… E’ vero che i nostri rapporti sono complessivamente migliori se siamo meno tesi e più sicuri, ma è anche vero che se siamo accecati da un difetto e ci danniamo per camuffarlo, finiremo per non sviluppare strategie diverse che invece ci consentirebbero di portare in luce le nostre qualità e i nostri punti di forza.

Cosa fare per sentirsi meglio
Mentre alcune persone convivono tranquillamente con i propri difetti, altre ne sono addirittura ossessionate. La persona complessata “si fissa” su una delle sue reali o presunte imperfezioni – fisiche o intellettuali – le incolpa di tutte le sue difficoltà e si convince che se questo difetto non fosse mai esistito, la sua vita sarebbe stata senz’altro più brillante. Le cause dei complessi sono molteplici e a volte impossibili da rintracciare senza l’aiuto di un professionista, ma in genere si tratta di una predisposizione al perfezionismo alla quale si accompagnano precoci ferite al narcisismo, per esempio essere stati spesso derisi dai compagni, essersi sentiti rifiutati dai genitori o svalorizzati rispetto a qualcun altro. Per quanto la vita adulta di una persona di questo genere possa in effetti essere “riuscita”, nel suo intimo questo soggetto continuerà a sentirsi un po’ fuori posto, e a nutrire dubbi e incertezze spesso inconfessabili. In concreto, che cosa possiamo fare per migliorare la situazione?

  • accettare di essere persone comuni
    un po’ di sano realismo non guasterebbe. Non finirai sulla copertina di Vogue e forse non vincerai il Pulitzer, ma questo non ti impedisce di amare, di avere degli amici e un lavoro che ti piace. Forse non farai mai parte della schiera degli eletti, e non sfilerai per Armani. Pazienza. Guardati attorno, con un po’ di lucidità
  • evitare le scuse facili
    non tutte le difficoltà derivano dai complessi: non hai passato l’esame di teoria perché non avevi studiato abbastanza, e non a causa del tuo naso. Invece di polarizzarti su un singolo dettaglio, cerca di ricordare che gli altri hanno di te una visione d’insieme, e di solito non passano la loro vita a cercare i difetti degli altri, perché non ne trarrebbero alcun vantaggio
  • parlarne
    non c’è esperienza più liberatoria che ammettere finalmente i propri complessi con qualcuno di cui ci fidiamo. Potresti perfino scoprire che la persona che ti è più vicina non solo non aveva mai sospettato che tu avessi un complesso, ma che anche guardandoti meglio non riesce a capire perché ne soffri così tanto. Se c’è qualcosa che puoi fare per migliorare la situazione e magari non ci sei mai riuscito, il tuo confidente potrebbe rappresentare l’incoraggiamento giusto, quella piccola spinta che ti ci voleva per metterti a dieta, finire gli studi, ecc. ecc.
  • scegliere chi frequentare
    ci sono persone che “ci tolgono l’aria”, non perché lo vogliano, ma perché non riusciamo a smettere di confrontarci con loro, e il confronto ci fa male. Ma spesso invece i soggetti con bassa autostima frequentano “male”, e finiscono per stare vicini proprio a persone che non fanno altro che criticarli. Queste sofferenze supplementari possono e devono essere evitate semplicemente frequentando persone che ci vogliono bene davvero per quello che siamo, e che non si divertono a tormentarci o a sminuirci
  • migliorarsi
    più sarai valorizzato, e meno presterai attenzione alle tue piccole e grandi carenze. Puoi allargare le tue competenze e migliorarle in settori personali o professionali nei quali ti senti più a tuo agio o che ti appassionano, e vedrai che molto presto il progresso sarà inevitabile, e avrai nuovi amici

Che cos'è un complesso?
Perché ci sono parti di noi che facciamo così fatica ad accettare, e che cosa possiamo fare per imparare a conviverci.

In psicoanalisi un complesso è "l'insieme delle rappresentazioni e dei ricordi a forte tonalità affettiva parzialmente o totalmente inconsci". La psicoanalisi freudiana distingue due tipi di complessi, entrambi risalenti alle relazioni interpersonali infantili: il complesso di Edipo e il complesso di castrazione. Entrambi i complessi - il primo relativo ai desideri alterni e contraddittori del bambino riguardo ai genitori, e il secondo all'angoscia che prova il bambino quando si accorge della differenza tra i sessi - non sono elementi negativi, ma anzi permettono di strutturare la personalità e l'identità sessuale di ciascuno di noi. Tutto il resto (sono troppo basso, troppo grasso …) secondo la psicoanalisi rappresenta una malattia del narcisismo, un problema di accettazione di sé.

Questo genere di problemi si manifesta più frequentemente nelle fasi di cambiamento: nell'adolescenza, alla fine della giovinezza - ma anche in quei periodi della vita in cui siamo più deboli e meno resistenti, come per esempio a seguito di un lutto, o di una perdita significativa (abbandono coniugale, perdita dell'impiego…). Si sente spesso dire che i media sarebbero la causa prima della nascita dei complessi nelle persone, ma questo è difficilmente sostenibile: i media non possono che rivelare o rinforzare la mancanza di stima in se stessi, che esiste in maniera più o meno solida a prescindere dalle immagini che ci circondano. I media tendono invece a diffondere un'immagine estetica o sociale omogenea piuttosto che esaltare le differenze, e questo può spiegare in parte perché per alcune persone è sempre più difficile accettare di essere diverse da questa norma artificiale.

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Pagina aggiornata al 11/05/2007

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