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Il timido e le sue reazioni

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La timidezza

Il timido e le sue reazioni

di Anna Fata

Secondo Lynne Henderson e Philip Zimbardo la timidezza è un disagio o inibizione nelle situazioni interpersonali che interferisce nel raggiungimento dei propri obiettivi interpersonali e/o professionali. E’ una forma di attenzione eccessiva su se stessi, di preoccupazione per i propri pensieri e reazioni fisiche. Esistono vari gradi di timidezza che possono sfociare in una vera e propria fobia sociale. La timidezza può essere cronica, cioè un tratto di personalità centrale della definizione di sé.

Esistono quattro livelli di reazioni di timidezza che si manifestano in diverso modo:

  • comportamentale: inibizione, passività, evitamento dello sguardo e delle situazioni temute, basso tono dell’eloquio, rigidità fisica, balbettio, nervosismo

  • fisiologico: aumento del battito cardiaco, salivazione ridotta, tremori, sudorazione, vertigini, sintomi gastroenterici, senso di irrealtà, timore di perdere il controllo

  • cognitivo: pensieri negativi su di sé e sugli atri, timore dei giudizi negativi da parte degli altri, ruminazioni, perfezionismo, attribuzioni causali errate, convinzione dell’esistenza di un unico modo corretto di interazione

  • affettivo: imbarazzo, vergogna, bassa autostima, tristezza, solitudine, depressione, ansia

L’incidenza della timidezza è in aumento. La timidezza può essere complicata anche dalla presenza di altri disturbi, e se  si cronicizza può sfociare nella fobia sociale o nella personalità evitante. Altre patologie che possono insorgere sono: la distimia (disturbo depressivo del tono dell’umore), l’abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti, il disturbo d’ansia generalizzato, o fobie specifiche, come la claustrofobia, cioè il timore di trovarsi in spazi chiusi.

E’ necessario distinguere tra l’introversione e la timidezza: la prima è caratterizzata dalla preferenza di compiere delle attività da soli, ma non è presente il timore delle situazioni sociali. Sebbene la maggior parte dei timidi sia anche introversa, non sempre vale il contrario.

Le possibili conseguenze della timidezza possono essere:

  • non essere in grado di cogliere le opportunità offerte dalle situazioni

  • essere meno espressivi a livello verbale e non verbale

  • mostrare scarsa capacità di manifestare interesse per le altre persone

  • focalizzarsi più sulle proprie reazioni che non su ciò che accade intorno

I timidi sono consapevoli della loro situazione, cioè di essere inibiti a livello sociale, poco amichevoli, timorosi di non sapere cosa dire e come comportarsi nelle varie situazioni, di avere scarsi contatti visivi con l’interlocutore, di avviare raramente una conversazione, di utilizzare poca mimica facciale e gestuale, e di sentirsi fisicamente poco attraenti.

Esiste, tuttavia, una certa specificità individuale. Gli uomini timidi, ad esempio, guardano raramente negli occhi la loro interlocutrice donna, e questi sguardi sono molto brevi nel tempo. Questo genera nell’ascoltatrice una reazione negativa. Le donne timide, invece, pur mostrando un numero di sguardi limitato, non sembrano produrre lo stesso effetto negativo sul loro interlocutore uomo, né inibire lo scambio verbale.

Probabilmente questo effetto è dovuto a ciò che resta di un retaggio socio-culturale, in base al quale si ritiene che l’uomo debba essere colui che prende l’iniziativa di una interazione con una donna. Per la donna, invece, sembra che la timidezza costituisca un ostacolo alle interazioni solo con le altre donne, ma non con gli uomini.

Anche se i timidi temono di essere giudicati in modo negativo dagli altri, essi, nella realtà, pur essendo considerati poco amichevoli ed assertivi, non ricevono dei commenti così negativi come temono.

L’atteggiamento dei timidi è caratterizzato dall’attribuzione dei propri insuccessi a cause interne a loro stessi: ogni volta che si verifica un fallimento, si condannano, si criticano e finiscono con l’attribuirsi delle valutazioni negative stabili nel tempo.

Impara a valorizzarti
Se sei una di quelle persone che è inutile criticare perché tanto lo fanno sempre per prime, leggi qui. E scoprirai che sbagliare fa parte del gioco, e che l’immagine ideale non esiste.

La lista di tutti i difetti che ciascuno di noi si attribuisce è lunga, ma spesso queste imperfezioni sono immaginarie perché il disfattismo è piuttosto espressione della timidezza e della mancanza di sicurezza in se stessi, che una visione lucida di sé. A partire dall’infanzia l’individuo costruisce la propria personalità a partire dall’esperienza, cioè attraverso il famoso ciclo di prove ed errori. I gesti, le parole e gli atteggiamenti di chi ci sta vicino possono incoraggiare o scoraggiare (talvolta in maniera molto pesante) la nostra capacità di fare esperienza e di migliorare.

La nostra vita, specialmente nell’età adulta, è fortemente condizionata dai media che tentano di imporci una rappresentazione sociale idealizzata; le immagini delle persone, della coppia, della famiglia, della riuscita professionale e dei comportamenti amorosi, o semplicemente dell’aspetto fisico, sono rigidamente codificate, e sfuggire sembra difficile se non impossibile. Eppure queste immagini, per quanto invadenti e onnipresenti, hanno poca presa sulle persone che hanno una solida stima di sé, e sembrano invece condizionare moltissimo gli insicuri, alimentando e aumentando la loro disistima. Le persone che hanno fiducia in se stesse sanno di avere delle qualità e non si curano di confrontarsi continuamente ai modelli esterni.

Che cosa possiamo fare per migliorare la nostra autostima? Il discorso è lungo e articolato, ma ci sono alcuni piccoli accorgimenti che possiamo facilmente mettere in atto per sentirci più a nostro agio con noi stessi. Per esempio potremmo evitare il confronto sistematico con uno o più modelli esterni; affrontare un nuovo ambiente o un nuovo incontro a mente sgombra, senza partire da un’aspettativa negativa o catastrofica; imparare a distinguerci da qualcuno che ammiriamo, invece di emularlo: potremmo cercare di affermare la nostra personalità mostrando il nostro valore; accettare la sconfitta e l’errore, cioè non viverli come un segno di mediocrità incurabile; attribuirsi i giusti meriti, invece di imputare ogni riuscita alla fortuna.

Imporsi, ma senza esagerare
Chi riesce a imporsi è davvero più intelligente degli altri? Non necessariamente…

Di fronte alle difficoltà che incontra nel rapporto con i suoi simili, l’uomo può tendere a fuggire – a sotttrarsi ma anche a sottomettersi, a recriminare, a chiudersi in se stesso… - oppure ad attaccare – arrabbiarsi, esprimere la propria collera, insultare, picchiare… Entrambe le soluzioni comportano ovviamente delle conseguenze: la fuga o la passività si accompagnano in genere a profondi malesseri fisici e psichici, mentre i comportamenti aggressivi rendono fragile la relazione con gli altri e provocano sfiducia, sospetto, paura, chiusura e rifiuto. Come i bambini molto piccoli cercano di ottenere ciò che vogliono attraverso le lacrime o la collera, e se non lo ottengono ricorrono ad altri mezzi più sottili come per esempio la seduzione o l’astuzia, allo stesso modo gli adulti possono mettere in atto, nei loro rapporti con gli altri, dispositivi e strategie ambigui e trasversali: la manipolazione.

La manipolazione, che passi per la via della seduzione o per quella della menzogna o dell’inganno, porta con sé la promessa di ottenere ciò che si desidera senza prendersi il rischio di un rifiuto, di perdere il proprio potere o il proprio controllo sugli altri. Sintomo di mancanza di rispetto per le altre persone, la manipolazione può consentire di ottenere qualsiasi tipo di vantaggio o di prestazione a dispetto delle aspirazioni, dei bisogni, dei desideri e dei diritti degli altri. A breve termine, questo tipo di comportamento presenta senza dubbio dei vantaggi, e questo spiega perché la manipolazione è moneta corrente, ma a lungo termine il manipolatore rischia di ottenere gli stessi effetti dell’aggressivo, con l’aggiunta dei rischi di colpi bassi, ritorsioni, ecc.

Restare fedeli a se stessi di fronte alle circostanze e ai comportamenti talvolta irritanti del prossimo comporta il ricorso a un certo numero di qualità propriamente umane: coscienza, riflessione, capacità di contenere ed esprimere i propri sentimenti, empatia… L’affermazione di sé richiede soprattutto una solida fiducia in se stessi, negli altri e nella vita. Fidarsi di se stessi significa accettare ciò che avviene in noi senza pensare che per questo non saremo amati, non potremo riuscire in ciò che intraprendiamo, o non potremo essere felici. E infatti è proprio quando si ha fiducia in sé che è possibile dare fiducia agli altri, perché la nostra relazione con gli altri non è che lo specchio del rapporto che abbiamo con noi stessi.

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